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Raffaella Carrà vista dall’avvocato Malinconico

18.07.2026 Scritto da Franco Zanetti

Qualche settimana fa ho letto tutti i volumi dedicati alle (dis)avventure dell'avvocato Vincenzo Malinconico ("Non avevo capito niente", 2007, "Mia suocera beve", 2010, "Sono contrario alle emozioni", 2011, "Divorziare con stile", 2017, "I valori che contano (avrei preferito non scoprirli)", 2020, e "Sono felice, dove ho sbagliato?", 2022), dai quali è stata tratta anche una serie di telefilm per la TV. Al divertimento della lettura si è sommata la sorpresa di trovare, sparsi qua e là fra le pagine dei libri, dei capitoletti a tema musicale. Incuriosito, ho preso contatto con Diego Da Silva, l'autore, e l'ho intervistato, poi gli ho chiesto il permesso di pubblicare su Rockol alcuni di questi capitoletti.

 

 

Se c’è una canzone, fra quelle di Raffaella Carrà, che non la manda a dire, quella è “Forte forte forte” (1976, di Malgioglio - Bracardi).

Il pezzo, una piacevolissima ballad con sprazzi chitarristici blues alla Clapton, è il disinibito coming out di una donna felicemente consegnata alla poderosa virilità del suo amante.

L’atmosfera è intima, penombrosa, evocativa della leggera tensione che aleggia in camera da letto poco prima di un amplesso; l’andamento caratterizzato da una lentezza apparente, che si muove con sinuosità nella direzione di un crescendo che nel refrain trova completa espressione.

A chiudere gli occhi, s’immagina.

Dopo una brevissima introduzione che pare venire un po’ da lontano (quasi a volerci dire che quello che sta per succedere non è la prima volta che capita), la calda voce di Raffa annuncia la venuta del maschione con una sensualità che lascia pochi dubbi in merito allo sviluppo della faccenda:

 

Quando chiude gli occhi e tocca la mia bocca, lui

sento allora che qualcosa sta arrivando

Poi rimango vuota e ferma in quel momento

non vi dico allora allora cosa sento

 

Siamo nel ’76: dichiarare con tanta nonchalance di restare vuota e ferma in attesa dell’accoppiamento, cioè scegliere in piena consapevolezza un ruolo essenzialmente passivo, lasciando al maschio la leadership della copula, è un atto in spavalda controtendenza rispetto alle nuove acquisizioni che il femminismo sta già energicamente diffondendo in Italia, e che rivendicano sul piano ideologico il diritto al protagonismo della donna nell’atto sessuale, oltre che nella vita di coppia.

La ragazza della canzone, invece, è serenamente disinteressata alle evoluzioni culturali che la circondano, se ne fotte alla grande del mondo che cambia: vuole essere dominata, perché le piace così, e non solo lo dice, ma addirittura celebra le gesta dell’amante abbandonandosi a una specie di gospel:

 

Forte forte forte forte

Mi bacia

forte forte forte forte

Mi tiene

forte forte forte forte

Mi prende

forte forte forte forte

Poi gioca

forte forte forte forte

Mi ama

forte forte forte forte

Poi parla

piano piano piano piano

È fatto cosí

 

Ascoltando la strofa immediatamente successiva abbiamo poi ragione di credere che, senza nulla togliere alla prestanza dei protagonisti (in particolare del conducente), la coppia abbia qualche credito da recuperare, perché lo stallone, a servizio compiuto, si guarda bene dall’assopirsi (come sarebbe fisiologico al termine di una trombata particolarmente energica), ma addirittura si alza per preparare un’altra tazza di caffè – un’altra! – quindi andare a servirlo all’amante prima che faccia in tempo a prendere sonno, ricoprire con qualcosa l’abat-jour (mai sottovalutare l’importanza dell’atmosfera) e passare alla serie successiva di addominali.

A questo punto segue una serie di Nananananananana che ricorda un po’ “Rumore”, ma l’inserto è da leggersi come una citazione, una sorta di marchio di fabbrica carraiano messo lì a certificare il prodotto.

Subito dopo, con un effetto destabilizzante che mai ci saremmo aspettati al termine di una dichiarazione d’appagamento così inequivoca da rischiare di dividere il pubblico in invidiose da una parte e ansiosi da prestazione dall’altra, la protagonista si lascia andare a un down postorgasmico, una depressione da ritorno alla quotidianità che registra con rassegnata insofferenza:

 

Poi domani odio tutto, anche il bene che dà

e mi sento come fossi a mani vuote

 

Odio tutto, anche il bene che dà: sembra un passo indietro, una ritrattazione, la svalutazione di un affetto che, calato nella prassi abitudinaria dei giorni uguali, perde la carica espressiva che libera nell’intimità e diventa poca, inservibile cosa (e mi sento come fossi a mani vuote).

Questa concezione affaticata e pessimistica dell’esistenza è nel sesso che trova riscatto, quasi che soltanto in quel frangente ci fosse la possibilità di una vita meritevole d’essere vissuta:

 

E vi giuro che nessuno può capire com’è

quando lui mi tiene stretta forte forte a sé

 

Questa preminenza attribuita al sesso nella scala dei valori che contano è del resto variamente presente nella discografia di Raffa, e raggiunge l’apice in uno dei suoi più grandi successi, “Tanti auguri” (1978, di Boncompagni-Pace- Ormi), canzone identificata dal grande pubblico con la prima strofa del refrain, Com’è bello far l’amore da Trieste in giù, una vera e propria apologia dell’accoppiamento fine a se stesso, dove la protagonista racconta la gioiosa spensieratezza di attraversare la penisola rimorchiando amanti in lungo e in largo, in campagna ed in città, fuori da ogni discriminazione sociale e augurandosi (come da titolo) che il messaggio d’amore sproblematizzato e rigorosamente antimonogamico che diffonde nel corso del tour italiano raccolga consensi e faccia proseliti:

 

Com’è bello far l’amore da Trieste in giù

Com’è bello far l’amore, io son pronta, e tu?

Tanti auguri

a chi tanti amanti ha

Tanti auguri

in campagna ed in città

Com’è bello far l’amore da Trieste in giù

l’importante è farlo sempre, con chi hai voglia tu

E se ti lascia, lo sai che si fa?

Trovi un altro più bello

Che problemi non ha

 

Più chiaro di così.

 

 

Per gentile concessione dell’editore Einaudi e dell’autore.

 

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