Se vi è mai successo di dover traslocare ventimila album in vinile, beh: sappiate che oltre ad essere una gran fatica fisica, soprattutto se la schiena non è più quella dei vent’anni, è (anche) l’opportunità per riscoprire dischi che non ricordavate più di avere in casa. A me è successo, e dato che certi album li ho acquistati quando non sapevo quasi niente degli artisti che li hanno realizzati – Internet era di là da venire, e le informazioni in Italia arrivavano col contagocce, quando arrivavano – il trasloco è stata anche l’occasione per cercare di saperne di più. Vi propongo quindi queste schede realizzate con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, che mi hanno accompagnato nel riascolto di certi dischi estratti dai vecchi scaffali prima che li rimettessi negli scaffali nuovi.
Prima che il nome Nirvana diventasse sinonimo di Seattle, grunge, maglioni slabbrati e chitarre come ferite aperte, c’era un’altra band con lo stesso nome. Veniva da Londra, non dagli Stati Uniti; apparteneva alla stagione psichedelica, non agli anni Novanta; e invece della rabbia elettrica di Nevermind coltivava un’idea fragile, barocca e visionaria di pop. I Nirvana inglesi sono una di quelle storie laterali che rendono il rock britannico degli anni Sessanta più strano, più ricco e meno lineare di quanto dicano le grandi genealogie ufficiali.
Il progetto nasce nel 1966 attorno a due figure cosmopolite: Patrick Campbell-Lyons, irlandese, cantante e chitarrista, e Alex Spyropoulos, greco, tastierista e compositore. Più che una band nel senso classico, i Nirvana sono all’inizio un laboratorio di scrittura: un duo che immagina il pop come racconto, teatro in miniatura, orchestrazione. Attorno a loro ruotano musicisti di supporto e collaboratori, ma il cuore resta quello: Campbell-Lyons e Spyropoulos, due autori che prendono la psichedelia londinese e la spostano verso una forma più elegante, cameristica, quasi da favola musicale.
Il loro esordio, The Story of Simon Simopath, esce nel 1967 per Island Records, prodotto da Chris Blackwell. È un dettaglio importante: non siamo nel sottobosco più casuale della psichedelia, ma dentro una delle etichette cruciali della nuova musica britannica. Il disco viene spesso indicato come uno dei primi concept album narrativi del rock, precedente a lavori più celebrati come S.F. Sorrow dei Pretty Things, Tommy degli Who e Arthur dei Kinks.
La storia di Simon Simopath è ingenua, lunare, persino infantile: un personaggio che sogna di volare, attraversa alienazione, ospedali psichiatrici, viaggi immaginari e redenzioni pop. Ma il punto non è la trama in sé. Il punto è l’ambizione: usare l’album non come raccolta di singoli, ma come piccolo film sonoro. Nel 1967, mentre la psichedelia britannica esplodeva tra colori acidi, sitar, studio tricks e visioni lisergiche, i Nirvana sceglievano una via diversa: meno blues, meno jam, più archi, melodie, arrangiamenti da camera, atmosfera da operetta spaziale.
Il loro suono è una psichedelia senza fango. Non ha la pesantezza dei Cream, non ha il delirio chitarristico di Hendrix, non ha l’impatto dei primi Pink Floyd dal vivo. È un pop orchestrale che sembra crescere in una serra: fragile, profumato, artificiale nel senso migliore del termine. Le canzoni sembrano miniature vittoriane illuminate da lampade colorate. C’è la lezione dei Beatles più fiabeschi, ma filtrata attraverso un gusto più europeo, più teatrale, a tratti quasi mediterraneo. C’è anche una parentela ideale con gli Zombies di Odessey and Oracle e con il baroque pop più sofisticato della seconda metà dei Sessanta.
Il momento in cui i Nirvana sfiorano davvero la visibilità arriva con “Rainbow Chaser”, singolo del 1968 incluso nell’album All of Us. È il loro brano-simbolo: una melodia vaporosa, un ritornello immediato, un uso esteso dell’effetto phasing che lo rende una piccola cartolina sonora dell’epoca. Il singolo raggiunge il numero 34 nella classifica britannica nel maggio 1968, abbastanza per fissare il nome della band nella memoria degli appassionati di psichedelia, non abbastanza per trasformarli in fenomeno pop.
“All of Us”, pubblicato nel 1968, è forse il loro disco più accessibile: meno narrativo del debutto, più concentrato sulla forma canzone, attraversato da un’idea di pop sognante e gentile. È il lato più luminoso del progetto, quello in cui la scrittura di Campbell-Lyons e Spyropoulos trova il miglior equilibrio tra ambizione e immediatezza. Ma anche qui resta una sensazione di eccentricità: i Nirvana non suonano come una band da classifiche, nemmeno quando scrivono potenziali singoli. Sembrano troppo educati per il rock, troppo strani per il pop, troppo leggeri per il progressive che sta per arrivare.
Il terzo capitolo, Black Flower, complica ulteriormente la vicenda. Rifiutato da Chris Blackwell, viene poi pubblicato nel 1970 con il titolo To Markos III su Pye, in una tiratura limitata e presto diventata oggetto di culto collezionistico. La storia vuole che una delle canzoni, “Christopher Lucifer”, fosse una frecciata proprio a Blackwell. È il classico episodio da band di culto: album respinto, uscita confusa, poche copie, rivalutazione tardiva.
Dopo quel passaggio, l’incantesimo originario si incrina. Il duo si separa all’inizio degli anni Settanta e Campbell-Lyons porta avanti il nome Nirvana in dischi come Local Anaesthetic e Songs of Love and Praise, lavori più periferici rispetto alla stagione d’oro ma importanti per seguire l’evoluzione del progetto. Il nome riemergerà poi negli anni Ottanta con reunion, ristampe e recuperi d’archivio, quando il mercato della psichedelia perduta inizierà a guardare con occhi nuovi a quelle band rimaste fuori dal canone.
Naturalmente, nella loro storia c’è anche l’ombra ingombrante degli altri Nirvana. Nel 1992, i Nirvana britannici fecero causa alla band americana per l’uso del nome; la questione si chiuse con un accordo extragiudiziale, lasciando a entrambi la possibilità di continuare a usare quella parola ormai caricata di significati molto diversi. È un paradosso quasi perfetto: i primi Nirvana, nati come progetto di pop psichedelico fiabesco, finiscono per essere ricordati anche attraverso il conflitto con una band che, venticinque anni dopo, avrebbe trasformato lo stesso nome in un marchio generazionale.
Ma ridurli alla nota a piè di pagina dei Nirvana americani sarebbe ingiusto. I Nirvana inglesi appartengono a un’altra idea di rock: quella in cui lo studio diventa teatro, il pop può farsi racconto, l’orchestrazione non è semplice abbellimento ma parte della scrittura. La loro musica non cerca l’urgenza, cerca l’incanto. Non vuole sfondare la porta, preferisce disegnare una finestra colorata.
Oggi, dopo la morte di Patrick Campbell-Lyons nel 2026, la loro storia assume anche il tono della chiusura di un’epoca: quella dei piccoli visionari della Swinging London, autori che spesso non ebbero il successo dei giganti ma contribuirono a espandere il vocabolario del pop. Fonti recenti hanno ricordato Campbell-Lyons come cofondatore e anima della Nirvana originale, legandolo proprio a “Rainbow Chaser” e alla stagione dei primi concept album psichedelici.
Riascoltati oggi, i Nirvana britannici suonano come un’alternativa gentile alla storia ufficiale della psichedelia. Non sono stati rivoluzionari nel senso rumoroso del termine, ma hanno intuito qualcosa che sarebbe diventato centrale: l’album come mondo autonomo, la canzone pop come scena teatrale, l’arrangiamento come narrazione. In un’epoca dominata da amplificatori, feedback e rivoluzioni giovanili, loro costruivano globi di vetro.
E dentro quei globi, ancora oggi, nevica a colori.
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