C’è un generale senso di deja-vu nella musica indipendente in questo periodo, ma non per questo spiacevole. Anzi.
L’anno scorso nella prima metà di dicembre uscì “Heavy Metal” il primo disco solista dell’allora 23 enne Cameron Winter - già cantante dei newyorkesi Geese: un disco cantautorale fuori dal tempo che fu scoperto da pubblico e critica gradualmente nel corso del 2025.
Così è successo lo scorso dicembre con il 22enne Dove Ellis - irlandese, ma di casa a Manchester - e il suo disco d’esordio “Blizzard”, uscito il 5 dicembre, ma che solo ora in molti stanno conoscendo e apprezzando. Bizzarra coincidenza, ma neanche troppo, anche perché Dove Ellis ha trascorso la seconda metà del 2025 ad aprire proprio i concerti dei Geese.Neo-folk con un falsetto di seta
Non sappiamo molto altro di Dove Ellis, ma è la musica di questo disco di poco più di 30 minuti a parlare per lui.
“Blizzard” è un disco di cantautorato che per semplicità definiremo neo-folk. Ellis scrive canzoni folk che non hanno nulla a che fare con il suono tipico da falò ma che sono delicatamente adornate da pianoforte, clarinetto, fisarmonica, violoncello, viola e ogni sorta di strumenti tintinnanti e fruscianti. Ma la cosa che più colpisce è il falsetto di Ellis che cattura, dove desiderio, sofferenza, gorgheggio e canto provocatorio si alternano, spesso all’interno della stessa canzone, coprendo un’intera gamma emotiva. In molti ci sentiranno le strutture armoniche di Tim Buckley (e del figlio Jeff), i picchi melodici di un Rufus Wainwright, ma anche le asprezze di Thom Yorke. La produzione è scarna ed evoca volutamente il senso di concretezza dei musicisti in una stanza, ad esempio le chitarre suonano proprio come oggetti di metallo e legno.Le canzoni
“Blizzard” è un disco maturo e imperfetto, caratterizzato da una debole coerenza stilistica che quindi lo tiene lontano da album come “Grace” di Jeff Buckley a cui verrebbe da paragonarlo.
Tuttavia l’esordio di Dove Ellis porta con sé un senso di libertà e in alcune canzoni raggiunge vette altissime. È il caso della traccia di chiusura di “To the sandals”, un pezzo che non ha un ritornello ben definito, ma che scivola tra una serie di micro-ganci, ognuno dei quali supera il precedente. “Love is” dopo una cupa introduzione al pianoforte, diventa un vivace promemoria di cosa sia o cosa non sia l’amore, in particolare “non l’antidoto a tutti i tuoi problemi”. Ma è proprio in canzoni come questo che emerge il lato poeticamente onesto di Ellis in versi come “Love is / A fatal chance / A mortal chance / Your last chance". E poi il jangle elettrico di “Pale Song” o la combinazione di violoncello e sax in “Little left hope” sono dei frammenti che ci porteremo nel cuore e nelle orecchie per un bel po’ di tempo. Dove Ellis è qui per rimanere. E crescere.
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