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Per Sorrentino la musica è leggerezza, tra sacro e profano

16.01.2026 Scritto da Lucia Mora

“Le piacerebbe sognare?”

“Molto”.

La grazia”, l’ultimo film di Paolo Sorrentino, è un sogno a occhi aperti. Molto brevemente, per dovere di cronaca: il Presidente della Repubblica Mariano De Santis, interpretato da un magistrale Toni Servillo, proprio al termine del mandato è tormentato da due dilemmi morali cruciali: concedere la grazia a due assassini e decidere se firmare un disegno di legge sull'eutanasia; nella sfera privata, invece, deve fare i conti con la solitudine, con il passato e con il ruolo di padre. In entrambe le dimensioni, pubblica e intima, si trova a esplorare il confine tra legge, umanità e responsabilità personale. E in questo delicato, complesso intreccio trova spazio una colonna sonora irresistibile.

Tra sacro e profano

C’è chi ha ancora i brividi per il graffio di “Era già tutto previsto” di Riccardo Cocciante in “Parthenope” e c’è chi mente. A molti il film con Celeste Dalla Porta non è piaciuto perché troppo pomposo e autoreferenziale, per altri è invece un esercizio di stile (e che stile) godibilissimo. Ma con “La grazia” Sorrentino fa un innegabile salto di qualità. Vuoi perché c’è Toni Servillo, e quando Sorrentino lavora con Servillo è ispirato quanto Martin Scorsese con Robert De Niro; vuoi perché il tema costringe per forza a cambiare registro, a farsi più profondi. Di riflesso, se in “Parthenope” la colonna sonora era legata al mito e alla giovinezza, in “La grazia” si fa più austera, sacrale ma anche popolare, in quel gioco di scambi continui tra serio e faceto che il regista adora da sempre.

Il Presidente De Santis è un giurista in tutto e per tutto, anche nei rapporti umani, con una freddezza che gli vale il soprannome di “cemento armato”. È vedovo e cattolico, ancorato al fare neutro e diplomatico della Democrazia Cristiana. Né il diritto né la religione, tuttavia, possono garantire certezze incrollabili, e la musica riflette perfettamente questo dualismo tra il rigore istituzionale e la fragilità umana.

Il rigore è la musica elettronica, i suoni minimalisti ma insistenti che accompagnano le ossessioni del protagonista, dal risentimento verso Ugo, l’amico di vecchia data, all’indecisione cronica (“ho bisogno di un ulteriore tempo di riflessione”). Menzione speciale per quella scena straordinaria che è l’arrivo del politico portoghese, al ralenti, sotto il diluvio: “5 Mins Of Acid” della dj olandese KI/KI – che contrappunterà poi il resto del film, facendosi risentire brevemente di tanto in tanto – esprime al meglio il genio di Sorrentino, capace di rendere l’elettronica non solo credibile come sottofondo di momenti drammatici, ma anche seducente, nel suo eterno palleggio tra malinconia e ironia.

Un binomio che trova la sua esemplificazione musicale in “Aurora”, frutto della collaborazione tra il compositore giapponese Ryuichi Sakamoto e l'artista elettronico tedesco Alva Noto (pseudonimo di Carsten Nicolai): una fusione di pianoforte minimalista e suoni elettronici, un incontro tra sensibilità diverse nella musica contemporanea. Nel film sonoro e immagine funzionano come un unico organo emotivo che riporta il protagonista alla sua dimensione umana, lontano dai doveri della carica.

Il rap di Guè

Ed è proprio quando De Santis comincia a liberarsi dal peso delle istituzioni (“sono stanco dei riti”) che entra in gioco un artista che ha fatto storcere il naso ai puristi, sia del cinema sia della musica: il rapper Guè, che compare anche in un esilarante cameo di sé stesso in compagnia di Shablo. Così Sorrentino alla Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia:

Una vena dolorosa che va a braccetto con i tormenti del Presidente, che infatti è così rapito da “Le bimbe piangono” – pezzo di Guè del 2015 – da arrivare a canticchiarne i versi, simulando una rappata che sovverte ogni aspettativa tipica del personaggio istituzionale. Guè rappresenta il mondo esterno, pulsante e crudo, che irrompe nella solennità delle stanze del potere, dove piano piano l’essere umano, anche il più derelitto, torna al centro (emblematica in questo senso la scena della sala d’attesa in carcere, prima di incontrare il professor Arpa). E non si può non citare il verso “Sorrentino non avrebbe fatto un ciak migliore”, che qui diventa un’auto-citazione (auto-ironica) che fonde la cultura pop e la grande arte cinematografica.

Non c’è nulla da cambiare in questo film. Neanche i silenzi, una parte fondamentale della musica che il regista sa dosare con maestria, anche grazie a un Servillo a cui basta un piano americano per commuovere. In sintesi, la musica in “La grazia” getta un ponte tra l’immutabilità del diritto e la compassione, tra gli alambicchi della ragione e i palpiti del cuore. Non è un caso che la massima carica dello Stato si rifugi nell’ascolto per trovare il coraggio di firmare – o non firmare – atti che cambieranno la vita delle persone. Dal rap di Guè alle sonorità sperimentali, la colonna sonora è lo specchio di ciò che Sorrentino vuole raccontare: un mondo complesso, sfaccettato, ironico e profondamente umano. Dove ciò che conta davvero è saper essere leggeri.


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