Quando, nel 1974, i Genesis pubblicarono "The Lamb Lies Down on Broadway", portarono il rock in un territorio narrativo e sonoro ambizioso e spiazzante: un doppio concept album che racconta il viaggio onirico di Rael attraverso New York, in un sottobosco di immagini mitiche e urbane. A distanza di oltre 50 anni, quel disco è rimasto un unicum — tanto venerato quanto difficile da rimettere in scena senza scadere nel reverenziale. È qui che entra in gioco il progetto di Nick D'Virgilio, batterista e cantante noto nel mondo progressive per la sua militanza negli Spock’s Beard, nonché membro fisso dei Big Big Train: una rilettura che, con lo spirito del tributo "da fan", prova a dare nuova vita al canto del cigno di Peter Gabriel, reinterpretandolo con strumenti e sensibilità contemporanee.
Dalla prima uscita al nuovo rilancio
La versione originale del tributo di D’Virgilio, intitolata "Rewiring Genesis – A Tribute to The Lamb Lies Down on Broadway", era apparsa nel 2008 come un lavoro che cercava di riprodurre e al tempo stesso di riassemblare i frammenti del capolavoro gabrieliano. Il disco ha ricevuto negli anni recensioni contrastanti, ma al contempo ha costruito attorno a sé una piccola comunità di ascoltatori curiosi, grazie anche ad arrangiamenti non scontati.
Nel 2025 D’Virgilio ha deciso di tornare sul progetto con una rimasterizzazione e nuovi overdub, trasformando l’album in una versione “aggiornata”, con nuovi mix, parti registrate ex novo e ospiti di prestigio. Il rilancio non è un semplice restyling, ma è pensato per dialogare con il cinquantenario dell’originale.
Steve Hackett ed Abbey Road
La nuova edizione si distingue per alcuni tasselli che, sulla carta, le conferiscono senza dubbio una certa autorità: tra questi l’apporto di Steve Hackett, che ha registrato nuove parti di chitarra per il progetto, e una sezione d’archi incisa ad Abbey Road, collocando il tributo su un terreno sonoro più ampio e iconico. Le tracce rimesse a lucido includono anche nuovi arrangiamenti di fiati e di sezioni orchestrali che mirano a esaltare aspetti melodici più soffocati nell’originale; infatti, le scelte ritmiche sono state ripensate per dare più respiro a determinati passaggi.
L’approccio, tra fedeltà e novità
D’Virgilio non sceglie la strada del tributo pedissequo. Il suo approccio è dichiaratamente interpretativo: mantiene la trama narrativa e i temi principali, ma li rivisita attraverso timbri moderni e arrangiamenti che a volte accentuano l’aspetto grottesco o cinematografico del racconto. Brani come "Counting Out Time", che lo stesso D’Virgilio indica come uno dei suoi pezzi preferiti su cui lavorare — e a cui è stato dato un tocco jazz alla New Orleans — mostrano come l’operazione sposti il focus da mera riproposizione a reinvenzione.
Questo approccio crea momenti riusciti — dove la cura per i dettagli orchestrali è veramente apprezzabile — e altri meno convincenti, nei quali la personalità dell’interprete sovrasta la delirante ambiguità dell’originale. È un rischio calcolato: D’Virgilio tende a privilegiare la chiarezza narrativo-musicale rispetto alla fitta stratificazione simbolica di Gabriel. Il risultato è un "Lamb" più immediato, ma di conseguenza privo del fascino del mistero.
Perché proprio D'Virgilio?
Nick D'Virgilio ha spalle abbastanza larghe da potersi permettere di mettere mano al repertorio dei Genesis? La risposta è: sì. D'Virgilio fu uno dei due batteristi scelti per sostituire Phil Collins nell'incisione di "Calling All Stations", nel 1997. Ha dalla sua il rispetto del fan di vecchia data e un grande talento riconosciuto dalla band stessa. Certo, la sua voce non è quella di Gabriel: ha una timbrica più pulita, meno teatrale, e questo cambia inevitabilmente il timbro emotivo dell’opera; dal punto di vista ritmico, però, il lavoro del batterista è tecnicamente inappuntabile, e reinterpreta alcune sezioni con groove differenti, districando passaggi che nel 1974 erano (volutamente) ambigui.
I nuovi mix e la rimasterizzazione puntano a dare maggiore definizione agli inserti orchestrali e a rendere l’ascolto complessivo più contemporaneo. Il desiderio di celebrare quello che in un certo senso è l'album più importante dei Genesis è assolutamente condivisibile, e se a farlo è un musicista di talento come Nick D'Virgilio — peraltro aiutato da Hackett — il risultato merita comunque di essere approfondito. Il bello dei capolavori è che mantengono fertile e vivo il terreno, anche a distanza di mezzo secolo.