«Aspè che mi sposto dai pinguini». Sal Da Vinci videochiama da Vienna muovendosi di continuo per sfuggire all’aria condizionata. Se possibile, ha un sorriso più smagliante del solito: è il concorrente dell’Eurovision più ascoltato su Spotify, con oltre 24 milioni di streams (notizia buona anche per chi incrocia la sua strada algoritmica), salutato da un’ovazione alla prima semifinale. Hanno tutti Sal in zucca, “Per sempre sì” è tormentone oltreconfine: «Non me l’aspettavo proprio» ammette. Invece c’era da immaginarselo. All’Eurovision la classicità di un brano o di una voce non è indice di bassa qualità, e quello è il palco del camp, dell’esagerazione. Se insceni un matrimonio napoletano su un pezzo disco-funky, con gli archi alla Gloria Gaynor, il bacio sul golfo, un completo bianco da Kpop idol (a firma pugliese), e una coreografia a gesti (per il mondo noi siamo il popolo gesticolante), lì vanno in visibilio. E dire che, rispetto al resto in gara, l’esibizione è stata chic, minimal, sobria (il brucomela, la tazzina rotante, all’interno di un horror park..). Fuori lo amano e non capiscono l’imbarazzo di alcuni italiani, già dalla vittoria a Sanremo, dove Da Vinci ha fatto quello che da sempre fa, è nel suo DNA, anzi oggi, con l’esperienza, il suo lo fa anche meglio, ma qualcosa è cambiato nel pubblico, vai a capire se perché non ne poteva più di brani tristi, stonati e senza melodia, se è il potere social (piace ciò di cui si parla, non ciò che si ascolta), se è per snobismo al contrario (l’atteggiamento per cui guardi una cosa così dall’alto in basso che puoi permetterti di elevarla), se hanno premiato la persona perbene, la gavetta, o più semplicemente quella che lui ritiene «una canzone vera, onesta».
Per vincere l’Eurovision conterà il televoto più delle giurie nazionali, seppur drenato da chi boicotta l’evento per la partecipazione di Israele. Questione su cui Sal si è espresso: «Rispetto chi protesta, ma per me la musica è inclusione, è un bagno di pace». Di politica non vuole parlare, forse salvandoci da un corto circuito, perché chi lo sa come la pensa davvero. A sinistra deducono sia un conservatore di destra, e a destra fa comodo il suo orgoglio tricolore, ma dimenticano che Nino D’Angelo, Napoli e Campania, cioè l’epicentro neomelodico, sono a sinistra. Di certo lui si mostra aperto: «Amo la mescolanza di culture» e ci ripete: «Il mio brano non parla di un amore tradizionale, parla di amore universale. Pe’ mme dove ci sta amore, c’è spazio per tutti».
Intanto il post-Eurovision è già apparecchiato. Il disco “Per sempre sì” esce il 29 maggio: «È il mio incredibile viaggio musicale» dice felice. C’è la lambada, un rap con il figlio Francesco, il duetto latino con Serena Brancale (una Sal-sa), Gigi D’Alessio, la danzereccia “Fuga d’amore” (sulla scia di “Bellissima” di Annalisa), “Rossetto e caffè” che lo ha rilanciato. Più tour in Nord America, in Italia arene d’estate e teatri in autunno, un evento speciale a Natale. Uno smoking alla volta, a partire dalla Wiener Stadthalle viennese.
Sal, perfino gli avversari cantano il tuo pezzo. Livelli di “adrenilansia” per la finale?
«È bellissimo raccontarsi qui, sentirsi accolti. Sì, io la chiamo così, un misto di adrenalina e ansia che si scatena per un appuntamento così importante. Mai mi sarei aspettato di arrivarci “in orario” (ha 57 anni, ndr)».
Seguivi l’Eurovision in passato?
«Sempre, anche se per un lungo periodo è stato snobbato. Ha il fascino di “Giochi senza frontiere”, mi riporta a quando da piccoli eravamo tutti incollati alla tv per vedere le gare fra nazioni diverse. Ma la musica non è mai competizione e questo è una specie di villaggio sognante».
Rappresenti l’italia o l’idea che ne hanno all’estero? I gesti, il belcanto…
«Ma noi veniamo da lì, dal melodramma, dal belcanto. Non parlo di spaghetti e mandolino, di tricchebballacche, racconto una storia che fa parte dell’umanità, di chi come me s’impegna a mantenere le promesse. È quello che siamo ma che non vogliamo essere. Io sono italiano, e voglio fare ciò che sono. Riesce più facile fare l’italiano all’estero che in Italia».
Dopo Måneskin e Lucio Corsi, pare che i giovani sostengano te. Complice il loro desiderio di sicurezza e di futuro?
«Ho sempre vissuto col cuore nel passato e la testa nella modernità: è partendo dal passato che si fanno passi avanti, ma l’amore non è una cosa antica. Le canzoni poi hanno una loro strada e nessuno le può fermare. “Per sempre sì” la cantano danesi, svedesi, tedeschi, chi non capisce la mia lingua. È una canzone positiva, con una forza tutta sua. In più, forse, in questo momento storico la gente ha voglia di certezze, di costruire, di legarsi ai buoni sentimenti. Anzi, ne sente la necessità. Come va va all’Eurovision, ma l’effetto che suscita è di benevolenza. I segnali sono belli».
Domenico Modugno partecipò all’Eurovision tre volte, l’ultima proprio 60 anni fa, prima di partire per il tour americano con tuo padre. Cosa sai di quell’esperienza?
«Era il 1967, all’epoca si partiva in tour in coppia, la star e il cantante di apertura. Modugno, un innovatore, aveva già rivoluzionato tutto e generato un piacere immenso negli ascoltatori con “Volare”. Papà riscuoteva molto successo, fra loro all’inizio c’era una sana rivalità. Il feeling scattò la sera in cui papà cantò con particolare intensità un classico partenopeo, Modugno lo spiava dalle quinte. A fine esibizione gli diede una pacca sulle spalle e disse: “A napoletà, tu sei uno che entra nel cuore. Mi hai fatto commuovere”. Nacque una grande amicizia. Papà rimase negli Stati Uniti perché fu scritturato dalla United Artists. Passò per poco a Napoli e tornò in America, mia madre in quel passaggio rimase incinta, e siccome non si sapeva se lui sarebbe tornato in Italia, decisero di farmi nascere a New York».
A tuo padre, in arte Mario Da Vinci (la gavetta è dinastica: lavoratore nei campi, garzone al bar e in macelleria, posteggiatore, principe della sceneggiata dagli anni ’70, voce nel film “L’amore molesto” di Mario Martone) dedichi la canzone più dolente del nuovo disco.
«”Voglio ancora amarti” la scrissi dopo la sua morte, quando il tempo si è fermato. La cantavo nel mio spettacolo “Stories”. È arrivato il momento giusto per condividerla».
E’ vero che eri una promessa della batteria e non pensavi di fare il cantante?
«Me ne sono innamorato subito, ancora non cantavo ma già recitavo. Con una scatola di cioccolatini convincevo il batterista a farmi suonare sul numero degli attori più brillanti. Mi feci regalare la batteria del batterista dell’orchestra. Passavo i pomeriggi a suonarla sui dischi di Pino Daniele. L’ho studiata seriamente. Poi mi sono avvicinato al pianoforte, per scrivere canzoni per altri. Quando ho scoperto di avere la voce, me la sono suonata e cantata».
A settembre sono 50 anni dalla tua prima volta sul palco con “Miracolo ‘e Natale”, dove interpretavi tuo fratello, che è ipovedente e fa il pianista. Che ricordi hai?
«Dunque, la sceneggiata funzionava così: presentavi una canzone e, se piaceva, la sviluppavi in un intero spettacolo. Era ispirata alla storia di mio fratello Gino, ma mia madre non ci voleva marciare su. Non voleva ci fosse lui in scena. Toccò a me. Io che rompevo le scatole perché volevo fare quello che faceva mio padre, mi ritrovai finalmente come lui a teatro per tre repliche al giorno tutti i giorni. Avevo 7 anni».
Per tutti eri o’ nennillo, lo scugnizzo strappacore.
«Da gioco istintivo di un bambino, stare sul palco divenne un’esigenza».
Nel 1994 vinci il Festival italiano di Mike Bongiorno. La tua canzone “Vera”, coverizzata in Sudamerica, vende oltre 4 milioni di copie. Eppure nel 1998 faticavi a mantenere la famiglia. Non facevi serate, vendevi collanine. Come si spiega?
«Non c’erano i social che possono spingere i progetti anche senza andare in tv. Avevo vinto un festival della concorrenza, quindi in Rai passavo poco. Oggi, per fortuna, non è più così. Facevo dischi, andavo in classifica radiofonica, ma nessuno conosceva la mia faccia. Poi, sicuramente, è pesata qualche scelta sbagliata. Ero alle prime armi in un ambiente che non conoscevo».
Da quel periodo di buio hai imparato a stare coi piedi per terra?
«Ma io sono sempre stato così. Non ho mai svalvolato, non mi sono mai perso. Mi sono sempre fatto volere bene, perché sono attento al pubblico e ai rapporti, è carattere certo, ma lo impari anche a teatro. E al teatro tornai, accettando il ruolo da protagonista in “L'opera buffa del Giovedì Santo”. Me lo propose Roberto De Simone, il Maestro. Pensa che mi ha sempre dato del voi. Lui a me! Poi arrivò il ruolo in “C’era una volta… scugnizzi” di Mattone-Vaime, un successo enorme».
Una sera a vederti c’era Dalla. Ti invitò a Capri per fare un concerto per gli ormeggiatori.
«E a bordo della sua barca registrammo un omaggio a Carosone. Condividevamo l’amore per Napoli, per la canzone napoletana e per il mare. Lucio scriveva poesie disarmanti, era magico, viveva di sana follia».
Non aveva pregiudizi verso di te?
«Assolutamente no. I pregiudizi sono degli ignoranti, e l’ignoranza tenne ‘na scala gerarchica: sopra quelli che ci vivono dentro, sotto quelli che la attraversano e dopo un po’ ne escono. C’è chi genera pensieri troppo snob, chi non vuole far sapere che si commuove su un brano dei Pooh, di Nino D’Angelo, Michele Zarrillo, Gigi D’Alessio. Ma pecché? Che male c’è? A me la musica me deve fa vibrà. Va bene qualsiasi nome, qualsiasi genere, se mi emoziona».
Ecco, tu che musica ascolti?
«Jazz, blues, rock, trap, tutto. Se mi prende la legittimo, ma dentro di me. Se non mi piace, non la distruggo, non la condanno».
In passato tu e Renato Zero avete collaborato molto. Nel nuovo brano “Una lettera e un mazzo di rose” c’è quel “lui chi è?” che rimanda al suo “triangolo”. Lo hai considerato?
«Nel brano respingo l’intrusione di una terza persona nella coppia, un tema familiare a tutti. Non avevo pensato a Renato, che stimo molto. È un altro che persevera nella verità, non guarda alle dinamiche della popolarità, è generoso, autentico. Anche lui ha una sana follia, ma forse è un pregio suo, di Dalla, e un po’ di tutta quella classe lì».
Stai scrivendo un libro sulla tua vita?
«Sì».
Dici che quello che ti sta accadendo era un sogno troppo grande anche per essere sognato. Adesso che sogni avrai?
«Non finiscono mai. Vorrei fare un album con artisti internazionali, condividere il mio linguaggio musicale con Michael Bublé, Tiziano Ferro, Laura Pausini, Luis Miguel: mi è piaciuta la sua serie tv e poi mi riporta all’adolescenza, andai a vederlo in concerto a Ischia nel 1985».
Sono sogni, puoi anche esagerare.
«Allora un duetto con Bad Bunny, ma il massimo sarebbe con Bruno Mars: uà, è fantastico, e basso quant’a me».
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