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Noyz Narcos: “La vera violenza? Vendere falsi sogni di ricchezza”

28.11.2025 Scritto da Claudio Cabona

Noyz Narcos, a vent’anni dall'esordio “Non dormire”, pubblica il suo nuovo disco “Funny games”. Un progetto rap, prodotto nuovamente da Sine, in cui la violenza, sonora e linguistica, diventa uno strumento per risvegliare dal torpore collettivo e uno specchio sociale. Non è più solo un elemento distintivo e creativo, da sempre centrale nella sua carriera e narrazione, ma anche propulsivo. Il riferimento diretto è a “Funny games”, il film del 1997 scritto e diretto da Michael Haneke. Noyz diventa un “mostro-narratore”, accompagnato da vari ospiti, in mezzo a un mondo in rovina dove la brutalità non è solo quella fisica delle strade, ma anche e soprattutto quella di sistema, generata da falsi sogni di ricchezza, da ideologie e da aspettative che sono gabbie per topi.

Che cosa ti ha colpito del film “Funny games”?
Il titolo e la copertina del disco sono l’ultima cosa che scelgo, perché prima devo ascoltare tutta la musica che ho fatto. E questo, ovviamente, non rende felicissimo il mio team (sorride, ndr). Non è nella top dei miei dieci film preferiti, però è una pellicola che racconta i carnefici e le vittime in modo interessante perché fa subito capire quanto si possa essere uno o l’altro in modo totalmente casuale.

E la violenza può essere gratuita…
Sì, i protagonisti del film sono due giovani mostri che si vogliono sfogare su una famiglia indifesa. Tutti possiamo essere vittime dell’esasperazione e della follia. Ovviamente il titolo non è solamente volto a suscitare crudezza, ma anche a suggerire “il gioco”, perché per me la musica è anche un gioco, e quell’elemento rimane fondamentale.

Il click della follia può scattare in qualsiasi momento?
Mi viene in mente una scena di “Un giorno di ordinaria follia” con Michael Douglas: lui a un certo punto prende la macchina, tutti suonano, lui apre lo sportello e la lascia in mezzo al traffico. Da lì parte la sua giornata folle, per l’appunto. Per me il microfono è quell’interruttore di cui parli, è l’unica cosa con cui riesco a sfogarmi e a dire quello che penso.

Nel disco mandi affanculo il governo, parli di esistenze intrappolate e del ritorno delle svastiche. Perché hai sentito la necessità di prendere posizione?
Perché non lo fa quasi nessuno. Io mi sono rotto il cazzo di sentire canzoni su quanto costa una macchina, sulle bottiglie, sulla figa e sui soldi. Anche a me piacciono i soldi, ma diciamoci la verità: in questo periodo storico non si può davvero continuare a raccontare solo questa roba. Anni fa mi rompevano i coglioni quando mi dicevano che non potevo parlare di certe cose perché erano troppo violente. Ma oggi è molto più violento e pericoloso far credere a un pischello che con la Lamborghini sarà felice. Sono falsi sogni di ricchezza. Io sento storie di ragazzi che si sparano per un paio di scarpe…

Il rap ha rinunciato a raccontare alcuni aspetti della realtà?
Non è solo questo, nel rap di oggi ci sono anche dei paradossi. Perché devo andare a sentire uno che mi parla della sua Lamborghini quando io magari la mattina dopo vado a lavorare in cantiere? C’è anche il rovescio della medaglia: ci sono ragazzini in camicia bianca che si gasano in discoteca nel vedere un rapper di seconda generazione che racconta quando andava a rubare nelle case, senza rendersi conto che le case in cui rubava erano di quelli come loro.

Questo è il tuo decimo “solista”. Come è stato lavorare all’album?
Non è stata un’impresa facile. Con Sine abbiamo lavorato da novembre a novembre, un anno: per me è il minimo indispensabile per fare un disco di qualità in questi tempi.

Dove avete lavorato?
Al 90% nel mio spazio, a casa mia, che è anche il mio ufficio e negozio di tatuaggi. È quello che si vede nel video di “Ultimo banco”. Non ci interessava andare in uno studio ultramoderno, asettico. Preferisco essere circondato dalle mie cose, da quello che amo e mi ispira. Abbiamo lavorato un po’ alla vecchia, volevamo rievocare gli inizi quando siamo partiti da uno scantinato.

Con Shiva, uno dei feat, quando e come vi siete conosciuti?
Ci siamo conosciuti tardi, lui ha avuto un periodo di detenzione come sappiamo. Tra noi c’è sempre stato grande rispetto. È “tra gli artisti nuovi”, ma in realtà rappa da tempo. È stiloso, ha credibilità, è real. E insieme non ci siamo accontentati, volevamo fare una canzone vera. Ne abbiamo prima fatta una che però non ci convinceva, così ci siamo impegnati ancora di più e abbiamo trovato la perfetta fusione tra diverse generazioni in cui raccontiamo motivazioni e strade percorse.

L’attitudine, nonostante il gap generazionale, è la stessa?
L’approccio al rap è simile, diretto e incisivo. Avevamo già collaborato in una posse track, ma quelle non sono proprio collaborazioni, non ti conosci davvero bene in quei contesti. Per me ora abbiamo realizzato un instant classic.

Achille Lauro, un altro feat, lo hai trovato cambiato?
È un amico, è della zona nostra, Monte Sacro e dintorni, a Roma. Per me assistere alla sua ascesa, vederlo diventare gigante, è una vittoria, non solo sua, ma di tutti noi. Ha avuto una mutazione, ha affrontato diversi generi perché è curioso e audace. Se non fosse stato per il suo ritornello, il brano non sarebbe mai uscito perché non è troppo nelle mie corde. Lauro oggi è un cantautore, è un Vasco Rossi, mancava uno come lui nella nostra scena.

Un ospite inaspettato è Madame.
Madame l’ho tirata in ballo io, è una scelta mia, anche con lo stupore del mio team. Tra le ragazze che fanno musica in questo genere è tra le poche, se non l’unica, che lo fa molto bene. Ha una bella scrittura, buca, dice cose interessanti. Mi piaceva l’idea di inserire un ritornello femminile in un pezzo rap, capace di farlo svettare. Odio quando la voce femminile viene inserita nei pezzi rap semplicemente per questioni radiofoniche. Ecco, questo non è il nostro caso.

Perché Papa V e Nerissima Serpe oggi sono tra i nomi più richiesti per feat e collaborazioni?
Sono stati notati così tanto perché, innegabilmente, hanno portato qualcosa di nuovo, di originale e di stiloso. Se un rapper importante arriva a notare due nuove leve, è perché quelle due se lo sono meritato. Io, quando ero ragazzino, non andavo dai rapper più grandi di me a chiedere feat: facevo gli album e basta. Se sei davvero bravo, vieni notato.

Il rap underground?
Oggi l'underground c'è, ma è molto difficile da scoprire. Anche perché arrivano tanti artisti che sembrano subito bravi, col video figo, con le prod incredibili, che fanno un botto di Platini nel mainstream. E quelli che fanno l'underground spesso rimangono nell'underground, anche un po' per scelta, per non avere delusioni. Per me il supporto forzato dall'alto comunque non ci deve essere. I rapper devono fare i pezzi e basta, pensare a sé, non ai feat. Il fatto che un rapper grande debba per forza supportare un rapper piccolo è una strategia discografica, non deve essere fatto dagli artisti. I feat dovrebbero essere sinceri.

Come si resta fedeli alla linea anche quando la linea non c’è?
Mi sono sempre approcciato alla musica rap nella stessa maniera. Ho il mio metodo di scrittura: non parto mai da un concept, scrivo di istinto. Lascio che sia la musica a guidare le parole, come diceva Neffa. Quello che è cambiato è il contorno intorno a me, è l’ascoltatore. Oggi bisogna sempre mettere dentro qualcosa di nuovo. Penso per esempio al pezzo blues-country con Gast: ecco, quello è senz’altro un elemento di novità. Ma resto convinto che ogni rapper debba trovare una sua formula: può anche dire le stesse cose, ma deve dirle sempre in maniera figa. L’obiettivo è trovare un proprio stile, una metrica, un andamento, che poi diventano familiari per l’ascoltatore.

Nel disco rivendichi di fare quello che sognavi da ragazzino. Il prezzo da pagare?
Ho fatto ogni lavoro infame prima di fare quello che faccio oggi. Il mio obiettivo è sempre stato quello di non avere un capo, di non avere padroni sopra di me. Volevo plasmare la mia vita ed essere io la mia impresa personale. Auguro a tutti di trovare una passione e di trasformarla in un lavoro. C’è anche da dire che forse oggi ci vogliono più palle ad andare in un ufficio, a lavorare, a fare quello che non piace...Alcuni “artisti” sono provvisori e poi scompaiono. Io ho fatto il carpentiere, il lavapiatti, e ho capito che se vuoi diventare un campione in qualcosa devi crederci e dedicarti completamente a quella cosa lì. Per fare il cazzo che ti pare, devi fare la guerra.

Non hanno mai provato a cambiarti?
A un certo punto, non te lo nascondo, quando il mercato musicale è mutato e mi stava arrivando addosso, ho provato ad ascoltare dei consigli discografici: “Guarda, ora dovremmo avere un pezzo così”, “ora servirebbe un brano in questo stile”. Alla fine mi sono reso conto che quello che io so fare, è quello che la gente si aspetta da me. Tutto il resto, il cercare di fare altro, è l’opposto di quello che sono. 

Kid Yugi è il rapper di nuova generazione che senti più vicino?
Le storie di Hollywood, della Milano bene o di una Roma ricca le abbiamo già sentite, ma ascoltare racconti di Massafra è un attimo diverso. Yugi si merita tutto il successo che sta avendo. Le strofe per il pezzo insieme le ha scritte davanti ai miei occhi, non è andato a casa a prepararsele. È uno dei migliori secondo me.

Farai un tour nei palazzetti?
Sì, vorrei fare delle date nei palazzetti. Sono molto felice di portare queste nuove tracce nel live. Io dopo un po’ mi rompo il cazzo di fare sempre le stesse canzoni. Non ho mai capito quei gruppi che girano, per tutta la carriera, con gli stessi tre dischi di sempre.

(Articolo originale su Rockol.it)

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