Dopo il glorioso tour del 2025 e la promozione del film “Deliver me from nowhere”, Bruce Springsteen ha trascorso le vacanze nel suo New Jersey, esibendosi a sorpresa al mitico Stone Pony e scorrazzando per Asbury Park in sella alla sua Guzzi. Non c’è niente di meglio dell’aria di casa per rilassarsi, ma soprattutto niente di meglio di una due ruote per sgomberare la mente. E il Boss non è di certo l’unico a trovare nella motocicletta una metafora della vita.
I diari della motocicletta del Boss
Nel mondo del rock la motocicletta non è mai stata soltanto un mezzo di trasporto. È un simbolo potente, quasi un mito: libertà, fuga, velocità, solitudine, fratellanza, ribellione contro le regole. Non stupisce che molte rockstar, dentro e fuori dal palco, abbiano trovato nella moto un’estensione naturale della propria identità artistica. Chitarre elettriche e motori a combustione condividono lo stesso linguaggio emotivo.
Tra tutte le storie che legano rock e motociclette, una delle più affascinanti parte da un’icona rock per eccellenza: Bruce Springsteen, colui che forse più di ogni altro ha raccontato la strada come metafora di vita. I viaggi sulle highway, fughe notturne, sogni di riscatto: il suo immaginario è intriso di movimento e Springsteen ha sempre avuto una passione autentica per le due ruote.
Negli anni è stato fotografato più volte in sella a diverse moto, ma quella che ha colpito maggiormente l’immaginario dei fan è la sua Moto Guzzi V7, un modello classico, elegante, lontano dagli eccessi cromati di certa biker culture americana. Una scelta che racconta molto del Boss: gusto per la tradizione, meccanica essenziale, anima del working class hero.
Il Boss, infatti, non ha mai vissuto la moto come ostentazione. La usa per girare in New Jersey, per muoversi lontano dai riflettori, per ritrovare un contatto diretto con il territorio e con sé stesso. Tra i fan si ricorda spesso l’episodio del 2016, quando rimase in panne per un problema alla batteria e venne aiutato da alcuni biker locali, i quali tra l’altro non riconobbero subito quell’uomo in jeans e giacca da moto.
Il garage di Billy Joel
Se Springsteen rappresenta il motociclista “poetico”, Billy Joel incarna quello artigiano e collezionista. Il cantautore di “Piano Man” è da sempre un appassionato devoto, tanto da aver fondato un’officina-museo, la 20th Century Cycles, frequentata anche da Brian Johnson degli AC/DC.
Joel non si limita a possedere motociclette: le restaura, le personalizza, le studia. Harley-Davidson, Triumph, BMW, Ducati, Moto Guzzi: la sua collezione attraversa decenni e stili, una vera e propria storia parallela della cultura motociclistica. Non a caso, proprio attraverso il garage di Billy Joel passa anche Springsteen.
Le moto in bianco e nero: Elvis e Bob Dylan
Prima ancora che il rock diventasse “consapevolmente ribelle”, Elvis Presley aveva già capito il potere simbolico della moto. Il Re amava le Harley-Davidson, spesso regalate anche ai membri della sua entourage. La sua Harley FLH del 1956 oggi è considerata un pezzo di storia.
Per Elvis, la moto era libertà, ma anche stile, sensualità, presenza scenica. Molte delle immagini più iconiche che lo ritraggono fuori dal palco lo mostrano accanto a una motocicletta. Un po’ come Bob Dylan, per il quale, però, la moto non è stata soltanto rose e fiori.
Il famoso incidente del 1966, vicino a Woodstock, segnò uno spartiacque nella sua carriera. Dylan scomparve dalle scene, rallentò, cambiò stile, si allontanò dall’immagine di profeta generazionale. Smise di fare tour per circa otto anni e si concentrò su famiglia, scrittura e musica più intima: durante questo periodo nacquero i “Basement Tapes” (con The Band) e un disco come “John Wesley Harding” (1967), molto più sobrio e introspettivo.
La biker culture, dai Rolling Stones a Lemmy
I Rolling Stones non sono motociclisti “romantici” come Springsteen, ma hanno sempre flirtato con la biker culture più buia e pericolosa. Il legame con gli Hells Angels degli anni ’60 e ’70 è diventato leggendario, soprattutto dopo il disastro del concerto di Altamont, il 6 dicembre 1969. Doveva essere la “Woodstock della West Coast”, con ospiti del calibro degli Stones, appunto, Jefferson Airplane, Santana, Crosby, Stills, Nash & Young, ma fu l’esatto opposto.
Per risparmiare e per “spirito libertario”, la sicurezza dell’evento fu affidata agli Hells Angels, pagati con birra e armati di catene, mazze e coltelli, senza alcuna esperienza in eventi di questa dimensione (all’appuntamento californiano si contavano circa 300.000 persone). Durante il set dei Rolling Stones, il diciottenne Meredith Hunter tentò di avvicinarsi al palco: scoppiò una colluttazione, Hunter estrasse una pistola e Alan Passaro (degli Hells Angel) lo accoltellò a morte. Due persone morirono schiacciate dalla folla, una annegò in un canale vicino, centinaia i feriti. Mick Jagger cercò più volte di calmare il pubblico dal microfono, inutilmente.
Scene da “Sons of Anarchy”, la serie che ben descrive il mito del caos e della perdita di controllo associato alla motocicletta. Ne era tremendamente affascinato anche Lemmy Kilmister. Il leader dei Motörhead incarnava alla perfezione l’estetica biker: giubbotto di pelle, stivali, jeans, whiskey e amplificatori al massimo volume. Il nome stesso della band evoca i motori, perché Lemmy era un amante delle motociclette fin da giovane e l’iconografia della sua musica è piena di riferimenti alle due ruote.
Una mitologia visiva
Rob Halford dei Judas Priest è famoso per entrare sul palco in sella a una Harley-Davidson (qui per scoprire come è nata l’idea). Jon Bon Jovi, seppur in maniera più “mainstream”, ha sempre coltivato una passione autentica per le moto, guidandole anche nei videoclip, come la Harley-Davidson Heritage Softail del 1988 che guidava nel video di “Miracle”. Quando è stato introdotto nel Rock & Roll Hall of Fame, la sua moto è comparsa nell’esposizione in omaggio alla sua carriera.
Gli esempi da fare sarebbero ancora tanti: James Hetfield, grande amante di chopper e custom bike disegnate su misura; Ozzy Osbourne, sostenitore delle moto come simbolo di eccesso e di libertà rock; Dave Grohl, appassionato della guida in moto come “terapia”. Parallelamente alla passione individuale delle rockstar, la motocicletta è stata ripresa in canzoni iconiche come “Born to Be Wild” degli Steppenwolf, che ha legato per sempre il rock alla cultura biker nel film “Easy Rider” del 1969.
Un simbolismo che non si riflette solo nella musica, ma anche nella visione collettiva del rock come espressione di indipendenza, ribellione e avventura su una strada senza limiti.
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