Interpretare una rockstar al cinema può cambiarti la carriera o, quantomeno, renderti terribilmente cool. È successo a molti, da Val Kilmer in poi: incarnare sullo schermo musicisti così iconici da essere già leggenda spesso equivale a un’investitura artistica definitiva. Ma “Song Sung Blue”, diretto da Craig Brewer, parte da un presupposto opposto e molto più rischioso: raccontare chi la musica la vive ai margini, senza glamour, senza poster in cameretta, senza stadi pieni.
Nel film, in uscita in Italia oggi 8 gennaio, Hugh Jackman e Kate Hudson interpretano Mike e Claire Sardina, due musicisti della working class che non sognano di diventare famosi, ma di continuare a suonare. Non sono rockstar, non sono “cool”. Sono una tribute band di Neil Diamond, forse l’artista meno trendy dell’immaginario rock americano: il re della cosiddetta “dad music”, quella fatta di pezzi energici e ballatone romantiche che piace ai padri nostalgici e che imbarazza i figli costretti ad ascoltarla in macchina mentre vanno a scuola o in vacanza con la famiglia.
Eppure è proprio qui che “Song Sung Blue” sorprende: trasformando una storia apparentemente minore in uno dei racconti più sinceri e musicali del cinema recente. Un film che guarda alla musica non come carriera, ma come necessità vitale, come collante emotivo per persone schiacciate da precarietà economiche, relazioni fallite e fragilità personali.Dalla cronaca locale al cinema
La storia alla base del film risale agli anni ‘80 e ‘90. Mike e Claire Sardina sono infatti esistiti davvero: a Milwaukee erano conosciuti come “Lightning & Thunder”, una coppia di musicisti diventata una piccola leggenda locale grazie alle loro esibizioni nei bar, alle fiere di contea e nei locali di quartiere. La loro vicenda è stata raccontata nel documentario “Song Sung Blue” del 2008, diretto da Greg Kohs, che li ha seguiti per otto anni, documentandone la burrascosa storia amatoriale sul parchi del Midwest.
Prima ancora di incontrarsi, le vite dei due erano segnate da traumi profondi: lui, veterano del Vietnam alle prese con l’alcolismo; lei, madre single con problemi di salute mentale. A fine anni ‘80 s’incontrano nel circuito musicale locale, uniti da una passione comune d’impersonare grandi glorie della musica statunitense e da un’idea semplice: suonare le canzoni di Neil Diamond perché quelle canzoni piacciono a tutti dato che, in qualche modo, parlano della loro realtà.
Non arriverà mai un contratto discografico, né un vero salto di scala. Ma arriva qualcosa di diverso: un pubblico fedele, un senso di appartenenza, una comunità. E persino un momento surreale, entrato nella leggenda, raccontato anche nel film: quando Eddie Vedder li chiamò sul palco, durante un concerto dei Pearl Jam, per cantare con loro “Forever in Blue Jeans”. Successe a Milwaukee, l'8 luglio 1995. E la scena è raccontata nel film.Craig Brewer: dall’hip hop all’America invisibile
Per Craig Brewer, “Song Sung Blue” è una naturale evoluzione nella sua filmografia, dato che si è fatto le ossa raccontando l’America underground del rap e del hip hop: da “Hustle & Flow” a “Black Snake Moan”, fino a “Dolemite Is My Name”, Brewer ha sempre guardato agli artisti ai margini, a chi crea lontano dall’industria musicale, usando la musica come identità e strumento di sopravvivenza.
Anche qui il metodo è lo stesso: ascoltare, osservare, non giudicare. Cambia il genere musicale ma resta intatto lo sguardo su chi suona perché deve farlo. «Dico sempre che questo non è un film su di me», mi spiega Brewer. «È un film su una tribute band. Su persone che cercano semplicemente di fare del loro meglio per portarci del rock and roll, del jazz, o anche solo un po’ di felicità. In tutto il mondo ci sono artisti locali che fanno più lavori per sopravvivere, che sono senza assicurazione sanitaria, eppure continuano a suonare per noi. Volevo celebrare quello spirito».
La musica non è un elemento decorativo, ma la struttura portante del film. «Sono cresciuto circondato dalla musica dei miei genitori. Quella musica ti resta dentro. Ti forma».Quando gli si chiede perché raccontare Neil Diamond attraverso una tribute band invece che con un biopic tradizionale, Brewer è diretto: «Neil ha registrato alcune delle sue canzoni più importanti a Memphis, agli American Sound Studio. È uno dei nostri grandi cantautori. Ho fatto questo film soprattutto per chi non conosce così bene il suo lavoro. Voglio che lo riscoprano, come hanno fatto a Milwaukee, attraverso chi lo ha celebrato con tanta passione».
Kate Hudson, contro il glamour (e in odore di Oscar)
Al centro del film c’è una Kate Hudson completamente diversa da quella che il pubblico è abituato a vedere. Niente glamour, niente seduzione patinata: il suo lavoro su Claire è fatto di fragilità emotiva e presenza fisica molto realistica, e ha già acceso il dibattito su una possibile corsa agli Oscar, proprio per la capacità di sparire dentro un personaggio lontanissimo dalla sua immagine pubblica. «Mi sono riconosciuta subito in questi personaggi» mi racconta Hudson. «All’inizio della mia carriera infatti pensavo che avrei fatto solo teatro. Ho fondato una compagnia teatrale perché volevo solo esibirmi sul palco, non avevo grandi piani per il futuro. Se le cose fossero andate diversamente, oggi sarei ancora lì».
Il film mette in luce musicisti invisibili, quelli che suonano nei bar di quartiere, spesso senza riconoscimento o stabilità. «Ci sono migliaia di musicisti incredibili che vivono di mance e piccoli locali», dice Hudson. «Hanno successo perché fanno ciò che amano. Devono farlo perché lo amano. Se non ami davvero questo mestiere, finisce per deluderti».Hugh Jackman: chitarra, palco e vulnerabilità
Per Hugh Jackman invece il film ha significato anche un ritorno alle origini. Prima del cinema anche per lui c’è stato il teatro e il musical, e qui quella formazione torna centrale. Per il ruolo di Mike, Jackman ha imparato a suonare la chitarra e ha cantato sempre dal vivo, senza playback.
«Riconosco quelle persone», spiega. «Musicisti che suonano perché devono farlo. Il successo per loro non è il punto. Il punto è il fare musica, suonarla per gli altri e per sé. Anche per me la recitazione è iniziata così: volevo solo esibirmi per il gusto di farlo». La connessione tra i personaggi nasce direttamente dalla musica. «C’è un momento nel film in cui suoniamo insieme per la prima volta. Non è stato accuratamente pianificato. Abbiamo semplicemente suonato. Quando succede, smetti di recitare e inizi ad ascoltare».
Particolarmente significativa è stata l’esperienza di esibirsi nei veri bar e locali dove hanno girato il film. «Non sei su un grande palco. Senti i bicchieri, le persone che parlano, che ridono, che reagiscono. È lì che la musica vive davvero. È esposto, vulnerabile, e proprio per questo onesto».Musica e amore, inseparabili
Brewer apre il film definendolo “una vera storia d’amore”. Non per strategia, ma per convinzione. «Vediamo tanti film sull’amore giovane. Ma il vero amore arriva dopo, quando la vita ti ha già messo alla prova. È lì che si manifesta davvero». Anche per Jackman, la distinzione non regge: «La musica è il modo in cui questi personaggi comunicano l’amore. Tra loro, con il pubblico, con la loro comunità. Dicono attraverso le canzoni cose che altrimenti non saprebbero dire».
Ed è forse proprio questo il cuore di “Song Sung Blue”: un film che parla di resistenza musicale, e che ricorda come la musica non serva a diventare qualcuno, ma semplicemente a restare vivi.
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