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Poppy, “Empty Hands”: il rituale oscuro di una dolce ossessione

27.01.2026 Scritto da Elena Palmieri

Poppy si trova oggi in una fase in cui il riconoscimento da star non è ancora compiuto né scontato. La sua posizione è quella di un’artista sospesa tra la necessità di attrarre nuovi seguaci lungo una traiettoria artistica multiforme e la responsabilità di trattenere chi ha iniziato a riconoscerla come una delle presenze vocali più rilevanti della scena heavy contemporanea, restando una figura pronta a reclamare ancora più spazio. Il primo colpo decisivo è già stato inferto nel momento in cui ha abbandonato l’immagine da “computer girl” per abbattere la separazione tra pop e metal, permettendo alla propria voce di intrecciare registri acuti e linee melodiche con urla, screamo e fratture sonore. Dopo i singoli apripista “Unravel”, “Bruised sky” e “Guardian”, il nuovo album “Empty hands” arriva a confermare che Poppy ha deciso di continuare nella direzione del metalcore, amplificando la sua discesa nelle tonalità più gravi, addentrandosi in atmosfere ancora più cupe e pesanti che in “Negative spaces”.

Nata come Moriah Rose Pereira, la cantautrice statunitense, classei 1995, ha costruito il proprio percorso attraverso una sequenza di trasformazioni che hanno fatto del mutamento identitario una costante narrativa. Dall’esperienza da YouTuber, con la reiterazione ossessiva di “I’m Poppy” come gesto performativo, fino alla personificazione dell’intelligenza artificiale in “Poppy.computer” (2017), la sua figura si è sempre collocata in uno spazio di ambiguità teatrale. Un registro vocale capace di passare dall’innocenza alla frattura ha accompagnato una ricerca che, già in “Am I a girl?” (2018), intrecciava linguaggi musicali e riflessioni su identità e controllo. La rottura definitiva arriva con “I disagree” (2020), nel quale il muro tra pop e metal viene demolito, mentre “Negative spaces” (2024) segna l’ingresso strutturato in un contesto sempre più duro, grazie alla collaborazione con Jordan Fish, ex Bring Me The Horizon, che firma anche la produzione di “Empty hands” e ne diventa l’architetto sonoro.

La mano di Fish guida l’intero album, costruendo un impianto in cui elettronica, metal, hardcore e chitarre ribassate convivono senza sovrapporsi. “Public domain” apre il disco con quell'incalzare di batteria, per mano del batterista metal Ralph Alexander, che richiama direttamente “The beautiful people” di Marilyn Manson. “Oh, I beg to differ / Lie to get to something bigger / What if there's nothing better than this?”, è l’avvertimento di Poppy fin dalle prime battute. Il brano mette in scena una critica alla superficie delle relazioni e alla distorsione del linguaggio pubblico, inserendo un’ossessione ritmica che prepara il terreno a un disco fondato su tensione e controllo.

Come quando ripeteva “Io sono Poppy” per dieci minuti o incarnava un’entità artificiale in “Poppy.computer”, anche in "Empty hands" la musicista mette in atto un rituale oscuro per imporsi come una dolce ossessione, insistendo nel costruire una presenza che agisce come attrazione, seduzione e minaccia.
"Bruised sky” rappresenta uno dei vertici del disco, con una fusione tra elettronica e strutture granitiche che lascia alla voce il compito di definire lo stato emotivo del brano. I primi versi richiamano l’uso del respiro affannoso e della frattura vocale di Bryan Garris in “All my friends” dei Knocked Loose, con cui la cantante aveva collaborato nel singolo "Suffocate", mentre la lezione dei Bring Me The Horizon emerge nel passaggio verso un ritornello che trasforma la figura oscura in presenza luminosa, seguendo una dinamica ormai centrale nel linguaggio di Poppy.

In “Guardian” emergono riferimenti più classici alle voci femminili che hanno segnato il metal degli ultimi decenni, da Cristina Scabbia ad Amy Lee, con la quale Moriah Rose Pereira ha collaborato insieme a Courtney LaPlante degli Spiritbox nel singolo “End of you”. Il disco rallenta e cambia postura emotiva in brani come “Unravel” e “The wait”, dove riemerge una sensibilità più vicina ai primi lavori, con una riapertura verso strutture elettroniche e un’esposizione più diretta dell’interiorità. La cantante sceglie una via sonora più accessibile per parlare di sé: “Watch me unravel / Tangled in the thorns of a doubt / Silencing the shadows / Lift me up to tear me back down / Unravel”, canta nel ritornello della quinta canzone del disco.
La tregua è temporanea, perché “Dying to forget” introduce uno dei momenti più violenti del disco, entrando come una mitragliatrice nel territorio del metal contemporaneo, fatto di raffiche di basso nell’incalzare la voce a sentenziare che “it was all in vain for the cost of pain”, prima della batteria veloce nel ritornello.

"Time will tell" e "Ribs" restituiscono - più di altri momenti - Poppy nelle sue varie metamorfosi, mentre la conclusiva title track sceglie di lasciare il segno nel modo più crudo e diretto possibile, in cui la voce esplora tutte le declinazioni più laceranti: “Empty hands / Breathe / Can’t take it with you”, è la dichiarazione finale. Insieme a essa, rimane la curiosità di vedere Poppy nella sua forma attuale, definitivamente trasformata in questo personaggio tra demone e angelo, che troverà risposta dal vivo anche in Italia, con il concerto di Milano del 18 marzo.


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