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Proprio oggi i Doors riscoprivano le loro radici

09.02.2026 Scritto da Lucia Mora

Il 9 febbraio 1970 usciva "Morrison Hotel", il "ritorno all'ordine" dei Doors. Dopo le sperimentazioni orchestrali, gli ottoni e le critiche contrastanti del precedente "The Soft Parade" (1969), la band capitanata da Jim Morrison decise di spogliarsi di ogni artificio per tornare alle proprie radici: il blues viscerale e il rock psichedelico più crudo.

Da dove nasce quel suono

L'album nasce in un clima di tensione: Morrison era reduce dal turbolento processo di Miami (a un concerto del 1969, ubriaco e in ritardo, avrebbe mostrato i genitali e incitato alla sommossa. Morrison fu condannato il 20 settembre 1970 per atti contrari alla morale e bestemmia, ma assolto dalle accuse principali; fu poi graziato postumo nel 2010) e la band sentiva il bisogno di recuperare credibilità musicale. Sotto la guida del produttore Paul A. Rothchild e dell'ingegnere del suono Bruce Botnick, i Doors abbandonarono i complessi arrangiamenti barocchi per un suono più asciutto, diretto e quasi privo di riverberi eccessivi, tipico delle sessioni live in studio.

Sebbene Ray Manzarek si occupasse solitamente delle linee di basso con la mano sinistra sul suo Fender Rhodes Piano Bass, in "Morrison Hotel" la band scelse di avvalersi di bassisti di sessione per dare maggiore groove e spinta ritmica: Lonnie Mack, il leggendario chitarrista blues suonò il basso nella mitica "Roadhouse Blues", dando quel timbro graffiante e quella spinta propulsiva che il solo synth-bass non avrebbe potuto offrire. Ray Neapolitan contribuì invece alla maggior parte delle altre tracce, dando al disco una solidità tipicamente blues rock.

I brani chiave

"Roadhouse Blues" è sicuramente il manifesto tecnico del disco. Alla chitarra Robby Krieger utilizza un'accordatura standard, ma con un attacco estremamente percussivo. L'armonica di John Sebastian - accreditato come "G. Puglese" per motivi contrattuali - segue uno stile cross-harp (una tecnica per suonare l'armonica diatonica in una tonalità diversa da quella nominale dello strumento, posizionandosi una quinta sopra; è il metodo più usato nel blues, perché facilita l'uso del bending sulle note aspirate) che dialoga perfettamente con la voce baritonale e roca di Morrison. Il pezzo ha la struttura di un classico blues, ma con una sezione ritmica (John Densmore / Lonnie Mack) che vira verso uno swing pesante, quasi precursore dell'hard rock. Curiosità: durante le sessioni di "Roadhouse Blues", furono necessarie decine di take. La versione che ascoltiamo oggi è un montaggio di diverse registrazioni, perfezionato da Botnick per mantenere l'energia costante dall'inizio alla fine.

"Peace Frog" è uno dei brani più interessanti sotto il profilo tecnico-compositivo. Il riff di Krieger si basa su un uso magistrale del pedale wah-wah ritmato, quasi in stile funk, che contrasta violentemente con i testi cupi e politici di Morrison, il quale fa riferimento ai massacri di Chicago e al sangue nelle strade. Alla batteria Densmore adotta un approccio jazzistico ma serrato, mantenendo un hi-hat costante che funge da metronomo per gli incastri sincopati della chitarra.

"Waiting for the Sun" proviene invece dalle sessioni dell'omonimo album del 1968 e mostra la dinamica "quiet/loud". Passa da un'introduzione melodica e sognante a esplosioni di distorsione dove Manzarek utilizza tastiere dal timbro più acido, creando un ponte tra la psichedelia dei primi anni e il blues del 1970.

L'album è quindi diviso concettualmente in due parti: un lato A con brani più aggressivi e ritmati e un lato B con brani più introspettivi e vari, che spaziano dal blues al jazz pop. La celebre foto di copertina di Henry Diltz non è un set cinematografico: è il vero Morrison Hotel a Los Angeles. I membri della band si posizionarono dietro la vetrata approfittando di un momento di assenza del portiere, che non voleva concedere il permesso per lo scatto.


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