Se vi è mai successo di dover traslocare ventimila album in vinile, beh: sappiate che oltre ad essere una gran fatica fisica, soprattutto se la schiena non è più quella dei vent’anni, è (anche) l’opportunità per riscoprire dischi che non ricordavate più di avere in casa. A me è successo, e dato che certi album li ho acquistati quando non sapevo quasi niente degli artisti che li hanno realizzati – Internet era di là da venire, e le informazioni in Italia arrivavano col contagocce, quando arrivavano – il trasloco è stata anche l’occasione per cercare di saperne di più. Vi propongo quindi queste schede realizzate con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, che mi hanno accompagnato nel riascolto di certi dischi estratti dai vecchi scaffali prima che li rimettessi negli scaffali nuovi.
C’è una categoria di band che non appartiene davvero alla storia ufficiale del rock, ma alla sua mitologia laterale: gruppi apparsi per un istante, capaci di lasciare un’impronta sproporzionata rispetto alle vendite, alle tournée, alla presenza nei manuali. I Pavlov’s Dog sono esattamente questo: un caso anomalo, fragile e magnetico, nato non nella Londra del prog né nella California dell’AOR, ma a St. Louis, Missouri, nei primi anni Settanta. La band si forma nel 1973 attorno al cantante David Surkamp, con una prima ossatura che include Rick Stockton, Siegfried Carver e Mike Safron; l’organico si allarga poi con Steve Scorfina, Doug Rayburn e David Hamilton, costruendo un suono in cui chitarre, tastiere, mellotron, violino e ambizioni sinfoniche convivono con una scrittura da ballata elettrica americana.
Il nome Pavlov’s Dog evoca il riflesso condizionato, ma la loro musica sembra funzionare al contrario: non produce una reazione prevedibile, bensì spiazza. Basta l’attacco di Julia, il brano più celebre del debutto Pampered Menial, per capire che il centro del progetto è una voce fuori scala. David Surkamp canta con un timbro acutissimo, tremolante, quasi irreale: per alcuni è il marchio di fabbrica, per altri l’ostacolo insormontabile. È una voce che può ricordare un Geddy Lee portato verso il melodramma, ma anche un cantante folk precipitato in un teatro barocco. Non accompagna la musica: la mette in tensione, la rende immediatamente riconoscibile.
Il debutto, Pampered Menial, esce nel 1975 ed è il disco che consegna i Pavlov’s Dog alla leggenda del rock progressivo americano. La sua storia discografica è già un piccolo romanzo: pubblicato inizialmente da ABC Records, viene poi ristampato rapidamente da Columbia, con due versioni finite quasi contemporaneamente nei negozi. Alla produzione ci sono Sandy Pearlman e Murray Krugman, già legati ai Blue Öyster Cult, dettaglio che racconta bene l’ambizione industriale riposta nel gruppo.
Musicalmente, Pampered Menial è un oggetto ibrido. Non è prog sinfonico europeo in senso stretto, non è hard rock, non è folk rock, non è ancora AOR, ma contiene elementi di tutto questo. Brani come Late November, Song Dance, Of Once and Future Kings e Theme from Subway Sue tengono insieme architetture tastieristiche, violino, passaggi quasi cameristici e una tensione melodica molto americana. È progressive, sì, ma senza la freddezza virtuosistica che a volte il termine porta con sé: i Pavlov’s Dog sono enfatici, romantici, teatrali, spesso eccessivi. Ed è proprio l’eccesso a salvarli dall’anonimato.
Il secondo album, At the Sound of the Bell, arriva nel 1976. È un disco più levigato, meno imprevedibile, con un’impronta maggiormente orientata alla forma canzone e a una produzione più morbida. Dopo il primo album, il violinista Siegfried Carver lascia la band; per il secondo lavoro entra Tom Nickeson, mentre la formazione continua a mutare. L’effetto è quello di un gruppo che cerca di rendere più comunicabile la propria eccentricità, senza riuscire però a trasformarla in successo di massa.
La traiettoria commerciale, infatti, non segue le aspettative. Le fonti legate alla storia del gruppo ricordano anticipi importanti e pressioni elevate attorno al debutto, ma il mercato non risponde in proporzione. I Pavlov’s Dog finiscono così in quella zona grigia abitata dai culti: troppo strani per l’AOR radiofonico, troppo americani per il prog europeo, troppo lirici per l’hard rock, troppo enfatici per il gusto critico più sobrio.
Eppure è proprio questa non-appartenenza a renderli interessanti. Nel loro suono si sente un’America che prova a immaginare il progressive senza imitare pedissequamente Genesis, Yes o King Crimson. Ci sono il Midwest e il melodramma, il folk e il mellotron, la grandeur e l’instabilità. Laddove molti gruppi prog puntavano sull’architettura, i Pavlov’s Dog puntavano sull’incandescenza emotiva. Le loro canzoni sembrano sempre sul punto di rompersi: per la voce, per l’arrangiamento, per l’intensità quasi febbrile con cui cercano il climax.
Dopo gli anni Settanta, la storia del gruppo diventa frammentaria: scioglimenti, ritorni, ristampe, concerti celebrativi, nuove formazioni attorno a Surkamp. Nel 1990 Surkamp e Rayburn riattivano il nome Pavlov’s Dog per Lost in America; negli anni Duemila la band torna anche dal vivo, con una reunion a St. Louis nel 2004 e tournée europee successive. Nel tempo, il repertorio classico viene rivalutato dagli appassionati prog e dai collezionisti, mentre pubblicazioni come The Pekin Tapes recuperano registrazioni precedenti al debutto ufficiale, contribuendo a ricostruire la preistoria del gruppo.
Oggi i Pavlov’s Dog restano una band divisiva, e probabilmente è giusto così. Sono difficili da consigliare “a freddo”: chi non tollera la voce di Surkamp rischia di respingerli dopo pochi secondi. Ma chi entra nel loro mondo trova una delle espressioni più singolari del progressive rock americano degli anni Settanta. Pampered Menial non è soltanto un disco di culto: è un’anomalia splendida, un album che sembra arrivare da un universo parallelo in cui il prog non ha preso la via della perfezione tecnica, ma quella del pathos, della fragilità e del delirio romantico.
In fondo, tutta la storia dei Pavlov’s Dog si può riassumere così: una band nata con grandi aspettative industriali e diventata immortale per ragioni molto più intime. Non il successo, non le classifiche, non la continuità, ma un suono riconoscibile dopo tre note e una voce che, piaccia o no, non assomiglia a nessun’altra.
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