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Quando i Deep Purple hanno fame, il risultato è garantito

06.07.2026 Scritto da Lucia Mora

I Deep Purple non sembrano conoscere il significato della parola "pensione" (per fortuna). A meno di due anni dal precedente =1, la leggendaria formazione britannica torna con SPLAT!, ventiquattresimo album in studio. Prodotto ancora una volta da Bob Ezrin — sesto capitolo di un sodalizio fondamentale iniziato nel 2013 con Now What?! — il disco è una lastra di solido hard rock venato di prog, suonato da musicisti che hanno ancora fame e voglia di sporcarsi le mani in studio.

Il concept: metamorfosi e responsabilità

Da un'idea del cantante Ian Gillan, SPLAT! esplora un tema affascinante: la fine dell'umanità non intesa come un'apocalisse cruda e distruttiva, ma come una transizione, una metamorfosi oltre l'esistenza fisica. È un concept che eleva l'album: il rock può anche mantenere un peso intellettuale e una responsabilità narrativa sul presente.

Gillan riempie i tredici brani di racconti ammonitori, cadute in disgrazia e riflessioni sull'invecchiamento, gestendo i propri limiti fisici con una maturità esemplare. La sua performance è una lezione di stile: suggerisce una passione bruciante attraverso toni caldi e sicuri, senza aver bisogno di rincorrere acuti impossibili che farebbero più tenerezza che impressione.

Essenziali e implacabili

Se un tempo la band dilatava i brani in lunghe jam, SPLAT! vanta un'economia compositiva: nessuna traccia supera i cinque minuti. Questa sintesi non castra la creatività, ma la condensa. L'energia e il neoclassicismo del chitarrista Simon McBride (ormai perfettamente a suo agio dopo aver raccolto la pesante eredità di Steve Morse) si incastrano alla perfezione con le tastiere di Don Airey. L'organo Hammond resta il centro di gravità, ma l'arrangiamento si espande: Airey inserisce fraseggi di piano quasi jazz in Guilt Trippin' e Jessica's Bra, e incursioni nei sintetizzatori in Sacred Land. I due solisti si scambiano colpi con una precisione chirurgica, richiamando per intensità i duelli dell'epoca d'oro, ma con l'eleganza di chi non ha più nulla da dimostrare.

Scendendo nei dettagli della sezione ritmica, il lavoro di Ian Paice è encomiabile. Registrando tutti insieme nella stessa stanza per preservare il respiro del live, la band evita la freddezza da metronomo puro. Paice pesta ancora con una solidità impressionante, spingendo il brano con un groove implacabile che non ha perso un'oncia di tiro in oltre cinquant'anni; è stato lui stesso a dirci, infatti, che in questo disco c'è il miglior suono di batteria che abbia mai avuto. Insieme alle linee di basso sempre melodiche e intelligenti di Roger Glover, la base ritmica dà ossigeno alle composizioni.

I brani chiave

Arrogant Boy è stato giustamente scelto come singolo apripista: una scossa elettrica di poco più di tre minuti, un pezzo diretto e compatto che dimostra subito la freschezza della band. In Guilt Trippin' l'arrangiamento si fa più stratificato, l'hard rock lascia spazio e permette a contaminazioni jazzistiche di emergere in superficie.

Diablo è un brano oscuro, impreziosito da dettagli vividi e fortemente cinematografici che uniscono in modo eccellente il suono e l'immaginario visivo. Vanta inoltre un inaspettato quanto azzeccato cameo chitarristico dell'australiano Keith Urban, che si cala perfettamente nella parte senza snaturare il DNA del pezzo. The Lunatic è una buona sintesi della spinta che il gruppo conserva — nonché una godibilissima prova dell'efficacia dell'Hammond nell'hard rock.


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