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“Sit down with empathy”: perché i James sono una band unica

02.06.2026 Scritto da Gianni Sibilla

“I James sono una unusual band. Vi siete persi qualcosa. Stavate guardando altrove”, dice Tim Booth.
La voce è calma e calda: anche via Zoom non suona molto diversa da quella che si sente nei concerti e nelle canzoni dei James. In Italia, però, quella voce l’abbiamo sentita poco: i James sono una delle band inglesi meno classificabili degli ultimi quarant’anni, una carriera lunghissima, arene sold out, hit in patria e una popolarità che continua a crescere. Da noi solo qualche concerto negli anni ’90 (che lui fatica a ricordare), una data nel 2014 in uno strano festival umbro. Il 4 luglio torneranno per la prima volta dopo 12 anni, a Peccioli, in Toscana, per il festival “Le Canzoni” organizzato da Il Post. “È la vostra occasione per recuperare qualcosa di quite unique”, mi dice Booth. “Vedremo il posto, decideremo la scaletta sul momento. Suoneremo i nostri pezzi più famosi, ma ci lasceremo ispirare da quello che accadrà. Non so dirvi cosa aspettarvi, non lo sappiamo neanche noi”.

Ciò che rende i James unici è l’approccio: canzoni con grandi melodie, che nascono da jam e improvvisazioni di 9 musicisti; una band che cambia ogni sera, che continua a comportarsi più come un collettivo che come una macchina con il cambio automatico. Un gran suono e testi che trasmettono empatia e umanità al posto dell’ironia e distacco british. Tanto che, mi dice Booth, cambierebbe il testo di “Sit down”, la sua canzone più famosa: “Vorrei avere cantato ‘Sit down with empathy’, non 'in simpathy’: abbiamo bisogno di consapevolezza del prossimo”.

Perché i James non sono diventati i Coldplay o gli U2

I James sono in giro dagli anni ’80: nati a Manchester,  hanno avuto successi con brani pop-rock epici come “Sit Down” e “Born of Frustration”, ma mentre esplodeva il britpop hanno deviato suono e traiettoria, sperimentando generi diversi. Avrebbero potuto occupare uno spazio simile a quello di U2 o Coldplay ma, mi spiega “Il fatto è che siamo sempre stati testardi. Quando i James erano al loro picco, abbiamo fatto da headliner a Reading, una cosa gigantesca. Suonammo delle b-side e facemmo ‘Sit Down’ come terzo pezzo. E io dissi qualcosa tipo: ‘Se siete venuti per quella canzone, potete anche andare a casa’”.
I James sono “Bloody minded”, mi dice Booth, e me lo ripete diverse volte nell’intervista. Testardi. “Ci siamo giocati il momento del successo. Guardo i Coldplay, conosco Chris Martin: è così elegante nel suo modo di vivere la fama. Dice sempre sì, continua ad andare avanti, continua a diventare più grande. Penso che forse anche noi avremmo dovuto fare così. Invece abbiamo fatto il contrario. Abbiamo continuato a dire no. Abbiamo continuato a essere scontrosi e difficili. E quindi eccoci qui”.
Così, nonostante abbiano frequentato abitualmente le classifiche, il loro primo album in studio al numero uno solo è arrivato nel 2024, con “Yummy”. “Abbiamo scalzato Beyoncé dalla prima posizione, piuttosto divertente. Mi piace anche parecchio, Beyoncé. Poi la settimana dopo Taylor Swift ci ha buttato giù dalla vetta”.

Il rapporto complesso con la discografia

Negli anni ’90 Booth, mi racconta, litigò una discografica francese che gli giurò di mettergli i bastoni tra le ruote anche negli altri paesi europei. Booth mi spiega che questo è probabilmente uno dei motivi per cui anche in Italia non hanno mai avuto un gran seguito. Ho chiesto lumi a un amico che al tempo lavorava in Polygram, la loro etichetta italiana: non ha memoria di una situazione del genere, ma mi ha confermato che lavorare con i James non era semplice, confermando quello che oggi Booth mi dice con serenità. “Eravamo piuttosto ostili verso le case discografiche. Volevamo la nostra indipendenza”.
E sono così ancora oggi: si producono gli album da soli e, mi spiega, “è tutto nelle nostre mani, dalle canzoni alle scalette”. E funziona: i James stanno vivendo una nuova stagione di popolarità e creatività musicale, con un suono che continua a tenere insieme pop, rock, elettronica e arrangiamenti orchestrali. In “Yummy” ci sono canzoni capolavoro come “Way Over Your Head”, che mostrano una band al suo picco. A breve uscirà un documentario sulla loro storia, rigorosamente autoprodotto. 

Una band che scrive come nessun’altra

Se i James sfuggono alle definizioni è anche per il modo in cui scrivono: non hanno un sound preciso e ripetitivo, ed è voluto. Tre volte l’anno si ritrovano in una villa nella campagna inglese: “Improvvisiamo sei ore al giorno. Le canzoni nelle jam che suonano un po’ troppo come i James tendiamo a non lavorarle. Ognuno di noi ha un suono diverso, ognuno ha gusti diversi”, mi dice.
Anche se alcuni elementi ricorrenti ci sono: il basso melodico di Jim Glennie, il violino del polistrumentista Saul Davies, le chitarre di Adrian Oxaal, la tromba di Andy Diagram. Da qualche anno ci sono anche una seconda batteria/percussioni e Chloe Alper, seconda voce e contraltare di Booth. “La maggior parte di noi è insieme da più di 30 anni, anche con esperienze e visioni diverse. Non è male, se pensi che certe band durano pochi anni”. Nonostante l’ultimo tour segua un greatest hits, in scaletta hanno inserito una canzone inedita di otto minuti, appena scritta in una di queste sessioni. “E la suoneremo anche in Italia, è piaciuta molto al pubblico”.

“Sit Down” e l’empatia

A definire i James c’è la figura carismatica di Booth, come autore e come frontman. Da “Sit Down” alla recente “Way Over Your Head”, le canzoni dei James hanno un senso di empatia che va in direzione opposta rispetto al distacco e all’ironia associati a molte band britanniche. In “Sit Down” invita chi si sente triste, folle o ridicolo a sedersi accanto a lui “in sympathy”. “Vorrei avere cantato with empathy. La sympathy ha un senso di pietà. L’empatia invece implica la consapevolezza che potresti essere tu per strada, in Palestina, o tu in Iran, ed è ciò di cui abbiamo bisogno".

“Non siamo quel tipo di band di Manchester con l’atteggiamento del ‘non me ne frega un cazzo’, che sia reale oppure no”, spiega Booth. “Non è mai stata davvero la nostra strada. I James sono una band che arriva dalla classe operaia, ma ci piace il contrasto tra aggressività e  bellezza. La nostra musica parte dal fatto che il mondo è un posto duro: siamo realistici ma vogliamo sollevare le persone. Non è solo pop, gioia e amore. È una specie di love with teeth. Deve avere i denti”.
Un senso di empatia e forza che si trasferisce anche sul palco, dove Booth balla come un derviscio e si butta in mezzo al pubblico. Mi racconta che studia danza e pratica meditazione da decenni. “Non lo diciamo molto perché è poco rock’n’roll, ma mi aiuta. L’altra sera sono andato a ballare per due ore e dopo ho scritto il testo di una canzone in maniera incredibilmente facile, quando spesso ci posso mettere giorni”.

Da Brian Eno a Bruce Springsteen

Se c’è un disco da recuperare nella carriera dei James è “Laid”, del 1993: la band deviò dal pop epico verso un suono più acustico e minimale, che fruttò anche il loro maggior successo americano con la title track. Alla produzione c’era Brian Eno, che aveva già cambiato la traiettoria e il suono degli U2, e più avanti avrebbe fatto lo stesso con i Coldplay.
“Prima di incontrare Brian avevamo già avuto un certo successo e sviluppato il nostro metodo, ma ha validato quello che facevamo. Mi ricordo che mentre lavoravamo a ‘Sometimes’”, racconta Booth, “Si mise ad ascoltarci. Impallidì e si mise la testa tra le mani. E io penso: merda, non gli piace. Andiamo tutti da lui e gli chiediamo: ‘Brian, tutto bene?’ E lui dice: ‘Credo di aver appena vissuto una delle più grandi esperienze musicali della mia vita’. E noi: porca puttana, abbiamo fatto piangere Brian Eno”, ride. “Quella fu la miglior reazione possibile da qualsiasi pubblico del mondo”.
Booth cita un altro termine di paragone, per la dimensione live: i James sono un po’ come la E Street Band. “Springsteen è il performer dal cuore più grande che abbia mai visto. Non amo sempre la sua musica, ma quando lo vedi dal vivo ha talmente tanto cuore che ti travolge. Non hai scelta: devi arrenderti. Penso che abbiamo qualcosa del genere: musicisti straordinari che potrebbero tutti essere frontman della propria band, ma che lavorano per il collettivo”.

Nel 2026 i James continuano per la loro strada, lontani dalle mode: canzoni-jam, e concerti imprevedibili, senza effetti speciali e copioni. Per questo restano difficili da raccontare con le categorie abituali del pop-rock britannico e della musica di oggi. Il 4 luglio, dopo dodici anni, toccherà anche all’Italia capire cosa ci siamo persi.


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