Prima che le classifiche si misurassero in stream, la canzone dell'estate la decideva un contatore meccanico chiuso dentro un mobile di legno e cromo. Ogni jukebox montava un conta-gettoni che registrava quante volte un disco veniva selezionato, e quei conteggi venivano raccolti bar per bar in tutta Italia.
Su quel meccanismo Vittorio Salvetti costruì il Festivalbar, la cui prima edizione si tenne ad Asiago nell'agosto del 1964. La formula era essenziale: dieci canzoni in gara, sette affidate ai Campioni e tre ai Giovani, e vinceva il brano più “gettonato” negli apparecchi durante i mesi caldi. Tra i Campioni si impose “Credi a me” di Bobby Solo.
La manifestazione andò avanti ogni anno fino al 2007 e per decenni restò il termometro più attendibile dei gusti popolari italiani. Da quel palco passarono praticamente tutti: Vasco Rossi vinse l'edizione del 2001 con “Ti prendo e ti porto via”, nelle due edizioni precedenti avevano vinto Jovanotti e i Lùnapop, in quella successiva Ligabue. Dietro il conteggio girava un'economia vera, perché la diffusione di musica in pubblico passava dalle licenze SIAE e ogni gettone infilato nella fessura valeva insieme come voto e come pagamento: dietro ogni posizione c'erano monete contate una per una.
Il declino cominciò a metà degli anni Settanta. Le radio private presero a trasmettere musica ventiquattro ore su ventiquattro senza chiedere nulla, la tassazione sulla diffusione pubblica si fece pesante e il 45 giri smise progressivamente di essere il formato di riferimento. Alla fine degli anni Ottanta il jukebox era sparito dai locali italiani, ma quell'angolo di parete non rimase libero a lungo: al posto del mobile che vendeva ascolti si installò un apparecchio che vende partite, e il contatore cambiò mestiere.
Quello che misura adesso è la quota che torna indietro, e la percentuale non la stabilisce il gestore. La Legge di Bilancio 2020 fissa il minimo di restituzione al 65% per le macchinette da bar; per il gioco online la soglia teorica sale al 90%, e tra le migliori slot online classificate per RTP i valori dichiarati stanno quasi sempre sopra il 95%; per le VLT delle sale il minimo si ferma all'83%.
Il divario spiega perché, quando si discute di slot online che pagano di più, il confronto non chiama mai in causa il jukebox ma l'apparecchio che ne ha ereditato la posizione.
I valori più alti oggi dichiarati arrivano al 99,00%, certificati dagli Organismi di Verifica autorizzati dall'ADM e pubblicati nelle schede ufficiali dei giochi.
Anche il resto del funzionamento è scritto per legge. Una partita non può costare più di un euro né durare meno di quattro secondi, la vincita singola si ferma a cento euro e la percentuale di restituzione va calcolata su un ciclo completo di 140.000 partite, non sulla singola serata al bancone.
La differenza tra i due contatori sta in cosa registrano. Quello del jukebox teneva il conto delle preferenze, e da quel conteggio nacque una manifestazione durata quarantatré anni. Quello montato dopo tiene il conto delle somme giocate, e il suo esito è vincolato a una soglia di legge.
Del jukebox è rimasto soprattutto l'oggetto. Il Wurlitzer 1015, disegnato da Paul Fuller e uscito nel 1946, vendette oltre 56.000 esemplari in due anni e fissò l'immagine che ancora viene in mente pensando a quelle macchine, con l'arco luminoso e i tubi in cui salgono le bolle. Quest'anno compie ottant'anni.
Molti degli esemplari sopravvissuti sono oggi pezzi da collezione restaurati, che passano nelle aste specializzate e nei mercatini di modernariato. Le macchine che ne hanno preso il posto nei bar sono invece collegate in tempo reale alla rete di controllo gestita dall'ADM, che ne registra ogni singola partita.
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