Ci sono voluti quindici anni prima che i Foo Fighters tornassero in concerto a Milano. Da quell’ultimo passaggio milanese nel 2011, seguito da altri quattro show italiani, con il più recente andato in scena a Firenze nel 2018, per Dave Grohl e soci è successo di tutto. Per questo la giornata del 5 luglio all’Ippodromo SNAI La Maura di Milano, nell'ambito degli I-Days, assume il peso delle grandi occasioni. Per il frontman della band, i 65mila spettatori diventano fin dalle prime battute i “ragazzi tutti pazzi”, come li chiama Grohl improvvisando un italiano dal tono divertito, mentre dal palco lancia un avvertimento che suona insieme come una sfida e come un regalo: “Ci aspetta una lunga serata. Suoneremo pezzi vecchi, pezzi nuovi, brani di mezzo e qualche canzone della vecchia scuola”, dice all'inizio del concerto. Sulla carta sembrava l’inizio di una maratona da oltre tre ore di musica, come spesso accade nei concerti del gruppo, e invece la serata si fermerà a due ore e mezza, con alcune canzoni lasciate fuori rispetto alle date precedenti del tour “Take Cover 2026”. Resta però il fatto che i Foo Fighters tornano a Milano con l’idea di non risparmiarsi, dentro una giornata che funziona anche prima del loro ingresso in scena, grazie a due aperture centrate come quelle di Fat Dog e Idles.
Una domenica agli I-Days, si parte con Fat Dog e Idles
La domenica degli I-Days comincia nel pomeriggio, con i fan già accalcati ai cancelli e pronti a sfidare il caldo per conquistare le prime file. L’afa resta una presenza concreta, come spesso accade nei grandi eventi estivi a La Maura, ma rispetto ad altre occasioni qualche passo avanti si vede. Il pubblico può portare all’interno bottigliette d’acqua da mezzo litro senza tappo e borracce in plastica o silicone con il tappo, mentre nell’area sono disponibili postazioni per riempirle gratuitamente. Non basta ancora a far pensare agli standard di certi grandi festival europei, dove la gestione del caldo e dei flussi sembra spesso più naturale e capillare, ma almeno la direzione è quella giusta e permette alla giornata di iniziare con meno fatica del previsto.
Ad aprire davvero le danze sono i Fat Dog, band inglese tra le più folli in circolazione, come li ha definiti l'NME, e già questo basterebbe a spiegare l’effetto che producono su un palco ancora immerso nella luce del pomeriggio. Accanto al cantante Joe Love, anche Ellis D, Chris Hughes, Morgan Wallace, Michael Dunlop, Dillon Harrison e Jed Bevington si prendono il proprio spazio, trasformando il set in una piccola esplosione scomposta di punk, elettronica, fiati e fisicità. “Smile and Wave” mette subito in movimento il pubblico più curioso, “Shit Love” e “Bad Dog” confermano il carattere sgraziato e teatrale del gruppo, mentre “Cancel Me (I’m Tired)”, “Wither” e “Running” chiudono un concerto breve ma efficace, costruito più sull’impatto che sulla precisione. I Fat Dog non cercano la misura, e proprio per questo funzionano. Sembrano arrivati per sporcare il pomeriggio prima che la giornata prenda una forma più definita.
Lasciandosi alle spalle il sole più duro, salgono poi in cattedra gli Idles, e il loro concerto ricorda che un palco può ancora essere un luogo di ideologie e attivismo, di pensiero e di appartenenza. Mark Bowen è il primo a correre in scena, con il suo abito viola e un’energia da corpo lanciato senza freni, e sarà uno dei più scalmanati dell’intera giornata, tra corse, smorfie, chitarre agitate e tuffi nel pubblico. Quando presenta Joe Talbot, arriva persino a intonare “Nothing Compares 2 U”, come se anche l’ironia facesse parte dello stesso rito fisico. Talbot, dal canto suo, resta una mina di parole, idee e presenza scenica, ma non rinuncia alla battuta. “Grazie Italia, per accoglierci nel tuo bellissimo Paese. Grazie mille Milano, per l’ossobuco”, scherza davanti a un pubblico che lo segue anche quando l’irruenza della band diventa più frontale.
Gli Idles partono con “Levitator” e non abbassano quasi mai la pressione. “Never Fight a Man With a Perm”, “Mother” e “Gift Horse” riportano la loro musica in quella zona in cui il post-punk sembra ancora una collisione, ma non soltanto un esercizio di rabbia. Negli ultimi anni, soprattutto con “Tangk”, la band ha imparato a far convivere l’urgenza con un’idea più scoperta di empatia, e dal vivo questa trasformazione non smussa gli spigoli. Li rende semmai più pesanti, perché sotto il rumore si sente una volontà di tenere insieme le persone. “Car Crash” e “War” mantengono il concerto in tensione, “The Beachland Ballroom” apre una crepa più emotiva, “Danny Nedelko” trasforma la folla in un coro, mentre “Rottweiler” chiude come una scarica. Gli Idles continuano a far rumore, ma il punto non è soltanto l’urto. È la possibilità di scontrarsi senza perdersi.
L’ennesimo ritorno dei Foo Fighters
Se si contassero le volte in cui negli ultimi quattro anni sono state usate le parole “rinascita” e “ritorno” parlando dei Foo Fighters, si perderebbe il filo. Dopo la pandemia, che aveva fatto saltare l’appuntamento inizialmente fissato a Milano per il 2020, la band ha subito un brusco stop con la morte di Taylor Hawkins nel 2022. La scomparsa del batterista e migliore amico di Dave Grohl - seguita dalla perdita di sua madre Virginia - è stata probabilmente la botta più dura tra quelle che hanno colpito il gruppo nella sua storia recente, e i Foo Fighters sono riemersi da quel dolore poco alla volta. Con “But Here We Are” (qui la nostra recensione), il primo album pubblicato dopo la morte di Hawkins, la band sembrava finalmente tornata in carreggiata, con Josh Freese dietro alla batteria durante il ritorno in tour e un disco che trasformava il lutto in una forma di resistenza emotiva.
Poi la corsa si è interrotta di nuovo, questa volta a causa dello stesso Grohl, diventato padre di una bambina nata fuori dal matrimonio e finito al centro di una frattura personale che ha avuto inevitabili conseguenze anche sull’immagine pubblica della band. A quel punto, solo un motivo forte poteva rimettere in moto i Foo Fighters. Grohl è tornato a suonare in pubblico alla batteria per la !reunion dei Nirvana" al FireAid e per l’evento dei 50 anni del “Saturday Night Live”, poi ha rimesso insieme anche i pezzi della sua band. Non tutto è filato liscio, a partire dal licenziamento improvviso di Freese. Alla batteria è arrivato Ilan Rubin, già nei Nine Inch Nails, mentre proprio Freese è entrato nella band di Trent Reznor. Il cambio di formazione ha però coinciso con una nuova spinta creativa e con l’arrivo di un nuovo album in studio, “Your Favorite Toy” (qui la nostra recensione). È da lì che i vecchi compagni Dave Grohl, Nate Mendel, Pat Smear, Chris Shiflett e Rami Jaffee sono ripartiti insieme al nuovo arrivato, il cui coinvolgimento nella realizzazione del disco è la novità che più di altre ha segnato questo nuovo corso.
Sul palco degli I-Days, infatti, Grohl e i suoi compagni entrano correndo, senza freni, come se la maniera migliore per raccontare l’ennesimo ritorno fosse non fermarsi nemmeno a spiegarlo troppo. Resta però un’assenza evidente, e del nuovo album la band sceglie di non far ascoltare neanche un brano, lasciando fuori persino singoli che avrebbero meritato almeno una possibilità in scaletta, a partire da “Caught in the Echo”. Nelle date precedenti del “Take Cover 2026” avevano trovato spazio anche “Window”, “Of All People”, la title track “Your Favorite Toy” e “Unconditional”, mentre a Milano il disco resta fuori dalla porta. È il limite più chiaro di una serata pensata come grande festa collettiva e come attraversamento della carriera, più che come presentazione di una fase nuova. L’energia e il coinvolgimento che investono il pubblico per tutta la durata del concerto permettono comunque di assorbire la rinuncia, e se la sensazione è che a “Your Favorite Toy” non è riservata grande attenzione ai live.
La lunga corsa dei Foo Fighters a Milano
Sono fumogeni rossi, accesi alle estremità alte del palcoscenico e spinti verso il cielo, a segnare l’inizio della serata. Il logo della band si illumina sullo schermo in fondo alla scena e il concerto milanese dei Foo Fighters può cominciare rispettando il rito che Grohl e soci portano avanti da anni. Come una corsa che non vuole interrompersi, tutto parte immancabilmente da “All My Life”. Sono le 20.17 e la risposta dell’Ippodromo è immediata, perché ci sono concerti in cui bastano pochi secondi per ricordare quanto una band sia ancora una goduria da vedere dal vivo. I Foo Fighters appartengono a quella categoria. Non sorprendono sempre, non cambiano pelle a ogni passaggio, ma quando attaccano con quella miscela di volume, generosità e mestiere, il pubblico entra subito nel loro spazio.
“The Pretender” arriva presto, come un altro colpo diretto, e “Times Like These” allarga il respiro della serata senza rallentarne davvero il passo. “Rope” e “Stacked Actors” riportano al centro la tenuta muscolare della band, mentre “My Hero” e “Learn to Fly” confermano la forma da grande "best of" di un concerto che guarda più alla storia che al presente discografico. È qui che si vede anche il senso di comunità che riesce a crearsi sotto al palco dei Foo Fighters. Tra il pubblico ci sono soprattutto adulti che hanno attraversato con queste canzoni una parte lunga della propria vita e che sono ancora i primi a far partire poghi e circle pit, ma intorno si vedono anche ragazzi, gruppi più giovani e qualche bambino con i genitori. I Foo Fighters, in fondo, funzionano ancora così, tenendo insieme chi li ha seguiti negli anni Novanta, chi li ha scoperti con i grandi singoli radiofonici e chi li incontra oggi come una specie di istituzione rock capace di restare fisica.
“Stasera proveremo a suonare più canzoni possibile. Ne abbiamo centocinquanta. Le volete tutte? No, mi dispiace”, scherza Grohl a un certo punto, prima di spiegare che la band suonerà brani arrivati dagli ultimi trentuno anni. Il giorno prima, infatti, ricorreva l’anniversario del primo eponimo album dei Foo Fighters, pubblicato nel 1995. “Stasera festeggiamo”, dice, e subito dopo parte “These Days”, da “Wasting Light”, con quel suo modo di tenere insieme malinconia, spinta e consapevolezza del tempo che passa. Grohl è il solito chiacchierone, anche se a Milano non si concede davvero lunghe pause o troppe divagazioni. Cammina meno del solito verso le estremità del palco, saluta il pubblico quando serve, ma riporta spesso tutto alla musica. Come se anche lui sapesse che la serata ha una scaletta fitta, un passo da mantenere e una promessa da onorare almeno in parte.
Prima di “This Is a Call”, però, il frontman si ferma a ricordare le sue prime esperienze in Italia con gli Scream. “Ragazzi tutti pazzi, state bene?”, ripete in italiano ridendo, prima di raccontare quando, "da giovane, figo e punk", veniva a suonare nel nostro Paese con la sua vecchia band. "All’epoca, l’Italia era il miglior Paese per le band punk rock", sottolinea Dave Grohl: "Sarà stato il 1988 quando siamo venuti qui e avevo imparato a dire poche cose in italiano. Ora, le ho appena dette tutte, mi dispiace, le ho già finite. Però stasera sono qui tutti i miei amici dei vecchi tempi del punk rock, di quando suonavamo al Leoncavallo, al Prenestino, a Bologna, a Pisa, e in tutti quei vecchi centri sociali autogestiti di allora. Mando un saluto a tutta la mia famiglia italiana".
Anche “No Son of Mine” viene caricata di un senso tutto live. Sull’attacco del brano Grohl si accorge di una ragazza che sta male tra il pubblico, interrompe il flusso, chiama i soccorsi e poi riparte quando la situazione è sotto controllo. È uno di quei momenti che spezzano il concerto senza svuotarlo e il pezzo, una volta ripreso, torna nella sua forma più dura e si chiude con l’immancabile citazione di “Ace of Spades” dei Motörhead e l’omaggio diretto a Lemmy. A quel punto Grohl decide che è ora di respirare. “È il momento di prendere un attimo fiato”, dice il frontman imbracciando la chitarra acustica prima di “Wheels”, che apre una parentesi apparentemente più tranquilla, poi proseguita con “Marigold”, prima di ricaricarsi con “Big Me” e “Under You”. “La Dee Da” e “Run” riportano la band dentro il rumore, poi arriva il momento che Grohl presenta come una jam e che serve anche a raccontare chi sono oggi i Foo Fighters sul palco. Il frontman introduce i compagni ricordando le rispettive prime band e invitandoli a suonare o cantare pezzi dei loro anni formativi. Chris Shiflett diventa protagonista alla chitarra e al microfono con “Invincible” dei No Use For A Name, Nate Mendel guida la band dentro “Seven” dei Sunny Day Real Estate, Rami Jaffee riporta tutti al passato dei Wallflowers con “One Headlight”, Pat Smear riapre la porta del punk con “Manimal” dei Germs e Ilan Rubin lascia per qualche minuto la batteria a Grohl per imbracciare la chitarra e suonare “Tap Dancing in a Minefield” dei New Regime. È un passaggio lungo e racconta bene l’idea di famiglia musicale che la band continua a portare in scena. Sul finale, buona parte del pubblico giura anche di riconoscere, nelle ultime battute suonate da Grohl alla batteria, l’attacco inconfondibile di “Smells Like Teen Spirit” dei Nirvana.
Nella parte finale il concerto torna alla sua forma più riconoscibile. “The Sky Is a Neighborhood” alza di nuovo lo sguardo, “Monkey Wrench” e “Breakout” fanno esplodere il pubblico come da copione, mentre “Aurora” resta il momento più emotivo, inevitabilmente legato alla memoria di Taylor Hawkins e alla sua storia dentro la band. “Best of You” chiude il set principale come una liberazione cantata da tutto l’Ippodromo, prima di una pausa breve e dei bis. “Exhausted” recupera le origini con un peso più scuro e meno celebrativo, poi “Everlong”, suonata in elettrico con tutta la band al completo, chiude la serata nel modo più atteso. Prima del saluto, Grohl racconta che il giorno dopo sarà agli I-Days da spettatore per Queens of the Stone Age e System of a Down, poi lascia al pubblico una promessa più che un congedo. “Spero che potremo tornare presto. Vorrei addirittura tornare già il prossimo anno”. Quando scattano le 22.49, i Foo Fighters spariscono nel backstage, mentre Milano si prepara a tornare a casa portandosi con sé quello che la band è sempre stata suoi momenti migliori.
Scaletta, Milano - 5 luglio 2026
All My Life
The Pretender
Times Like These
Rope
Stacked Actors
My Hero
Learn to Fly
These Days
Walk
This Is a Call
No Son of Mine
Wheels
Marigold
Big Me
La Dee Da
Run
Invincible / Seven / One Headlight / Manimal / Tap Dancing in a Minefield
Monkey Wrench
Breakout
The Sky Is a Neighborhood
Aurora
Best of YouBIS
Exhausted
Everlong
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