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Quando Rino Gaetano compose la sua “Desolation row”

02.06.2026 Scritto da Mattia Marzi

Quando nel 1975 tirò fuori dal cilindro “Ma il cielo è sempre più blu”, Rino Gaetano - per citare i ricordi del collega Ernesto Bassignano - «pascolava da un po’ di tempo» in quella fabbrica di solide realtà, e non di sogni, che era la It, l’etichetta discografica fondata nel 1969 da Vincenzo Micocci in seno alla Rca Italiana di via Tiburtina. Leggenda vuole che il cantautore di origini calabresi un giorno prese una chitarra di undici corde - perché la dodicesima era saltata - e improvvisò quel motivetto. Poi andò da Arturo Stalteri, che a quel tempo suonava come tastierista nel gruppo progressive rock dei Pierrot Lunaire, e gli chiese un giro di accordi di pianoforte come intro che caratterizzasse il pezzo. «Stavolta ha fatto il botto», sussurrarono tra di loro i vari personaggi che si aggiravano nella galassia della piccola casa discografica che aveva l’obiettivo di firmare e lanciare i nuovi talenti della canzone d’autore italiana, parlando di quell’artista bizzarro che si era fatto le ossa sui palcoscenici off e nei teatri per ragazzi delle periferie romane, dove - per citare un comunicato stampa che il promoter Michele Mondella, grande addetto ai lavori di quegli anni magici e irripetibili, avrebbe diffuso tre anni più tardi, quando con “Gianna” Gaetano sarebbe riuscito a conquistare il tempio di Sanremo - aveva «imparato a evidenziare il messaggio con tutti gli strumenti del teatro». Che fosse effettivamente così, cioè che Rino Gaetano avesse fatto effettivamente «il botto» Micocci se ne rese conto subito. Ma quella canzone richiedeva una lavorazione diversa, da quelle che la It era solita pubblicare.

L'aneddoto 

Già, perché, evidentemente ispiratissimo, Rino Gaetano compose un brano che andava oltre la struttura e la durata della forma-canzone: “Ma il cielo è sempre più blu” era una canzone lunga più di 8 minuti. Per la precisione, 8 minuti e 23 secondi. Una sorta di “Desolation row” - Bob Dylan dieci anni prima con quel brano si era spinto fino agli 11 minuti e 21 secondi di durata - con la quale il cantautore partito da Crotone alla conquista delle classifiche parlava di persone, comportamenti e vizi, ma senza giudicare, senza puntare il dito, limitandosi a elencare tutta una serie di categorie umane. «Chi vive in baracca, chi suda il salario / chi ama l'amore e i sogni di gloria / chi ruba pensioni, chi ha scarsa memoria». E ancora: «Chi mangia una volta, chi tira al bersaglio / Chi vuole l’aumento, chi gioca a Sanremo». Fu dello stesso Micocci, secondo le cronache, l’idea di dividere la canzone in due parti, “Ma il cielo è sempre più blu - Parte I” e “Ma il cielo è sempre più blu - Parte II”, rispettivamente lato A e lato B di un 45 giri che fu dato alle stampe nella primavera del 1975 ma che - grazie alla spinta delle poche radio libere dell’epoca - conquistò le hitparade più o meno in questo periodo, a ridosso dell’estate. 

"Chi gioca a Sanremo"

Il 45 giri originale vendette la bellezza di 100 mila copie, permettendo a Rino Gaetano di attirare per la prima volta l’attenzione del grande pubblico su di sé. La musica del cantautore rifletteva il caos e l’incertezza degli Anni ’70 in Italia, ma lo faceva con una leggerezza e una genialità che lo rendevano unico: «Ci sono immagini tristi o inutili, ma mai liete, in quanto ho voluto sottolineare che al giorno d’oggi di cose allegre ce ne sono poche ed è per questo che io prendo in considerazione chi muore al lavoro, chi vuole l’aumento - raccontò all’epoca lui - anche il verso “chi gioca a Sanremo” è triste e negativo, perché chi gioca a Sanremo non pensa a chi vive in baracca». Con “Ma il cielo è sempre più blu” Gaetano, che all’epoca aveva 24 anni, riuscì, come ricorda il nipote Alessandro, figlio della sorella Anna e oggi custode dell’eredità artistica dello zio (è il frontman della Rino Gaetano Band, l’unica band tributo ufficiale del cantautore), a «catturare l’animo umano nella sua complessità, rivelando sogni, speranze e lotte interiori che ci rendono tutti un po’ più vicini e allo stesso tempo più distanti».

L'exploit di un irregolare

“Ma il cielo è sempre più blu” fece conoscere all’Italia intera la poesia libera e il timbro inconfondibile dell’artista calabrese, preparando il terreno al successo dell’album “Mio fratello è figlio unico”, che sarebbe uscito l’anno successivo, e alla consacrazione. Che sarebbe arrivata, appunto, a Sanremo, con “Gianna”, nel ’78. «Non tragga in inganno la popolarità immediata delle sue canzoni: c’è molta sapienza nell’uso dell’ironia, del sarcasmo, del calembour, del nonsense, in quel particolare mezzo di comunicazione che è la canzone, sempre troppo disposta a prendersi sul serio, a paludarsi di dramma anche quando si tratta di operetta», si diceva di lui all’epoca. La parabola di Rino Gaetano si sarebbe consumata, come noto, troppo in fretta. Un incidente automobilistico nel 1981 avrebbe messo la parola “fine” alla sua esistenza prima del previsto. Troppo prima del previsto. A distanza di oltre quarant’anni da quel tragico incidente, “Ma il cielo è sempre più blu” continua ad essere, forse, la sua canzone più fraintesa, incompresa e anche abusata. Da anni partiti e politici se ne appropriano, facendola ascoltare durante i loro raduni e i loro comizi, cercando di trasformarla in un manifesto delle loro idee e delle loro visioni. Peccato che lo stesso Rino Gaetano sostenesse di non aver mai parlato di politica nelle sue “ballate” (così definiva le sue canzoni): «Quando cantavo cercavo, semmai, sempre di fare l’evasivo».


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