La Generazione Z non sa fare rock? Niente di più falso. I Geese, gruppo indie rock di New York, ha convinto la critica (e non solo) in maniera piuttosto trasversale con “Getting killed”, il loro terzo album in studio. Non capita spesso: né che un nuovo disco piaccia così tanto a tutti, né che arrivi da musicisti così giovani (il frontman, Cameron Winter, ha poco più di 20 anni, e l’età media è quella lì).
Se le nuove generazioni fanno così fatica ad approcciarsi a generi come il rock, il jazz o il soul, è anche perché negli anni si è perso quel fermento culturale che favoriva la nascita di capolavori, dove gli artisti si stimolavano e influenzavano a vicenda ed essere creativi era quasi più facile. Poi i punti di riferimento – artistici, ma anche intellettuali – sono venuti sempre più a mancare: quei pochi rimasti sono fari nel buio. Un buio dovuto principalmente alle varie forme di crisi che hanno attanagliato il mondo più o meno in ogni sua parte: crisi politiche, economiche, sociali, ambientali. Non che gli artisti nei Settanta non avessero drammi con cui fare i conti, ma l’impressione è che oggi sia più difficile essere sereni, perché – banalmente – è più difficile essere individui, sentire di appartenere a qualcosa. I Geese ne soffrono, e non provano a nasconderlo. Per questo funzionano.
“Getting killed” interiorizza tutte le paure del presente e le traduce in un suono che disorienta, disturbante, lacerante e sempre affascinante. La produzione di Kenneth “Kenny Beats” Blume spinge verso texture più complesse, ritmi più nervosi e arrangiamenti che oscillano tra l’improvvisazione e la furia. La batteria di Max Bassin è sempre in primo piano; le chitarre di Emily Green sferragliano o esplodono, mentre il basso di Dominic DiGesu tiene le redini dei momenti di (apparente) caos con il suo groove. Cameron Winter – cui molti, tra cui un certo Nick Cave, riconoscono grande carisma, nonostante la giovane età – continua il suo percorso fatto di surrealismo, riferimenti biblici, immagini apocalittiche e black humor nei testi che scrive.
“Taxes”, “Au Pays du cocaine”, “Cobra” e “Long Island City Here I Come” sono buoni esempi della capacità dei Geese di essere contemporaneamente “popolari” (nel senso di accessibili) e sperimentali, per quanto questo secondo tratto sia indubbiamente ciò che rende interessante il loro lavoro. L’equilibrio – o, per meglio dire, il contrasto – tra momenti liricamente oscuri e tratti musicali che sprigionano libertà rappresenta il cuore pulsante di “Getting killed”. Un disco che crea aspettative molto alte, e da cui sarà difficile ripartire. Ma questi quattro ragazzi di newyorkesi sembrano, per nostra fortuna, amare le sfide.
TRACKLIST
1. "Trinidad" (3:44)
2. "Cobra" (3:05)
3. "Husbands" (4:08)
4. "Getting Killed" (4:44)
5. "Islands of Men" (5:54)
6. "100 Horses" (3:46)
7. "Half Real" (3:22)
8. "Au Pays du Cocaine" (3:30)
9. "Bow Down" (3:28)
10. "Taxes" (3:17)
11. "Long Island City Here I Come" (6:37)