È il gennaio del 1986 quando nei negozi di dischi appare una copertina che lascia i fan del metal un po’ confusi: un deserto, un Tony Iommi solitario e un logo che recita "Black Sabbath featuring Tony Iommi". Sono passati 40 anni dalla pubblicazione di "Seventh Star", un album che è molto più di uno tra tanti capitoli nella discografia dei Sabbath: è il ritratto di un’epoca di transizione, un esperimento di sopravvivenza e, col senno di poi, una gemma sottovalutata del rock melodico.
Un disco solista?
"Seventh Star" non doveva essere un disco dei Black Sabbath. Dopo l'abbandono di Ian Gillan e il fallimento del progetto con David Donato, Tony Iommi si sentiva pronto per la sua prima avventura solista. Voleva esplorare sonorità più blues e hard rock, meno legate all'oscurità del doom (quel tipo di metal con sonorità cupe, lente e pesanti tipico dei primi Sabbath) che lui stesso aveva inventato. Tuttavia, le pressioni della Warner Bros. e del manager Don Arden furono implacabili: il nome "Black Sabbath" vendeva, quello di "Tony Iommi" da solo era un’incognita commerciale.
Il compromesso fu quel sottotitolo bizzarro, featuring Tony Iommi, che riflette l’incertezza creativa del progetto e che rendeva l'album un ibrido fin dalla sua genesi. L'elemento di rottura più evidente fu l'ingresso di Glenn Hughes. L'ex bassista e cantante dei Deep Purple portò una ventata di soul e blues che i fan dei Sabbath non si sarebbero mai aspettati.
Uno strano ibrido
La voce di Hughes è cristallina, molto distante da quella di Ronnie James Dio o di Ozzy Osbourne; è più melodica e versatile, adatta quindi a brani più intimi, come la ballad malinconica e struggente "In Memory" (dedicata al padre di Iommi). Ma è proprio questa diversità a rendere "Seventh Star" un ascolto unico ancora oggi.
La title track è l'unico vero ponte con il passato dei Sabbath: un riff ipnotico, lento, quasi desertico, che evoca atmosfere mistiche. Anche "Danger Zone" non se ne discosta troppo: è un pezzo di hard rock puro, perfetto per le radio anni '80, che dimostra quanto la band fosse (ancora) pronta a competere con i giganti del periodo. In "Heart Like a Wheel", invece, il blues prende il sopravvento. È una jam session di alto livello, dove Iommi dimostra che le sue radici affondano profondamente nel fango del Delta, oltre che nelle acciaierie di Birmingham.
Un'eredità complicata
Il tour che seguì fu segnato dai problemi personali di Hughes (legati alle dipendenze) che lo portarono a lasciare la band dopo poche date, sostituito da Ray Gillen. Questo contribuì a dare a "Seventh Star" l'etichetta di "disco sfortunato".
Eppure, a 40 anni di distanza, la critica e i fan hanno riabilitato l'opera, grazie alla sua maturità tecnica. Eric Singer (futuro KISS) alla batteria offre una performance solida e moderna, la produzione di Jeff Glixman ha resistito incredibilmente bene alla prova del tempo.
Dice Tony Iommi:
È l'album perfetto per chi ama la chitarra di Iommi e vuole sentirla respirare in contesti meno "claustrofobici" del solito.
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