Nella storia dei Pink Floyd viene spesso ricordata la data del 20 gennaio 1972 al Dome Center di Brighton, quando la band presenta per la prima volta in pubblico il nuovo lavoro, la lunga suite "The Dark Side of the Moon". Non un disco qualsiasi, come è ben noto: l’album, che uscirà soltanto il 1° marzo 1973, è destinato a stravolgere i destini dei Pink Floyd e a entrare nella storia della musica come uno dei dischi più importanti di sempre. Poco importa se quella sera, nella località balneare dell'East Sussex "Dark Side" non venne eseguito per intero. Per un errore tecnico, infatti, la band dovette abbandonare l’esecuzione pochi secondi dopo l’inizio di "Money". Con stizza e orgoglio, Waters annunciò al microfono: «A causa di gravi problemi meccanici ed elettrici non possiamo fare altro di quella parte, quindi faremo qualcos’altro», e proseguirono con una versione tirata del brano "Atom Heart Mother", recuperando fiducia e credibilità agli occhi del pubblico. Già dalla data successiva, il 21 gennaio a Portsmouth, le cose furono rimesse a posto e "Dark Side" venne eseguita quasi per intero. La parola quasi non è messa lì per caso. La struttura dell’opera, già da quella seconda performance pubblica, era infatti quasi quella definitiva del disco: mancava il finale, e l’esecuzione si fermava – sacrilegio! - con "Brain Damage". Non proprio il massimo per chiudere un'opera così ambiziosa!
Costanza e lungimiranza, caratteristiche dei fan dei Pink Floyd, hanno permesso di recuperare diverse date di quelle performance inglesi – in cui la band aveva deciso di offrire questa importante novità in scaletta - oggi testimoniate da numerose registrazioni amatoriali. Realizzate con tecnologia non professionale, su cassetta o su nastro a bobina e con registratori portatili, queste registrazioni ricostruiscono la storia delle esibizioni dal vivo dei Pink Floyd e le trasformazioni, data dopo data, delle loro canzoni prima delle incisioni definitive in studio. Del resto, i Pink Floyd dei primi periodi amavano suonare dal vivo brani che non erano ancora stati registrati e pubblicati.
"Dark Side", che nei primi concerti veniva presentata con il nome “Eclipsed”, venne suonata all’inizio dei concerti inglesi e tutte le date dal 20 al 28 gennaio sono oggi documentate da registrazioni dal vivo. L’importanza di quei nastri è tale che, già da qualche anno, i Pink Floyd hanno deciso di “accaparrarsi il maltolto” (registrazioni che non hanno mai autorizzato né tollerato), pubblicando a 50 anni di distanza, sulle varie piattaforme digitali, una manciata di quelle serate a partire dagli show del 1970.
La storia racconta che la canzone “Eclipse”, che segue "Brain Damage" e conclude la suite con un momento poetico ed emozionale di altissimo livello, venga aggiunta in scaletta solo a partire dal concerto del 10 febbraio alla De Montfort Hall di Leicester. Esiste però un buco nella disponibilità di registrazioni live dei primi giorni di febbraio, che salta praticamente tutti gli spettacoli dal 3 al 10 febbraio. Per questo, fino a poco tempo fa, la prima registrazione conosciuta di "Dark Side" completa risultava essere quella del 12 febbraio a Sheffield, cioè la seconda performance integrale. Da appassionato, avevo segnato il concerto di Leicester nella mia wish list: un momento che difficilmente sarebbe stato possibile rivivere.
Qualche mese fa, magicamente, un amico mi scrive in privato e mi manda un link per il download di una registrazione. Come ai tempi dei carbonari, il messaggio è chiaro: «Tieni, goditi il contenuto, ma se lo diffondi ti strappo le orecchie». Forse non erano proprio le orecchie, ma il concetto era chiarissimo. Immaginate la mia sorpresa quando apro la cartella e leggo: "1972-02-10 – De Montfort Hall, Leicester (Kevin’s transfer)". La registrazione allora esiste! Dannazione! (non vi garantisco di aver usato proprio questa parola). Apro la cartella: 14 tracce audio. Le ultime tre sono "One of These Days", "Careful With That Axe, Eugene" ed "Echoes". Ma le prime undici? Incredibile. Pazzesco. Ci sono tutte. La prima è "Speak to Me", l’undicesima è "Eclipse". Che faccio, la ascolto? Riuscirò a reggere l’emozione? E se mi sentissi male, chi lo spiega al mio cardiologo che mi ha fatto fuori un disco che comincia con un battito cardiaco?
Le registrazioni amatoriali hanno pregi e difetti. Possono essere di ottima qualità, a seconda di molti fattori: l’attrezzatura, il tipo di nastro, la posizione del taper, la sua abilità nell’evitare rumori esterni, scossoni al microfono e, soprattutto, nel non tagliare nulla dell’esibizione. Il giovane Kevin quella sera si presentò alla De Montfort Hall in compagnia di suo zio Joe, che aveva portato con sè un registratore portatile e una cassetta da 90 minuti, che in media poteva contenere poco più di quarantacinque minuti per lato. I concerti dei Pink Floyd di quel periodo duravano circa due ore: il nastro non avrebbe quindi potuto contenere tutto. "Dark Side", o "Eclipsed", veniva però proposta a inizio concerto. A Portsmouth, ad esempio, la suite – fermandosi a "Brain Damage" – durava circa 43 minuti. Un dubbio mi assale: saranno stati così fortunati da catturare l’intera premiere mondiale di "Eclipse"?
Non mi resta che mettermi in ascolto. So che non devono essere in molti a possedere questa registrazione, e questo mi inorgoglisce e mi emoziona ancora di più. Il momento è storico e, prima di far partire il nastro, mi concedo una piccola ricerca su quel 10 febbraio 1972. Mentre i Pink Floyd, senza proclami né annunci roboanti, presentavano per la prima volta la versione completa di "The Dark Side of the Moon", cosa accadeva nel resto del mondo? Molte cose, e alcune sembrano incredibilmente attuali. In Unione Sovietica si svolgeva un test nucleare in Kazakistan; duecento aerei americani attaccavano il Vietnam del Sud; il conflitto nordirlandese contava tre nuove vittime e nello stesso giorno la BBC bandiva "Give Ireland Back to the Irish" di Paul McCartney & Wings. Quella sera, nel pub Toby Jug di Tolworth, David Bowie presentava al mondo il suo alter ego Ziggy Stardust, mentre in Italia dominava "Chitarra suona più piano" di Nicola Di Bari. C’era Sanremo e si parlava di un computer che avrebbe calcolato i voti delle giurie! A Sapporo, dove a marzo suonarono i Pink Floyd, erano in corso le Olimpiadi Invernali e l’Italia vinceva due ori. Al cinema trionfava "Il Padrino" di Francis Ford Coppola. Io non avevo ancora compiuto otto anni, ma questo, sui giornali dell'epoca, non lo raccontavano...
La registrazione
Speak to Me (4:14). Rumori vari e persone che parlano intorno al taper, nella migliore tradizione di queste registrazioni. Peter Watts ha fatto partire il nastro con gli effetti sonori e, in contemporanea, Joe ha premuto il tasto rec del suo registratore. Non sa che la sua cassetta sta per diventare un pezzo di storia. Gli effetti si intensificano e decollano per introdurre la traccia successiva.
Breathe (In the Air) (2:42). Il pubblico è in assoluto silenzio: sta per ascoltare per la prima volta nella storia l’intero "Dark Side" dal vivo, ma nessuno lo sa. “Breathe, breathe in the air / Don’t be afraid to care” canta Gilmour, ispirato e delicato come solo lui sa essere.
The Travel Sequence (On the Run) (6:29). La band si lancia in una lunga jam strumentale, basata sulla chitarra ritmica di Gilmour e su un fraseggio quasi jazz di Richard Wright. Mason sfiora il charleston sostenendo il ritmo, mentre Waters si diverte a lanciare suoni dal suo nuovo giocattolo, il sintetizzatore VCS3, spalmando vibrazioni sonore tra il pubblico.
Time (6:06). È la quarta traccia del nuovo lavoro ed è curioso notare come non arrivi alcuna reazione dal pubblico, che ancora non la conosce. L’inizio del brano – privo degli effetti di sveglie e orologi che compariranno nel 1973 – è affidato al basso, che scandisce il tempo con precisione ipnotica. Wright spruzza note delicate ma intense dalla tastiera, mentre Gilmour pennella suoni con la sei corde, lasciando a Mason il compito di reggere il ritmo con pattern fantasiosi tra tom e piatti. “Ticking away / the moments that make up a dull day”. Wow. Che genio Roger, che in poche parole ha già detto tutto. Il tempo è più lento rispetto alla versione definitiva, con le voci di David e Rick ancora incerte e non perfettamente sincronizzate, seguendo uno stile che richiama il cantato di "Echoes", pubblicata appena tre mesi prima. È un classico work in progress, ma quando arriva il momento del solo di chitarra Gilmour non esita e invade l’aria della De Montfort Hall con suoni iperdistorti e quasi hendrixiani.
Breathe (Reprise) (1:00). La catarsi perfetta dopo sei minuti di tensione emotiva. I Floyd sono sempre stati maestri nell’alternare sensazioni opposte. La traccia è molto simile alla versione finale, più scarna ma ugualmente delicata. Il pubblico? Ammutolito, annichilito da tanta bellezza.
The Mortality Sequence (The Great Gig in the Sky) (3:41). L’organo è suonato solennemente da Wright e preannuncia un momento intenso: sembra di essere in chiesa per una cerimonia funebre. Una voce maschile preregistrata apre il brano; poco dopo ne segue una femminile che, per qualche motivo, provoca risatine in sala. Rick torna all’organo, trasformando l’atmosfera ecclesiastica in qualcosa di più dinamico. Gli effetti sonori di monete sono già partiti e il pubblico sembra trovarli divertenti. Waters non si distrae: è già entrato con il suo celebre giro di basso.
Money (7:31). La canzone che un anno dopo porterà i Pink Floyd in cima alle classifiche americane non suscita urla né approvazioni. Eppure il ritmo è quello giusto. Gilmour e Wright cantano in coro, armonizzando non senza qualche incertezza. La sezione strumentale che segue – prima con il suono acido e tirato delle tastiere di Rick – introduce il solo di Gilmour, già molto vicino a quello che diventerà canonico nel 1973. Sul finale il brano sfuma. Il pubblico non reagisce e resta in silenzio.
Us and Them (6:57). Introdotta dalle note dell’organo che Wright lascia fluire con maestria, accompagnate da un effetto sonoro di una voce maschile che mugugna e inquieta non poco. È una versione molto lenta, vicina all’atmosfera di "The Violent Sequence", il brano che (per fortuna) Antonioni aveva scartato per il film "Zabriskie Point", lasciandolo libero per sviluppi futuri. A Leicester l’arrangiamento è scarno ed essenziale; le voci principali sono quelle di Waters e Wright, con Gilmour relegato ai cori. Nonostante le differenze, l’emozione resta intatta, e viene spontaneo rimpiangere quanto poche siano state, nella discografia floydiana, le collaborazioni tra Waters e Wright.
Scat (Any Colour You Like) (2:52). È il terzo strumentale della suite e arriva in sordina. Prove di scat per Gilmour, che intreccia voce e chitarra in uno stile tipicamente jazz, fatto di sillabe senza senso e fraseggi improvvisati, suonando la chitarra seguendo l’andamento della voce. Waters si muove con naturalezza su un giro di basso circolare, mentre Wright colora il brano con l’organo, variando continuamente il tema. Mason mantiene il tempo con leggerezza, quasi distratto, aumentando l’intensità solo quando serve. Nel finale, il classico passaggio che traghetta il brano verso la canzone successiva.
The Lunatic Song (Brain Damage) (3:32). La voce di Waters scandisce il testo con il suo consueto stile, mentre dalla regia partono le risate preregistrate su Revox che aggiungono l’atmosfera “lunatica”. Roger dimentica una parte del testo ma recupera subito. C’è tensione tra i musicisti: stanno per sperimentare dal vivo il nuovo finale della suite. Dopo il concerto di Bristol del 5 febbraio, Waters si era infatti presentato alla band con il testo di "Eclipse" destinato alla data successiva, offrendo una chiusura epica e fortemente emozionale, degna di un’opera di tale intensità. Questo è il momento che rende storici lo show di Leicester – e questa cassetta da novanta minuti, costata pochi spiccioli ma capace di conservare da oltre cinquant’anni un attimo irripetibile. Joe sarà riuscito a registrarla tutta?
Eclipse (2:11). Eccola finalmente! "Brain Damage" non termina con il consueto stacco di batteria, e "Eclipse" entra all’improvviso, sostenuta da chitarra e organo. Waters canta leggendo probabilmente il testo scritto a mano su un foglio. David lo sostiene nei cori, poi compare un effetto simile a una sirena, che nei concerti precedenti chiudeva la suite. Il finale risulta ancora incerto, tutto da definire, ma compaiono una campana e altre voci preregistrate.
Il brano termina. Silenzio. Il lato A della cassetta dura 47 minuti e 16 secondi. Dannazione, Joe: ce l’hai fatta. Magari non hai registrato gli applausi, ma la suite è intera. Bravo!
A quel punto è facile immaginare Joe che guarda il registratore e si accorge che il lato A della cassetta è finito. Non resta che girarla e continuare a incidere il resto del concerto. Certo, non sarà completo, ma la parte più importante è ormai al sicuro, impressa su nastro. Nessuno potrà più togliergliela. Il cuore del concerto, il motivo per cui quella cassetta è diventata leggendaria, è lì, intatto. In quei quarantasette minuti e sedici secondi è racchiusa la prima esecuzione completa nella storia di "The Dark Side of the Moon". Joe probabilmente non lo sapeva mentre infilava la cassetta nel registratore, né mentre premeva rec all’inizio di "Speak to Me". Non poteva immaginare che, mezzo secolo dopo, qualcuno avrebbe tremato davanti a quei suoni imperfetti, a quei fruscii, a quelle voci lontane. Eppure è successo.
Joe rimette in funzione il registratore e cattura un’altra canzone. È "One of These Days" (7:32), brano d’apertura del nuovo album "Meddle", pubblicato nel novembre 1971. Oscura e inquietante come da copione, riscrive i suoni rispetto alla versione in studio, lasciando alla band ampi spazi di sperimentazione. E in questo i Pink Floyd non sembrano secondi a nessuno. Il celebre verso “One of these days I’m going to cut you into little pieces” innesca l’esplosione sonora di marca floydiana. Per qualche secondo il nastro presenta un lieve difetto, e viene spontaneo tirare un sospiro di sollievo per il fatto che non sia accaduto durante "Dark Side". Il pubblico ascolta in silenzio, come ipnotizzato, e solo alla fine del brano esplode in un’ovazione convinta e rumorosa.
Waters annuncia “Careful With That Axe, Eugene” (11:11) e il pubblico risponde con calore a quel classico che aveva reso indimenticabile l’album "Ummagumma" del 1969 (guarda caso il disco e il brano che avevano convinto Antonioni a scritturarli per "Zabriskie Point"). È curioso come ogni versione dal vivo del brano faccia storia a sé e nasconda sempre momenti ed emozioni differenti. Qui, ad esempio, sembra richiamare la versione suonata per Adrian Maben nel film "Pink Floyd at Pompeii": non a caso quella versione era stata registrata a Parigi nel dicembre 1971, poche settimane prima di questo concerto. L’urlo sovrumano di Roger arriva al minuto 5:08 e, anche se lo sai e te lo aspetti, il sobbalzo sulla sedia è assicurato.
Magico Joe, questa è proprio la tua serata fortunata. La cassetta ha poco più di ventisei minuti liberi e cosa suonano i Pink Floyd per te, per il tuo registratore, ma anche per noi? Niente giri di parole per Waters che annuncia: “This is called Echoes”, offrendo al pubblico una versione lunga 25:17. Bingo. La bellezza di questo brano è inaudita e, a mio dire, quasi fuorilegge. È difficile raccontare le emozioni che provoca "Echoes" nel suo lungo e coinvolgente svolgersi: va solo ascoltata.
La versione che vi ho raccontato è una digitalizzazione di una copia di prima generazione di quel nastro e, da alcuni difetti riscontrati in cuffia, è evidente che non sia stata effettuata nel migliore dei modi.
Eppure è questo il potere delle registrazioni amatoriali: catturano l’istante prima che diventi leggenda. E in quella sera del 10 febbraio 1972, alla De Montfort Hall di Leicester, la leggenda di "The Dark Side Of The Moon" e il futuro dei Pink Floyd stavano appena prendendo forma.
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