È la domanda che ci siamo posti quando è uscita “The Studio”, la serie di Apple TV + che ha appena battuto ogni record di nomination (23) per una commedia. Compete anche nelle categorie “miglior supervisione musicale” e “migliore composizione originale”, firmata Antonio Sánchez, il “drum boy” già al lavoro in “Birdman”. Non a caso la serie di Seth Rogen è un centrifugato di “I protagonisti” di Altman, “Birdman” e, non sapendolo, di “Boris” e “Call My Agent”. Montaggio e trama frenetici, seguendo le peripezie del neocapo dei fittizi Continental Studios che, da nerd del cinema, parte con l’idea di produrre film d’autore e si ritrova a dover gestire pellicole di assurdi supereroi e zombie con dissenteria, capricci di registi, finti discorsi ai Golden Globes e feste a base di funghetti allucinogeni. I camei sono stellari (Martin Scorsese, Ron Howard, Steve Buscemi, Bryan Cranston, Steve Buscemi, Charlize Theron, Ice Cube, Zac Efron, Zoë Kravitz per citane alcuni) e la trama è la summa della legge di Murphy: ogni soluzione genera nuovi problemi e, se qualcosa può andare storto, lo farà.
Nell’episodio 2 il protagonista fa incursione su un set dove è tollerato solo perché ha un libretto di assegni in bianco e potrebbe pagare i diritti per utilizzare "You Can't Always Get What You Want" dei Rolling Stones. È questo l’oggetto del desiderio. Si è disposti a tutto pur di avere il brano nel film che stanno girando (brano di cui si parla, ma che non si sente durante l’intero episodio). Bisogna far sganciare i soldi al capo degli Studios. Costo dell’operazione: 800.000 dollari. A questo punto lo spettatore si è probabilmente chiesto: è una cifra esagerata, per una serie che punta sulle iperboli, o è una confessione sincera sulle abnormità di Follywood?
Nella realtà, i costi delle licenze variano in base a tanti fattori, tipo la popolarità del brano, la durata, il mezzo (film, tv, pubblicità, streaming). Nel caso degli Stones, una cifra a sei zeri è del tutto possibile: quando Microsoft usò “Start Me Up” per il lancio di “Windows 95” dovette sborsare 3 milioni di dollari. "Thunderstruck" degli AC/DC, inserita nel film “Varsity Blues", fu pagata mezzo milione di dollari. Ma era il 1999: oggi corrispondono almeno al doppio.
Uno non immagina quanto si debba penare per ottenere quel preciso brano che renderà memorabile quella precisa scena. Ci sono artisti che esitano a dare i permessi anche a fronte di offerte marziane. Basta ricordarsi di quando Jack Black affittò un teatro, con centinaia di persone, per registrare il video in cui supplicava i Led Zeppelin di concedergli i diritti di "Immigrant Song" per "School of Rock". Lezione numero uno: se vuoi disperatamente qualcosa, allora prostrati.
La scenata funzionò, e pure la scena del film. D’altronde, negare un consenso a Jack Black avrebbe oltraggiato il massimo esponente dei veneratori del rock. Nessuno sconto invece alle major che hanno tasche profonde: la stessa "Immigrant Song" costò oltre quattro milioni di dollari alla Disney per "Thor: Ragnarok". Il regista Taika Waititi disse che li valeva tutti. La band accettò l’accordo solo dopo aver visto il trailer, assicurandosi che tutto fosse perfetto, e quando il film uscì in sala la canzone registrò un picco di vendite, la canzone risalì in cima alla classifica a quasi mezzo secolo dalla prima pubblicazione.
Sono proprio loro, gli Zeppelin, i più pignoli. Ne sa qualcosa Ben Affleck, che pagò circa un milione di dollari per mettere "When the Levee Breaks" nel film “Argo”, e nemmeno bastò. Dovette aggiungere soldi per un intervento di post-produzione su una scena. Il motivo? In quella già girata, la puntina del giradischi cadeva sul primo solco del vinile, mentre il brano in questione è posizionato alla fine di “Led Zeppelin IV”. Tutto da rifare.
Secondo le testate statunitensi di settore, è abbastanza normale destinare il 10% del budget complessivo di un film alla colonna sonora. “Quasi famosi” di Cameron Crowe sforò di parecchio, spendendo tre milioni e mezzo di dollari solo per la musica, oltre il doppio del solito e del previsto. Eppure, calcoli alla mano, è poco rispetto al numero di canzoni (una cinquantina) e ai nomi che Crowe ha tirato dentro. Probabilmente riuscì a strappare un accordo di favore perché gli artisti volevano assolutamente essere parte del progetto. Commercialmente fu un flop, si spesero 60 milioni per un film che nel mondo ne incassò 47 milioni, ma diventò un cult e comunque vinse l’Oscar per la miglior colonna sonora.
Le amicizie contano, vedi cosa ottenne David Chase nel film "Not Fade Away" chiedendo l’intercessione di Little Steven come supervisore e produttore esecutivo: il sì di Dylan, degli Stones, e, miracolo, dei Beatles. Ecco, i Beatles. Tutti li volevano ma pochissimi li hanno potuti avere. Più che dei soldi, il gruppo aveva bisogno del controllo dell’immagine, perciò si è impegnato in un prolungato “no”, almeno finché non è arrivato il Danny Boyle di “Yesterday”. I Beatles hanno assicurato diciassette brani al film in cui una sola persona sulla terra ricordava che erano esistiti. Forse, conoscendo il loro senso dell’umorismo, hanno voluto accettare l’unico film che li cancellava dalla storia.
A Boyle l’operazione è costata dieci milioni di dollari, sempre meno di quanto costò al produttore Mauro Berardi mettere un’abbozzata “Yesterday” nel film “Non ci resta che piangere”: 70 milioni di lire per permettere a Massimo Troisi di canticchiare “Yesterday, bom-bom…bom bom è la musica, na na na na na na far away”. Vuoi mettere? È incisa nella memoria collettiva, che dura molto più dei dischi.
A proposito, sui titoli di coda dell’episodio di “The Studio”, c’era "You Can't Always Get What You Want" dei Rolling Stones.