Una boccata d’aria fresca: è così che suona “People of the Moon”, il nuovo album dei Nu Genea. A distanza di tre anni da “Bar Mediterraneo” il progetto guidato da Massimo Di Lena e Lucio Aquilina torna con un disco che rappresenta a tutti gli effetti un’evoluzione del suono e dell’immaginario dei Nu Genea. Un viaggio «al di là delle colonne d’Ercole», lo definiscono loro: un’avventura oltre i limiti del mondo a loro conosciuto, che corrisponde naturalmente a Napoli. La città partenopea, con tutto il suo immaginario, era stata centrale in “Nuova Napoli”, meno in “Bar Mediterraneo”. Qui Napoli c’è, ma non è stato il motore portante: «Questo è l’album che volevamo fare, senza porci il problema di cosa mettere o non mettere. Il napoletano alla fine c’è. Ma più per una questione ritmico-linguistica, inteso come uno strumento. Abbiamo fatto un esercizio particolare, usare il napoletano come strumento ritmico», hanno spiegato Di Lena e Aquilina nella nostra intervista.
Le collaborazioni internazionali
Il viaggio ha portato i Nu Genea lontano, a esplorare nuove lingue e nuovi linguaggi. C’è lo spagnolo con María José Lergo in “Acelera”, il portoghese con Gabriel Prado, che non è neanche un cantante professionista ma il percussionista che avevano scelto per questo disco. E poi ci sono l’inglese con Tom Misch, l’arabo con con la libanese Céline Khoury: «A livello musicale abbiamo sempre attiunto a tutto il mondo: abbiamo continuato a farlo anche qui». Per “Acelera” si sono ispirati alle Las Grecas, duo di culto della musica spagnola composto dalle sorelle Carmela Muñoz Barrull ed Edelina Muñoz Barrull, che con "Te estoy amando locamente" nel 1974 vendettero oltre mezzo milione di copie. Con Tom Misch hanno inciso “Onenon”, una sorta di omaggio al grande Pino D’Angiò: il giro di basso sembra uscire dal suo iconico album “Balla!”. A caratterizzare “People of the moon” è anche l’uso particolare degli strumenti: quello che apre “Ma tu che bbuò”, titolo che sembra uscire da uno degli album del Pino Daniele dei primi Anni ’80, è una cornamusa tunisina, il mezwed, di cui però è stato suonato solamente il beccuccio, trovando un suono inedito.
Un disco per rispondere alla crisi
“People of the moon” è nato come risposta a una piccola crisi vissuta dai Nu Genea dopo il boom di “Bar Mediterraneo”, diventato un piccolo caso di studi: fu il più venduto al mondo del 2002 su Discogs, il sito dove gli appassionati vendono e acquistano lp e 45 giri, mentre la rivista musicale statunitense Spin inserì la loro “Tienaté” nella classifica delle cinquanta canzoni più belle del 2022. «Eravamo gasati di fare qualcosa che avesse una potenza simile, che facesse ballare la gente. Ci siamo messi in testa di fare dei singoli che potessero spaccare. Ma non siamo mai stati bravi a fare cose a tavolino, pensate. E quindi cestinavamo tutto: ci autosabotavamo. Pensavamo di aver perso lo smalto», hanno raccontato loro. Da quella crisi ne sono usciti ritrovando i follettini interiori della libertà, se volete chiamarli così, che poi sono le “persone della luna” del titolo del disco: «Nel momento in cui sentivamo la pressione dell’aspettativa, stavamo floppando. Ma nel momento in cui ci siamo fermati che abbiamo cominciato a vivere con leggerezza il momento della composizione. È stato un momento di liberazione».
Cosmopolita, ma senza diventare turistico
Dopo “Bar Mediterraneo” i Nu Genea avrebbero potuto “sedersi”. Invece hanno scelto invece la strada più difficile: rinunciare alla replica di una formula vincente per inseguire qualcosa di più vivo e imprevedibile. E proprio lì, nella rinuncia al controllo, hanno trovato il cuore del disco. Lontano dall’estetica-cartolina che avrebbe potuto trasformarsi facilmente in maniera, “People of the Moon” respira, si muove, cambia pelle continuamente. È un album che balla senza ossessione per il dancefloor, cosmopolita senza diventare turistico, sofisticato senza perdere calore umano.
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