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Scorsese e Robbie Robertson, un'amicizia musicale (e tossica)

04.01.2026 Scritto da Gianni Sibilla

Qualche settimana fa, Francesco De Gregori ha chiuso il suo concerto dedicato a Rimmel citando “L’ultimo valzer” e il suo tema, inserito dentro a “Buonanotte fiorellino”. È solo l’ultima testimonianza di quanto quel film – il racconto dell’ultimo concerto della Band, con ospiti Dylan, Van Morrison, Joni Mitchell e molti altri – sia importante nell’immaginario rock.
La mente era quella di Robbie Robertson, la macchina da presa quella del grande Martin Scorsese, nella fase iniziale della sua carriera di regista.
Robertson, scomparso nel 2023, è uno dei grandi del rock, come autore (“The weight” e chissà quante altre) e come leader della Band, con cui riscoprì le radici del rock americano e accompagnò Dylan nella svolta elettrica. Dopo “L’ultimo valzer” la Band si sciolse per riformarsi senza di lui, che si dedicò principalmente alle colonne sonore – pur incidendo alcuni album solisti meravigliosi. Scorsese è Scorsese: uno dei più grandi registi di sempre, che ha avuto nel rock uno dei suoi grandi filoni. La recente docuserie "Mr. Scorsese” su AppleTV, tra le altre corse, ne racconta gli esordi, proprio nella musica: in “Woodstock” (1970) fu co-regista ma accreditato solo come montatore (e il film vinse un Oscar, oltre a creare il mito del festival).

Poi i due si incontrarono: una collaborazione nata nel caos degli anni ’70 e proseguita senza interruzioni da “Toro Scatenato” (1980) fino a “Killers of the Flower Moon” (2023). La loro storia è ora al centro di “Insomnia”, libro postumo di Robertson, uscito nei paesi anglosassoni da qualche settimana.

Un’amicizia creativa e autodistruttiva

Il libro si concentra soprattutto sul periodo 1976-1980, subito dopo le riprese de “L’ultimo valzer”, il periodo in cui i due lavorarono al montaggio e alla versione finale, in mezzo ad una fase turbolenta: dipendenze, relazioni che si sgretolano, notti senza sonno e un legame che diventa al tempo stesso salvezza e trappola.
Robertson racconta l’invito di Scorsese a trasferirsi a casa sua: fu una sorta di salvataggio che diventò subito un vortice di insonnia, droga e un ritmo di vita delirante. Dopo la fine della Band, mentre la sua vita familiare andava in frantumi, Marty era l’unica relazione stabile ma anche una “bromance” – come si direbbe oggi – che quasi distrusse due delle grandi menti della cultura pop americana.

La costruzione di “The Last Waltz”

Le pagine dedicate al film raccontano un’autentica ossessione condivisa: Scorsese, ancora scosso dal flop di “New York, New York” (1977), viveva crisi personali e artistiche. Robertson cercava di chiudere la storia della Band, ormai disgregata. Il libro mostra come la lavorazione del film li unisse in un modo quasi simbiotico: si scambiavano film rari e 45 giri, parlavano la stessa lingua tra musica e cinema, vivevano nello stesso caos emotivo. In quelle pagine nascono i presupposti di una collaborazione che superò quella fase apparentemente cronica e destinata a durare oltre quarant’anni, fino a “Killers of the Flower Moon”, uscito nel 2023 quando Robertson era già scomparso, e con la sua ultima canzone.

Nel libro Robertson non si assolve, si racconta in maniera cruda: mostra un uomo che “didn’t know how to undo anything anymore” e che trovava in Scorsese un fratello. Ed è commovente leggere come, dopo quegli anni estremi, il rapporto si trasformi in collaborazione matura e stabile: Robertson diventa di fatto il consulente musicale permanente di Scorsese.
La moglie di Robertson, Dominique, nella postfazione racconta esplicitamente come quella relazione fu al tempo stesso una benedizione e una maledizione, ma anche l’origine di un’amicizia destinata a durare una vita: “a profound and loving friendship that spanned a lifetime”.

L’ultimo valzer di Robbie Robertson

“Insomnia” è un documento prezioso perché testimonia come “The Last Waltz” sia nato dal caos, non dalla celebrazione, e come Scorsese abbia costruito il proprio metodo sul rapporto con la musica, molto prima che Hollywood lo riconoscesse. È un libro meno “largo” rispetto a “Testimony”, l’autobiografia di Robertson (pubblicata anche in italiano), ma va unito alla visione della bellissima docuserie “Mr. Scorsese” su Apple TV. Racconta uno dei percorsi artistici più rilevanti degli ultimi decenni, tra successi e fallimenti, le molte luci ma anche le ombre e il costo umano di cose che abbiamo visto e ascoltato decine di volte.


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