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Peter Frampton è ancora un faro nel buio

21.05.2026 Scritto da Lucia Mora

A 75 anni, e a ben 50 dallo storico successo di Frampton Comes Alive!Peter Frampton dimostra che il fuoco - o, in questo caso, la luce - dell'ispirazione non si è mai spenta. "Carry the Light" segna un traguardo fondamentale: è il suo primo album di materiale interamente inedito in 16 anni. A causa della miosite a corpi inclusi (IBM), una malattia degenerativa muscolare diagnosticatagli nel 2014, la carriera chitarristica di Frampton sembrava destinata a concludersi. Invece, collaborando strettamente alla scrittura e alla produzione con il figlio Julian Frampton (e con il supporto dell'ingegnere del suono Chuck Ainlay), Frampton ha trasformato i suoi limiti fisici in un'opportunità per reinventarsi, creando uno dei dischi più intimi, politici e tecnicamente affascinanti della sua carriera.

Un approccio diverso

Dal punto di vista tecnico e del sound design, Carry the Light è un masterclass di adattamento. Per compensare la debolezza muscolare causata dall'IBM, Frampton ha modificato il suo setup e il suo modo di suonare: ha adottato corde più sottili, sperimentato nuove diteggiature e focalizzato il suo stile più sull'essenzialità del fraseggio che sulla velocità pura.

Il risultato è un suono incredibilmente caldo e denso di pathos. Al centro del mix troneggia la sua leggendaria Gibson Les Paul Custom "Black Beauty" del 1954 (la "Phenix" sopravvissuta a un disastro aereo), che ruggisce con la stessa chiarezza tonale degli anni '70, ma con una maturità espressiva che solo il tempo può conferire. La produzione bilancia perfettamente l'energia ruvida del rock classico con arrangiamenti più stratificati, mantenendo la chitarra sempre, indiscutibilmente, al centro del palcoscenico.

Ospiti di un certo livello

L'album è impreziosito da un cast stellare di collaboratori, scelti non per mero marketing, ma per arricchire la narrazione musicale di ogni specifico brano. Lions at the Gate, per esempio, è il brano più aggressivo e politico dell'album. E chi chiamare se non Tom Morello in un contesto del genere? È un inno di protesta contro la corruzione e le bugie del potere. La struttura hard rock è sorretta da un groove implacabile, che viene letteralmente squarciato dalla chitarra del leader dei Rage Against the Machine. L'incastro tra l'eleganza bluesy di Frampton e gli effetti alieni di Morello crea un contrasto feroce e tecnicamente superbo.

Il vertice emotivo dell'album è, paradossalmente, un brano strumentale: Islamorada. Frampton e H.E.R. si cimentano in un dialogo a sei corde intriso di malinconia, con leggeri arrangiamenti d'archi in sottofondo. Non c'è virtuosismo fine a sé stesso, ma uno scambio di frasi melodiche che suona come un simbolico passaggio di testimone tra due generazioni di amanti della chitarra.

Buried Treasure, singolo apripista, è un omaggio sincero e diretto a Tom Petty. Accompagnato dalle inconfondibili tastiere di Benmont Tench degli Heartbreakers, il brano è un mid-tempo rock solido dal sapore nostalgico. Dal punto di vista testuale, i versi sono un puzzle intelligente formato interamente dai titoli delle canzoni di Petty, una scelta stilistica che celebra la genialità compositiva del compianto amico.

La voce di Frampton, ancora incredibilmente calda, si sposa in modo naturale con il timbro graffiante di Sheryl Crow in Breaking the Mold, ma anche con i tappeti armonici forniti da sua maestà Graham Nash nell'acustica I'm Sorry Elle. Chiude il cerchio degli ospiti Bill Evans, che con il suo sassofono incendia Can You Take Me There e Tinderbox, dove Frampton flirta con le sue radici più jazz e fusion.

Il rifiuto di arrendersi

Il titolo dell'album è già un manifesto: la "luce" a cui si riferisce Frampton è la saggezza, la musica e la volontà di vivere. Dopo aver affrontato l'idea del ritiro nel 2019, Carry the Light è l'urlo di chi rifiuta di arrendersi all'inevitabilità della malattia.

Dal punto di vista lirico, l'album oscilla tra la rabbia per lo stato del mondo (Lions at the Gate) e l'accettazione serena del tempo che passa (At The End Of The Day). L'influenza del figlio Julian nella scrittura ha indubbiamente portato freschezza, bilanciando il peso della mortalità con la "magia giovanile" del rock and roll. Non è un album che cerca di replicare l'energia commerciale degli anni d'oro, ma una sincera e tecnicamente ingegnosa conversazione con la propria mortalità. Anche se le dita faticano a rispondere come un tempo, il cuore e l'anima del chitarrista restano intatti. Un ascolto imprescindibile non solo per i fan storici, ma per chiunque ami la vera devozione allo strumento.


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