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Robbie e Morrissey: il difficile mestiere di restare (brit)pop

22.01.2026 Scritto da Gianni Sibilla

Artisti polemici o arrabbiati con i meccanismi della musica odierna: c'è chi prova ad aggiornarsi cimentandosi in (improbabili) balletti su TikTok, chi pubblica contenuti a raffica sui social, chi infarcisce album e singoli di duetti/featuring con colleghi più giovani. C’è chi appare palesemente disorientato dal funzionamento delle classifiche e dei media musicali e non si capacita di non essere più una star come 20 anni fa, mentre c’è artisti della gen z fanno gli stadi al primo album.
Poi c’è Robbie Williams: invece che tingersi i capelli e far finta di essere ancora negli anni ’90, usa il suo spazio non solo per fare musica, ma per raccontare le storture di un mestiere come 30 anni fa non poteva fare.

“Britpop”, il nuovo album uscito – più o meno – a sorpresa la settimana scorsa, è solo il punto di arrivo di un percorso interessante. Ed è ancora più interessante che una delle canzoni più belle del disco sia stata scritta con il vecchio compagno Gary Barlow e sia dedicata a Morrissey, l’anti-star per eccellenza. Quello a cui i fan degli Smiths perdonano (quasi) tutto: i concerti annullati all’ultimo minuto senza un vero motivo, le liti continue con le case discografiche che hanno portato ad annunciare album poi mai usciti, le posizioni politiche discutibili. Un divo perennemente incazzato con il mondo.

Invece Robbie negli ultimi anni è diventato trasparente nella sua fragilità: una docuserie per Netflix che ha raccontato la sua storia tra luci e ombre, un biopic in cui si è rappresentato come una scimmia ammaestrata, un profilo Instagram in cui si mette (metaforicamente) a nudo. E poi un album che è dichiaratamente “quello che avrei voluto fare quando sono uscito dai Take That”. Lo avesse fatto allora, sarebbe stato un disastro: la sua uscita dalla boy band fu un dramma internazionale e le prime mosse soliste vennero accolte con sospetto, quando non con fastidio. Canzoni come “Angels” ci hanno messo un po’ di tempo a diventare dei classici.
Oggi invece può permettersi di fare un disco che gioca apertamente con i suoni e l’immaginario degli anni ’90, di citare Nirvana ed Elastica nelle canzoni, di tornare a scrivere con Gary Barlow, di firmare un brano con Gaz Coombes dei Supergrass, di suonare con Tony Iommi dei Black Sabbath. E di inserire una canzone che recita: “Morrissey is talking to me / Talking to me in code”.

“Morrissey” è teoricamente una canzone scritta dal punto di vista di uno stalker, ma l’attacco sposta subito il fuoco: “I like the singer / He’s a little eccentric / He did an interview / I think what he meant was / I’m lost I’m lonely I’m hurt I’m abused / I need love baby, just like you / I’m isolated, deserted and friendless / but the beat goes on, and it feels tremendous”.
È difficile non leggere in queste righe qualcosa di più di un gioco narrativo: c’è dentro la solitudine percepita dell’artista adulto, della popstar che ha attraversato il successo e ora deve fare i conti con un sistema che funziona diversamente, con un’attenzione frammentata, con un’idea di rilevanza che passa soprattutto da strumenti che si fa fatica a maneggiare se non si è nativi digitali.
Non a caso il tema ritorna più volte in “Britpop”. In “All my life” canta “And I know I’ll die, but I’ll never leave the stage”: una frase che suona come l’altra faccia di “Let me entertain you”, non più l’urlo di chi vuole prendersi tutto, ma la constatazione lucida di chi sa che il palco è un destino, ma anche una maledizione. “My life is based on a true story / One of dreams, chaos and audacity”, recita sempre la canzone. La distanza con Morrissey – e con molti suoi coetanei – diventa evidente: non tanto nel talento o nel carisma, quanto nel modo di vivere questo nuovo presente, dove conta l’economia dell’attenzione dei social media più che le canzoni. Morrissey è in continua lotta con il presente, Robbie lo accetta, lo metabolizza e lo trasforma in racconto.
A completare il quadro, qualche settimana fa sui suoi social è comparso un video in cui Robbie “fa” Morrissey, sulle note di "Suedehead": stesso tono, stessa postura, stessa superiorità ostentata. Non è una presa in giro cattiva: è un imitazione come forma di comprensione, l’ironia come strumento di sopravvivenza.

Robbie non ha perso l’ambizione:  in fin dei conti l’uscita del disco è stata spostata per andare al numero 1 e battere il record dei Beatles . Ma un panorama musicale che sembra chiedere agli artisti maturi di scegliere tra nostalgia e rancore, la sua non è solo una strategia, è racconto che punta su autoironia, accettazione e consapevolezza del ruolo. Una forma di saggezza pop.

Ah, poi “Britpop” è un gran bel disco, con canzoni come una volta – il che non è scontato, ma è pur sempre la base di tutto. Speriamo che anche il nuovo disco di Morrissey sia all’altezza. Arriverà il 6 marzo, lo stesso giorno dell'unica data italiana. Allora gli perdoneremo tutto un’altra volta. Sempre che non venga annullata


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