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(Ri)scoprire i Counting Crows

15.01.2026 Scritto da Gianni Sibilla

Prima o poi rischia di succedere, per caso, a molti artisti più o meno recenti, più o meno storici: una canzone diventa virale e si viene riscoperti. È la musica pop e rock nell’era di TikTok e dei meme, dove questo processo è poco controllabile.
Ma prima ancora, a farci riscoprire gli artisti c’erano le serie TV (“Stranger Things” è la punta di un iceberg bello grosso e presente nell’industria da un paio di decenni), i film e i documentari. E ci sono ancora – così eccoci di nuovo a parlare di una delle migliori band americane degli ultimi 30 anni, rilanciata da un docu, “Have You Seen Me Lately?”, prodotto da HBO e andato in onda a dicembre. Contrariamente a quanto ipotizzavamo, però, non è disponibile in Italia su HBO Max, la piattaforma appena lanciata (peccato: la serie “Music Box”, di cui fa parte, ha titoli notevoli).

C’è invece questa raccolta che funziona come mappa e sintesi delle origini della band, quelle raccontate dal documentario: i primi anni ’90, quelli di “Mr. Jones”, il successo planetario, ma anche l’odio per una band ritenuta – a torto – leggera, melensa e al centro di gossip per via del suo leader.
Adam Duritz: una gran voce, una scritttura intima ed emotiva, lontana sia dal rock muscolare oppure dal nichilismo grunge di quel tempo. Per questo, una figura divisiva, spesso fraintesa, che questa selezione aiuta a rimettere in prospettiva: le canzoni scelte arrivano soprattutto dai primi due album in studio e da “Across a Wire”, doppio live che ne ha cristallizzato la reputazione dal vivo: tre capitoli diversi, ma strettamente comunicanti, che raccontano i lati della band.

La cerniera è il terzo pezzo: la stupenda versione acustica di “Mr. Jones” con “So You Want to Be a Rock ’n’ Roll Star” dei Byrds in apertura, a raccontare come la voglia di fama di quel pezzo si fosse trasformata in una maledizione, ma anche l’unione tra rock e radici che è l’identità musicale della band.

Il punto di partenza resta “August and Everything After”, uno dei debutti rock più importanti degli anni Novanta. Qui il suono è profondamente “roots”, radicato nel grande canzoniere americano, con la produzione di T-Bone Burnett a fare da garante di un’estetica calda, organica, poco interessata alla muscolarità e molto alla narrazione – uno dei momenti più divertenti del documentario è quando qualcuno commenta che il 75% dell’autorità del produttore è data dal nome “T-Bone” – ma in realtà riuscì a far suonare questo album sincero e diretto: dopo una serie di demo dal suono di un album che avevano procurato un contratto alla band, fecero un album che suonava come dei bellissimi demo.
Brani come “Round Here” o “Anna Begins” mostrano già tutto: la voce come strumento emotivo primario, le canzoni che crescono lentamente, la scrittura che guarda a Dylan e Springsteen senza mai ridursi a citazione. “Mr. Jones”, con il suo successo spropositato, è una hit che rischia di oscurare un disco che, ascoltato per intero, è molto più complesso e coerente di quanto la sua fama lasci intendere.

La raccolta mette poi in evidenza il netto cambio di passo di “Recovering the Satellites”. Qui la produzione di Gil Norton (già al lavoro con i Pixies) spinge la band verso un suono più duro, più elettrico, più esplicitamente rock. Le chitarre diventano più spigolose, la tensione aumenta. È un disco che all’epoca è stato percepito da alcuni come pretenzioso, ma che oggi appare soprattutto come il necessario contraltare dell’esordio: meno intimo, più conflittuale, più esposto, anche nei momenti più raccolti come la magistrale ballata “A Long December”, che per il gruppo è l’altra canzone più nota.

A fare da cerniera arriva il materiale da “Across a Wire: Live in New York City”, il doppio live che resta una delle testimonianze più efficaci della band sul palco, diviso in due “facciate”: una acustica, intima, quasi cameristica (registrata per VH1 Storytellers), e una elettrica, tirata, viscerale (per MTV), registrate dopo l’uscita del secondo album. In mezzo qualche uscita di percorso: un lato B, un pezzo di un concerto del ’94. Mancano i famosi demo citati nel documentario (e in parte pubblicati in una ristampa di qualche anno fa), ma l’immagine è completa.

Inserite nel contesto del documentario HBO, queste canzoni acquistano un’ulteriore stratificazione. Raccontano non solo una carriera, ma anche il rapporto complicato tra un artista e il successo, tra esposizione pubblica, vulnerabilità e salute mentale. In questo senso la raccolta funziona come contro-narrazione rispetto all’immagine stereotipata di band “facile” o “sentimentale” che per anni ha accompagnato i Counting Crows.

“Have You Seen Me Lately?” è una sorta di playlist per riscoprire il catalogo di una band che poi ha avuto una storia discografica a fasi alterne, ma dagli esordi folgoranti. Per chi già conosce la band, è un modo efficace per riascoltarla con nuove chiavi di lettura. Per chi arriva dal documentario, è una porta d’ingresso solida e onesta a uno dei repertori più intensi – e più umani – del rock americano degli anni Novanta.


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