"Oasis: don’t look back in anger" dà il via alla sua storia dalla rabbia: nelle immagini sgranate si vede la reazione del pubblico che attende i fratelli Gallagher a Parigi il 28 agosto 2009 e scopre dal promoter al microfono che Liam e Noel hanno litigato nei camerini e cancellato sia quella data sia il resto del tour europeo.
È l'inizio del documentario presentato a Venezia, prodotto da Steven Knight (Peaky Blinders) e diretto e Will Lovelace e Dylan Southern: è stato mostrato ieri alla stampa e poi presentato in anteprima - fuori concorso alla Mostra del cinema. I due Oasis sono arrivati in barca in Laguna, non si sono presentati in conferenza stampa ma solo al red carpet e alla prima proiezione pubblica. Noel con occhiali scuri, jeans e camicia, Liam con il suo parka verde: sono apparsi rilassati, tranquilli e ormai totalmente riappacificati, come se nulla fosse successo in questi anni che hanno portato al tour di reunion dell’anno scorso, che il documentario racconta. "Oasis: don’t look back in anger" arriverà nei cinema il 10 settembre, e poi su Disney+ in autunno.Le immagini dell’epoca che aprono il documentario non immortalano l’altrettanto pubblica rabbia dei due: a seguito di quel litigio Liam e Noel non si parleranno per i successivi 15 anni, fino all'annuncio del 2024 un grande tour di reunion che nel 2025 ha riportato i fratelli prima sui palchi britannici e irlandesi, poi nel resto del mondo. La domanda che tutti si sono posti mentre le date andavano subito sold out è se la band si fosse effettivamente riappacificata, se i due sarebbero riusciti a comunicare e sopportarsi per una canzone, un concerto, un intero, faraonico tour.
La risposta che tutti ci siamo dati, a fronte del successo della tournée, è un entusiastico sì. Grazie all'accesso alle prime prove della band in vista della reunion, però, "Don’t Look Back In Anger" racconta quanto questo sia stato un risultato tutt'altro che scontato. I fratelli Gallagher, i loro collaboratori e gli stessi registi del documentario hanno navigato a vista per settimane, in attesa di capire come si sarebbe evoluto il riavvicinamento del duo di Manchester. Per questo motivo, nel vecchio magazzino in zona industriale dove la band si è ritrovata per provare in vista del tour le telecamere c'erano, sì, ma fisse, poste lontano dai musicisti e senza operatori nelle immediate vicinanze. Dodici occhi silenziosi per assolvere a una sfida tecnica importante: quella di cogliere la prima interazione tra i due dopo quindici anni di silenzio, ma senza disturbarla o influenzarla, come se si stesse girando un documentario naturalistico senza disturbare la fauna protagonista.
L'arrivo di Liam è uno degli spezzoni più intensi mai visti in un documentario musicale, ricolmo com'è di tensioni sotterranee, non detti, aspettative, che culminano prevedibilmente in una non-interazione con Noel, già impegnato da giorni a rifinire l'arrangiamento delle canzoni e la scaletta top secret. Tornato nella band 26 anni dopo l'addio, lo storico chitarrista Bonehead viene chiamato a ricoprire il ruolo della Polonia nel "Gallagher sandwich", sistemato durante le prove e i concerti tra i due fratelli, quasi come un filtro o un cuscinetto. Liam arriva, dice di togliere gli schermi acustici dalla batteria perché "mi fanno incazzare", molla a terra il borsone di pelle nera Adidas e si mette dietro il microfono. Canta un paio di pezzi (e lo fa molto bene) poi impugna il borsone e se ne va. Quanti rimangono non sanno dire se fosse contento di essere lì o meno.
"Don’t Look Back In Anger" ha un archivio di materiali senza precedenti con cui incantare il pubblico degli Oasis, avendoli seguiti per 12 tappe del tour, riprendendo quanto succedeva sul palco con cineprese IMAX e mandando direttori della fotografia autorevoli, persino alcuni premi Oscar, tra il pubblico delle date, alla ricerca di storie di fan da raccontare. È un piano di ripiego comprensibile, visto che nessuno sapeva quanto i due fossero davvero disposti a lavorare insieme.
Il documentario fa la scelta vincente di montare le tappe in ordine cronologico, dedicando ampio spazio alla data zero a Cardiff e al ritorno a casa dei Gallagher, a Manchester.
Il finale, per una volta, già lo conosciamo: il tour è andato bene, i Gallagher sono in rapporti apparentemente buoni. Vedere l'immediato dietro le quinte della prima tappa e il loro ingresso sul palco restituisce tutta l'incertezza e l'emozione del momento. La voce fuori campo di Noel sottolinea come per i primi quaranta minuti di concerto fosse inconsapevole, dissociato da sé e dalla musica, travolto dall'ondata di emozione ed energia che veniva da sotto il palco. Al suo fianco, invece, Liam dice di aver capito quanto il fratello (che ha curato la parte musicale nei minimi dettagli) avesse sottovalutato l'impatto emotivo del momento. Lui invece ci tiene a questa reunion, anche se non lo dà a vedere. Commenta fuori campo: "Serve moltissimo coraggio per comportarsi come se non te ne fregasse un cazzo", soprattutto quando in realtà te ne importa eccome.A questo punto del documentario le voci dei due fratelli si alternano fuori campo, mentre su schermo possiamo constatare quanto tutto sia in bilico. All'arrivo sul palco a Cardiff Liam tira una pacca sulla spalla a Noel e quest'ultimo quasi sussulta. Il concerto va bene, molto bene, così come i successivi, con un pubblico gremito di chi negli anni Novanta c'era e ora ha figli e gli ha trasmesso la passione per la musica degli Oasis. A colpire i due fratelli è quanto la loro musica sia ancor più in consonanza oggi con chi l'ascolta che non trent'anni fa: "Dal palco si sente un'emozione e un'energia che non era assolutamente lì in passato". Mentre Noel rifinisce un suono che ha tentato di ricreare negli undici anni dopo l'addio di Bonehead dalla band, mentre Liam si riappropria del rapporto col pubblico con le sue esternazioni schiette e sincere, il documentario racconta la musica degli Oasis attraverso il filtro generazionale, che si spinge lontano nel tempo e nello spazio. A parlare sono quasi solo fan che non c'erano quando gli Oasis diventarono famosi e poi litigarono. Una ragazza coreana li ha scoperti grazie a uno scrolling casuale su Spotify, un ragazzo americano che fatica a parlare chiede alla madre di ascoltare "Talk Tonight" e (forse la più potente di tutte) c'è la testimonianza di una giovanissima sopravvissuta all'attentato al concerto di Ariana Grande a Manchester del 2017. Alla veglia per le vittime sentì per la prima volta "Wonderwall": la cinepresa la riprende a Wembley, mentre la sente per la prima volta cantata dal vivo da decine di migliaia di persone, mentre Noel dice loro: "Vedrete che effetto fa cantarla con i fan degli Oasis".
Clip dopo clip gli arrangiamenti, volutamente privi di virtuosismi e "sporchi", si affinano, la voce di Liam trova una quadra precisa, mentre la distanza tra i due sul palco si riduce. Prima si tengono per mano all'ingresso nello stadio, poi Liam dà un bacio sulla guancia a Noel durante un assolo. "Music brings us back together", commenta Liam, e improvvisamente scopriamo che sono seduti assieme, fianco a fianco, rilassati e sorridenti, nella prima intervista congiunta da decenni. È il colpo di mano del doc, che si è aperto con la dichiarazione d'intenti del cantante: il mondo è sempre più caotico, spaventoso, respingente. Gli Oasis, ancora amatissimi nonostante gli anni lontani dalle scene, hanno deciso di tornare per donare un po' di escapismo musicale. Si aspettavano di ritrovare i fan, ma non di ritrovarli padri, con i figli al seguito, tanto da costringere Noel a girarsi più volte verso il fondo del palco per nascondere le lacrime. Il tour è anche l'occasione per far conoscere i rispettivi nipoti, che non si sono mai nemmeno incontrati e diventano amici.
Noel riconosce che Liam per il pubblico è una persona importante, che può "portare a casa delle cazzate che se le facessi io sembrerei un coglione", come mettersi il tamburello in testa a mo' di aureola. Liam, dal canto suo, è visibilmente felice di vedere le canzoni del fratello, "che sono la sua cazzo di anima", tornare a prendere vita sul palco, significare molto di più che in passato per una nuova generazione. Il resto è un trionfo che dal Regno Unito si espande al resto del mondo, che stavolta scalda e infiamma persino gli stadi statunitensi.
Il documentario che racconta questa riconciliazione è una delle testimonianze musicali più sentite degli ultimi anni, capace di raccontare il potere salvifico della musica degli Oasis per il pubblico e per i suoi creatori, che hanno colto l'occasione rarissima di "cambiare la narrazione avendo la possibilità di modificarla, chance che non ricevi praticamente mai", dice Noel. Così la storia degli Oasis non finisce più con i litigi e il brusco addio, ma con i due fratelli sorridenti, fianco a fianco, che donano alla platea di Manchester - ma anche al pubblico che si è inerpicato sulla collina fuori dal concerto per sentire i paladini della città - la propria musica, diventata, incredibilmente, simbolo di perdono e riconciliazione.
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