Su YouTube ci sono due versioni metal di “Ossessione” di Samurai Jay. Una è gothic metal. L’altra metal-metal. Sono entrambe realizzate con l’intelligenza artificiale. Peccato: sarebbe stato divertente ascoltarne una umana. A qualcuno farà storcere il naso e alzare il sopracciglio la parola “metal” associata a Samurai Jay, il cantautore napoletano che con i ritmi latini di “Ossessione” da dodici settimane è irremovibile dal primo posto della classifica Fimi dei brani più streammati e scaricati in Italia, e che ora si prepara a dominare anche la classifica degli album con “Amatore”, appena uscito. Eppure l’accostamento non è così inverosimile e a spiegarlo è lo stesso Samurai Jay: «Il senso della melodia? Mi arriva dal metal. Io vengo da lì, dall’emo. Ho un side project alternative, due dischi così completamente autoprodotti. Per sei o sette mesi, prima di “Halo” - dice, citando la canzone con la quale l’anno scorso ha iniziato a fasi conoscere, via TikTok - sono stato fuori dai giochi. Dovevo capire di base che strada prendere. Mi sono chiuso in studio con le chitarre».
Chissà se il disco metal di Samurai Jay prima o poi uscirà o se, invece, farà la fine del disco alternative rock di Mariah Carey, diventato una sorta di leggenda. Intanto ci sono le dodici canzoni che compongono “Amatore” (è il suo cognome), che tra ritmi latini e pop si inseriscono proprio nel solco di “Ossessione”: «La cosa che ha fatto sì che questo brano entrasse in così tante vite è la gioia che trasmette, la spensieratezza: ti va venire voglia di muoverti. Se piace ai bambini, poi, significa che hai fatto bingo», sorride a proposito del tormentone. In effetti è a quel mondo che sembra guardare l’album: un universo immediato, giocoso, istintivo, quasi infantile nella sua capacità di parlare senza filtri e di arrivare diretto, dove la musica funziona solo se riesce a diventare anche gioco e movimento. Il rapporto con il pubblico, però, sottolinea lui, non passa dai calcoli: «Io da quando faccio musica non ho pensato un solo giorno al target che devo colpire. E la parola “bambini” associata a “mercato” mi dà fastidio, non mi piace».
Ai brani ha lavorato insieme agli amici musicisti Vito Salamanca e Luca Stocco: «Ci siamo divertiti. Quando creo, qualsiasi tipo di ragionamento deve rimanere fuori dalla stanza: l’atto creativo deve rimanere incontaminato dalle regole del mercato, dal business. L’atto della creazione è la cosa più vicina a quella di un bambino che si inventa le storie. Mi ispiro a “Debí tirar más fotos” di Bad Bunny: c’è l’attaccamento alle radici, nel suo caso Porto Rico e nel mio Napoli». Anche le collaborazioni con Serena Brancale (su “Disgraziata”) e Sayf (“Malatì”), spiega, rientrano in questa logica istintiva, nate prima della spinta sanremese e non costruite a posteriori. Il brano con Brancale è tra i più divertenti del disco: una lite in musica tra due amanti, «ispirata a Carosone e Julio Iglesias».Il 15 agosto si esibirà al Red Valley Festival di Olbia. Prima, però, il 21 giugno aprirà la data italiana di Ricky Martin a San Benedetto del Tronto: «Più questo disco invecchierà e più mi ricorderà di questo anno incredibile».
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