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Renato D’Amico e la voglia di rallentare: “Musica è artigianato”

22.08.2026 Scritto da Lucia Mora

In un'industria musicale che viaggia a ritmi bulimici, costantemente fagocitata dall'ansia di esserci e di produrre a ciclo continuo, la vera rivoluzione oggi è riappropriarsi del proprio tempo. Lo sa bene Renato D’Amico, cantautore e produttore siciliano trapiantato in Toscana che, dopo anni trascorsi dietro le quinte del suo studio di registrazione – sua la firma, tra gli altri, sul fortunato disco d'esordio di Emma Nolde – e dopo la parentesi televisiva sul palco di Sanremo Giovani 2025 con Bacio piccolino, ha scelto di tirare il freno a mano. 

Il risultato di questa presa di coscienza è Vita lenta, il suo nuovo EP. Un prodotto discografico, ma anche un manifesto artistico e politico: l'elogio di un ritorno alla dimensione artigianale della musica, maturato dopo l'addio alla frenesia milanese in favore della campagna. Tra la lezione di leggerezza colta del maestro Battiato e l'amore viscerale per la parola e per le proprie radici, abbiamo fatto due chiacchiere con lui per capire come si fa, oggi, a difendere la propria onestà intellettuale.

Perché il cantautore? Quando hai capito che questa era la tua vocazione?

Da ragazzino ho iniziato per sbaglio a suonare una chitarra, perché mio fratello aveva preso qualche lezione e poi mollò. Quindi una domenica ho preso in mano la chitarra e da lì trovai a casa un libricino dove c'erano degli accordi, i testi, ed erano solo di cantautori italiani. Tutto è iniziato da lì. Poi scrivevo delle poesie da ragazzino, e cercavo di unire queste due forme creative. Da lì ho preso un po' la fissa, sia come cantautore sia come produttore, perché mi sono appassionato tantissimo al mondo della registrazione. Come mio principale lavoro ho uno studio in Toscana, da un po' di tempo: è da dieci anni che faccio questo mestiere, quindi poi ho unito il fatto che mi piace scrivere e mi piace registrare delle cose ed è andata avanti così. 

In passato il cantautore era considerato a tutti gli effetti un intellettuale, una guida morale. Andavi a teatro per scoprire la lettura del presente di Gaber, ascoltavi De André per lo stesso motivo. Qual è il ruolo del cantautore oggi?

Credo che non sia cambiato tanto. C'è ancora il cantautore puro, se penso a Dimartino, a Brunori, ma anche a quelli nuovi, un po' più "sciolti". Cioè in qualche modo c'è una sorta di racconto della realtà in maniera personale, con un pizzico di senso critico, o con un pizzico di racconto del presente. Credo che il cantautore, non perché sia oltre o quant'altro, cerchi comunque un contenuto da dover passare. Non credo sia una questione di moda; se penso a generi come la trap o l'hip hop, sfociano anche sull’abbigliamento, una roba proprio culturale. Non è solo musica, c'è anche un modo di vestire per far parte di quel giro lì. Il cantautore lo vedo un po' più anonimo da quel punto di vista lì. Credo nelle canzoni, semplicemente.

Solitamente i cantautori sono indissolubilmente legati ai loro luoghi di origine, che spesso diventano parte integrante di molte canzoni. È così anche per te?

È così anche per me, sì. Nonostante sia una decina d'anni che non sto più in Sicilia, in qualche modo cerco sempre di raccontare le cose un po' come se vivessi ancora là. C'è sempre il mare che ritorna, c'è sempre questa vita lenta che ritorna, c'è l'amore – però l'amore raccontato un po' come se fosse un amore estivo, una cosa fortuita. Quindi credo di sì. Nonostante non sia più legatissimo alla mia terra per una questione di vita e abbia assorbito altri tipi di culture stando un po' in giro, ovviamente credo sia importante per me.

Quando si parla di cantautorato, l'attenzione viene catalizzata dalla parola. Tu tieni più ai testi, alla musica o a entrambe le componenti allo stesso modo?

A entrambe le componenti allo stesso modo, però a livello creativo parto quasi sempre dal testo. Cioè, ci deve essere qualcosa di testuale che mi fa dire: "Ok, figo". Poi da lì parte tutto il resto. Come dicevo prima, scrivo anche per altri, principalmente compongo per altri. Il discorso musicale in realtà mi interessa tantissimo. Solo, non so, sento inconsciamente una sorta di responsabilità nel trovare le parole giuste, più che una melodia che colpisca subito.

Sei uno da prima intuizione o da cento riscritture?

Anche qui, entrambe le cose. Ci sono delle canzoni, come ad esempio l'ultima che è uscita, Nebbia, che ho scritto sei anni fa. E come l'ho scritta in dieci minuti, è rimasta così per tanto tempo. Ci sono altre canzoni che hanno preso vita nel tempo. Non lo so, diciamo che seguo le canzoni. Le canzoni mi dicono cosa devo fare, a volte. Le suono, magari a delle persone fidate, vedo un po' le reazioni e da lì prendo atto e cerco di capire se la canzone ha bisogno di altro, se viene capita, se è arrivato quello che pensavo fosse giusto che arrivasse.

Se avessi l’occasione di suonare davanti a un pubblico enorme e potessi scegliere una sola canzone per dire a tutti chi sei, quale sceglieresti e perché?

In questo momento credo Vita Lenta, perché è nuova e ho tanta voglia di suonarla davanti a delle persone. Un po' perché con la band vedo che ha una doppia funzionalità, nel senso che c'è gente che è d’accordo con il testo e mi dice "è vero". E un po' perché c'è un bel groove, e quando ci sono tante persone, farle ballare non è male.

Vita lenta. È anche una dichiarazione politica, contro il tipo di società in cui viviamo?

Assolutamente sì. È un po' una critica al mondo a cui stiamo andando incontro e fa parte anche di una scelta molto forte che ho preso negli ultimi anni. Vita Lenta è la vita siciliana. Per il mio lavoro sto spesso in giro. Ho abitato per due o tre anni a Milano e da due anni ho deciso, in maniera anche un po' estrema, di aprire uno studio di registrazione in campagna e di cercare di ritornare a vivere come gli artigiani di un tempo. Nella campagna isolata la gente viene, trova il momento dove può avere il suo spazio creativo e io ci sguazzo in questo tipo di vita. Avere la vicina che mi conosce, portare qualcosa al vicino per dire “oh, ho pensato di farti un caffè”, scambiare due chiacchiere anche con persone completamente distanti da me, parlare con altri ragazzi. Lì, nella zona in cui abito, ci sono tanti artigiani che scolpiscono il marmo a mano, che sono del mio stesso anno, quindi classe '98, e mi arricchisce beccare quel tipo di persone lì, perché mi lasciano qualcosa in più e vedo che anche loro, in qualche modo, stanno facendo un inno alla vita lenta.

Come si protegge la propria lentezza, cioè il percorso di maturazione artistica, senza cedere alla fretta di dover dimostrare tutto subito, lasciandosi fagocitare dai social, dalle agenzie, dai programmi…?

Credo che si debba essere – ognuno sicuramente a suo modo – abbastanza onesti con sé stessi. Spesso dico che nella musica, in qualsiasi modo uno la faccia (il produttore, il cantante o qualsiasi altro tipo di mestiere all'interno dell'ambiente), bisogna seguire un po' la propria onestà intellettuale. Il successo viene dopo, quella roba va pensata dopo. Per fare delle cose che possano rimanere, per fare delle cose che possano essere sincere o quantomeno innovative in piccole parti, bisogna un attimo rallentare. Non puoi scrivere un disco in tre mesi, non puoi promuovere un artista in tre mesi, non puoi fare un concerto gigante in tre mesi. Anche quello fa parte della vita lenta. Sembra quasi che si sia smesso di assorbire le informazioni; le elaboriamo in tempi rapidi come se fossimo delle macchine, e allo stesso modo le rigettiamo fuori. Invece i concetti, secondo me, vanno un po' approfonditi.

In Bacio piccolino, c’è una parola che rimanda subito a Battiato: Gurdjieff. La grandezza di Battiato stava anche qui: infilare la citazione colta all’interno di un brano di musica leggera. “Leggerezza non vuol dire superficialità” è la sua lezione più grande?

Sì, credo che lo sia. Battiato per tante persone è stato un artista importante. E non solo lui, ma anche un po' i racconti di Gurdjieff e delle robe che faceva lui, che poi ho approfondito nel tempo. Mi hanno portato a fare i discorsi che faccio adesso. Credo che la leggerezza sia solo una forma per far arrivare un messaggio a chi vede la musica come una cosa leggera. Faccio l'esempio stupido: anche mia madre, che magari non conosceva Gurdjieff, tramite Battiato in qualche modo c'è arrivata. È arrivata a pensare: "Ma io sto pensando a me stessa? Qual è il mio centro?". Quindi ci sono tutta una serie di cose che il maestro Battiato è riuscito a fare in maniera molto trasparente.

Come produttore hai firmato, tra gli altri, il disco d’esordio di Emma Nolde - peraltro fresca vincitrice della Targa Tenco per la Miglior Canzone Singola.

All'inizio abbiamo lavorato molto bene insieme, più che altro perché per un caso fortuito ci siamo incontrati da ragazzini. Nonostante lei fosse toscana e io siciliano, a un talent per ragazzi molto teen ci siamo beccati a Roma. Al tempo ci fu un gran legame musicale. Il primo disco è stata un'esperienza bellissima, avevo circa vent'anni, già lavoravo un po' in studio di registrazione ed ero appassionato. Vedere negli occhi di una ragazzina molto giovane – perché in quel momento lei stava facendo l'esame di Stato – la voglia di affidarsi a me o a un altro collaboratore che lavorò con noi per cercare di creare un disco con degli obiettivi ben chiari, è stato forte. Nel senso che il nostro obiettivo era quello di far sì che dopo la scuola Emma potesse suonare, iniziare a farsi vedere, perché si notava da lontano che c'era la giusta farina nel suo sacco. Ora nel suo percorso, onestamente, ci siamo un po' persi di vista per una questione di vita e di carriere professionali diverse, però il fatto che pian piano il suo nome stia girando, mi fa piacere: per me è solo un onore aver avuto la possibilità di lavorare al suo primo disco.

Sanremo Giovani 2025. Bilancio dell’esperienza?

Diciamo che è stata un'esperienza formativa. Era una delle cose che non volevo fare nella vita. E per la mia crescita cerco sempre di fare le cose che non voglio fare, per poterle criticare da dentro e non solo da fuori. È capitata questa cosa un po' casualmente perché Bacio piccolino era un brano che già esisteva da un po' di tempo, era una canzone che avevo scritto pensando che la potesse cantare qualcun altro. Poi in BMG, per una serie fortuita di casi e conoscenze lavorative, hanno avuto la possibilità di sentire questo brano. Una volta andato in ufficio da loro, sentivo che tutti la canticchiavano. E ho detto: "Proviamo a farlo". Anche perché l'anno successivo non avrei più potuto fare quella esperienza, per questioni di età, e lì mi sono un po' buttato con Carlo Conti e quel brano. L'esperienza televisiva in sé è una cosa che mi ha fatto venire un po' di allergia, perché non è proprio un ambiente mio; mi hanno anche obbligato a ballare, cosa che non volevo fare. La cosa positiva è stato vedere che, almeno per me stesso, non avevo fatto una canzone "a puntino" per quella roba. Vedere che, nella naturalezza di avere una chitarra in mano e scrivere una canzone molto leggera, il brano ha comunque trovato il suo percorso in maniera automatica, è stato bello. Era giusto anche per rispetto alla canzone surfare questa possibilità di visibilità. Facciamolo, vediamo come va.

E oggi, che cosa si costruisce nel cantiere di Renato D’Amico?

In cantiere, molto probabilmente grazie a Vita lenta, c'è Fabiana Martone, ex cantante dei Nu Genea. Le è piaciuta molto, quindi stiamo facendo una nuova versione che si chiamerà Vita lentissima, dove ci sarà pure lei a cantare. Credo che a settembre uscirà una live session dove suonerò con una sorta di big band: suoneremo il pezzo, verrà pure lei e faremo una bella session. Questo per chiudere un po' il percorso dell'EP Vita lenta. Progetti futuri più ampi? Oltre ad altri dischi da produrre, ci sono un po' di canzoni scritte per altri che vedranno la luce dopo tanti anni. Stiamo già lavorando al disco nuovo, stiamo solamente capendo se ha più senso seguire quello che la pancia ci dice, ovvero virare musicalmente su una roba più "smussata", invernale, meno groove, o se perseguire questa strada qua. Le canzoni ci sono, il team c'è: vediamo un po' che cosa succederà.


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