Un viaggio dentro la mente. Tra le pieghe della demenza, quella legata a patologie cerebrali, ma anche quella più metaforica che sembra coincidere con l’impazzimento del mondo. “Dementia”, il nuovo disco dei Sick Tamburo in uscita il 16 gennaio e che verrà presentato in tour, non nasconde il dolore personale, quello più intimo, ma allo stesso tempo esce dalla dimensione privata e prova a fotografare un mondo sclerotico e ingiusto. Gian Maria Accusani, da oltre trent’anni, prima con i Prozac + e poi dal 2009 con i Sick Tamburo, fondati con la compianta Elisabetta Imelio, compie viaggi dentro le zone oscure dell’esistenza e le illumina con la sua musica, mostrandole anche a chi vorrebbe non guardare. In “Dementia” convivono la gioia della normalità, la confusione improvvisa, il buio, la guerra, la luce che ritorna, il silenzio, la paura. È un disco rock fatto di fragilità e smarrimenti, di pensieri che smarriscono i bordi e dilagano.
Gian Maria, il titolo non lascia campo a fraintendimenti: questo album parla di demenza. Quanto c’è di personale?
Ho dovuto affrontare, e sto ancora affrontando, un percorso legato alla demenza che riguarda una persona a me molto vicina. Prima di iniziare a scrivere canzoni che trattassero in modo esplicito questo tema, ne avevo già composte altre e solo dopo mi sono reso conto che parlavano spontaneamente della stessa esperienza, anche se io non ne ero consapevole. Era il mio subconscio ad aver iniziato a muoversi in quella direzione.Era già tutto collegato?
Quando ho messo ordine in tutto ciò che avevo scritto, ho capito che quei brani potevano essere raccolti sotto un unico titolo. Anche quando pensavo di essere altrove, in realtà ero già lì. Questo fa capire quanto questo argomento fosse profondamente dentro di me e intorno a me.Questo processo creativo non è lo stesso che ti ha spinto a raccontare in musica il cancro, trovandoti davanti alla malattia di Elisabetta Imelio?
Sì. Ma non l’ho fatto e non lo faccio per esorcizzare quello che mi trovo davanti…quel processo forse avviene dopo…Per cosa lo fai?
Per cercare di avere meno paura. E spero che chi viva o sta vivendo qualche cosa di simile, possa sentirsi meno solo.L’album, però, non parla solo di te.
Sì, è vero, il parallelismo tra quello che stavo vivendo io e ciò che accade nel mondo è venuto fuori in modo del tutto spontaneo. A volte la demenza è una malattia, altre volte forse non lo è, o forse lo è in un altro senso: riguarda comunque qualcos’altro, un comportamento “non pensante” che vediamo ogni giorno. Basta osservare quello che succede intorno a noi per rendersi conto di come la “non-mente” possa portare a tragedie quotidiane.Da questo ragionamento nasce un pezzo come “Ho perso i sogni”?
Parla di guerra, parla di bambini costretti a vivere in condizioni disumane tra le macerie. Sono le conseguenze di menti impazzite. È qualcosa che mi colpisce profondamente e che non può non spingermi a scrivere ciò che sento. Lo faccio senza la pretesa di fare il santone, non mi interessa. Quello che mi interessa davvero è provare a illuminare le zone oscure intorno noi.“Illuminare le zone oscure” non è forse la definizione migliore per raccontare prima la musica dei Prozac + e poi quella dei Sick Tamburo?
Sono zone a volte nascoste, altre volte volutamente occultate. Sono i luoghi in cui si trovano i soggetti più deboli, le persone ai margini. Dentro di me ho sempre sentito la necessità di parlarne, di illuminarle, di raccontarle, perché sono temi che affrontano in pochi, quasi nessuno.I personaggi che popolano i pezzi hanno da sempre dei nomi. L’ultima arrivata è la protagonista di “Silvia corre sola”.
A volte utilizzo nomi reali, altre volte no. In questo caso il nome è reale, parlo esattamente di questa ragazza e la descrivo per com’è. Quando l’ho conosciuta, il suo approccio all’esistenza mi è sembrato talmente poetico che inserirlo in una canzone è stato quasi spontaneo.Nella canzone “Immagina se” parli di quando la demenza porta a non riconoscere più chi si ama.
Il pezzo mette al centro una persona affetta da demenza che non sa di essere malata e che però si immagina di esserlo. È un modo per ricordarci che spesso, anzi quasi sempre in certi casi, non siamo consapevoli di quello che siamo o abbiamo.Perché per te è importante metterti nei panni degli altri?
Perché credo molto nel valore dell’empatia. Oggi tanta musica parla di cose funzionali, di cose facili, che servono semplicemente a far funzionare una canzone e a rassicurare il pubblico. A me, invece, interessa raccontare storie, anche difficili.Come descriveresti “Dementia” dal punto di vista sonoro?
Credo che tra i Prozac+ e i Sick Tamburo ci sia una linea di continuità che può essere riassunta nel “rock alternativo”. È chiaro che, dal punto di vista musicale, ci sono elementi che ricorrono, che tornano, ma anche delle novità come nel pezzo “Mexican”. Io sono molto affezionato al sound dei Sick Tamburo e cerco di affermarlo anche in modo forte, perché per me rappresenta una sorta di contrappeso al piattume di tante cose che ascoltiamo oggi. Del resto, sono sempre stato attratto dalle linee più oscure del post-punk.La title track è uno dei pezzi più particolari.
In quel pezzo ci sono tutte le sensazioni del disco. È un brano lungo che, musicalmente, è come una montagna russa: passa dalla normalità alla gioia, fino ai momenti di confusione. Ogni volta che lo ascolto provo le stesse sensazioni che sento quando mi trovo davanti alla demenza. È come se riuscisse quasi a mettere in musica quel tipo di malattia, quel ciclo continuo di emozioni e stati d’animo.Una domanda personale: hai fatto ascoltare il disco alla persona affetta da demenza a te vicina?
Ho fatto ascoltare alcune canzoni, non quelle più dure, ma non so fino a che punto siano state davvero comprese. Quello che so è che io non sono ancora alla fine del processo: sono nel mezzo. Succederanno altre cose, arriveranno anche altri stadi di questa malattia. Sto affrontando tutto questo e, come sempre, con me c’è la musica.
Disclaimer:
Questo articolo è stato realizzato e pubblicato da Rockol.it ed i suoi contenuti sono integralmente forniti da Rockol, che ne assume ogni responsabilità editoriale. Il presente sito si limita a ospitare il contenuto in modalità non indicizzata e non è in alcun modo coinvolto nella produzione, redazione o approvazione dei materiali pubblicati.
Rock Online Italia (Rockol) è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano: Aut. n° 33 del 22 gennaio 1996.
Immagini e diritti
Rockol:
- utilizza esclusivamente immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali ("for press use") da case discografiche, management artistici e uffici stampa /P.R;
- impiega le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, e solo a corredo dei propri contenuti informativi;
- accetta unicamente fotografie non esclusive, destinate alla pubblicazione su testate giornalistiche, e comunque libere da vincoli di utilizzo;
- pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse da fotografi dei quali viene indicato il copyright
Crediti fotografici per l'immagine usata nell'articolo: Franco Zanussi
Segnalazioni
Eventuali segnalazioni relative a immagini non conformi a quanto sopra descritto possono essere inviate a webmaster@rockol.it
Provvederemo a effettuare una rapida valutazione e, ove necessario, alla tempestiva rimozione del materiale.Per consultare l'articolo nella sua versione originale, visita questo link