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Musica e burnout: gli artisti contro il sistema discografico

13.05.2026 Scritto da Mattia Marzi

Rancore grida “Basta”: basta alle hit, allo streaming, ai brutti feat, ai remix, alle playlist, ai videoclip, ai bot, agli sponsor. Ditonellapiaga in “Hollywood” critica un’industria che punta tutto sull’apparenza e non sulla sostanza: «Sono come tu mi vuoi / ballo così splendida, leggera / ma dentro cado a pezzi». Nayt in “Scrivendo” usa parole durissime: «A me l’industria musicale in Italia fa schifo… il 99% del pubblico è passivo». E poi c’è Madame, in “Mai più” - leggi anche: Da Guccini a Madame: le canzoni “avvelenate” contro l’industria - definisce l’industria come una «fabbrica dell’orrore». Quattro artisti diversi, tutti di nuova generazione, che nei rispettivi dischi, usciti nello stesso periodo, si lasciano andare a confessioni e accuse rivolte al music biz, denunciandone i meccanismi, le pressioni e la disumanizzazione. Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova. Qui gli indizi sono addirittura quattro. È come se una generazione intera di artisti stesse dicendo la stessa cosa: qualcosa non funziona più. E le canzoni sono diventate il primo luogo di questa ribellione.

Le crisi

Che i ritmi dell’industria musicale siano diventati insostenibili non è più un mistero da tempo. Lo confermano le crisi vissute da Sangiovanni e Angelina Mango, due tra i volti più popolari del nuovo pop italiano, entrambi travolti dal peso di un successo arrivato troppo in fretta e consumato a velocità ancora maggiore. Era il febbraio del 2024 quando Sangiovanni, pochi giorni dopo la fine del Festival di Sanremo — dove si era classificato penultimo con “Finiscimi” — annunciò lo stop ai concerti e il rinvio dell’album. «A volte bisogna avere il coraggio di fermarsi. Non riesco più a fingere che vada tutto bene e che sia felice di quello che sto facendo», scrisse sui social. Un messaggio che colpì perché rompeva l’immagine dell’artista giovane, vincente, sempre sorridente che il pubblico aveva imparato a conoscere sin dai tempi di “Amici”. Dietro milioni di stream, dischi di platino e fan adoranti c’era invece un ragazzo esausto, schiacciato dalle aspettative e dalla necessità continua di performare. Pochi mesi dopo si è fermata anche Angelina Mango, altro talento sbocciato nella scuola più popolare d’Italia. E il suo caso ha fatto ancora più rumore perché arrivava nel momento di massima esposizione mediatica: la vittoria a Sanremo, l’Eurovision Song Contest 2024, il disco, i concerti, la promozione, le ospitate televisive, tutto concentrato nell’arco di poco più di un anno dopo l’esplosione ad “Amici”. Un ritmo forsennato. Poi il silenzio. Un ritiro improvviso che molti hanno letto come il sintomo di una stanchezza non soltanto fisica, ma emotiva e mentale. Quando è tornata, un anno dopo, lo ha fatto pubblicando a sorpresa l’album “Caramé” e cantando: «Forse è solo la fine del mio primo atto, ora voglio solo vivere». Baltimora nel 2021 vinse a soli 20 anni X Factor. Sembrava, la sua, l'inizio di una delle tante favole del pop italiano di questi anni, ma così non è stato: «Dopo X Factor mi sono sentito una macchina, il contrario dell’unicità che viene tanto cercata all’interno di quel programma, che spinge tanto sulla ricerca dell’artisticità ma alla fine non è davvero rilevante. Non mi è stata data la possibilità di prendermi il mio tempo per maturare umanamente come artista», ha raccontato nella nostra intervista.

Artisti troppo fragili o sistema troppo tossico?

A questo punto la domanda diventa inevitabile: sono gli artisti di oggi ad essere troppo fragili, incapaci di sostenere la pressione del successo, oppure è il sistema ad essere diventato davvero tossico? La tentazione di liquidare tutto come una questione generazionale - ragazzi più sensibili, meno abituati alla fatica, incapaci di reggere il peso della notorietà - è forte. Ma probabilmente è anche superficiale, da boomer. Perché sì, è vero, la pressione nell’industria musicale è sempre esistita. Oggi, però, sembra aver assunto una forma nuova: continua, invasiva, totalizzante. Un tempo il successo si consumava soprattutto sul palco, in studio o in televisione. Oggi invece accompagna gli artisti in ogni momento della giornata, attraverso i social, i numeri dello streaming aggiornati in tempo reale, gli algoritmi, i commenti, la necessità costante di restare visibili. Non basta più fare musica. Bisogna produrre contenuti, cavalcare trend, alimentare continuamente la propria presenza online. Pena l’esclusione dal dibattito. Eddie Brock dopo l’exploit su TikTok di “Non è mica te” è arrivato a partecipare al Festival di Sanremo direttamente tra i big, con “Avvoltoi”. Si è classificato ultimo. Prima di partecipare al Festival aveva annunciato le date di un lungo tour estivo, che è stato però cancellato: «Alcune date non stavano vendendo quanto alla fine ci aspettavamo, perché succede», ha ammesso, senza nascondersi dietro a un dito. E lanciando il suo nuovo singolo “Bel venerdì” ha fatto sapere, alludendo ai meccanismi spietati del music biz: «Non spero che diventi virale, che spacchi lo streaming, ma che vi emozioni».

Il lato oscuro del successo contemporaneo

In un mercato che divora tutto velocemente, anche il tempo per crescere, sbagliare o semplicemente respirare sembra essersi ridotto al minimo. Chiedetelo a Blanco, che in “Piangere a 90”, la canzone che ha segnato il suo ritorno sulle scene dopo un lungo silenzio discografico, quello nel quale si era rintanato dopo essere passato in pochi mesi dalla sua cameretta ai palchi degli stadi di Roma e Milano, con una partecipazione al Festival di Sanremo e una all’Eurovision di mezzo, canta: «Ho toccato il cielo, e il dito si raffredda / non ho firmato per una vita in diretta». E ancora: «Non sento più il brivido, ora c'ho un livido». È dentro questo contesto che le accuse di Nayt, Madame, Rancore e Ditonellapiaga acquistano un significato più profondo. Le loro non sembrano semplici provocazioni o sfoghi individuali, ma il racconto collettivo di una generazione che sta iniziando a mostrare il lato oscuro del successo contemporaneo. Una generazione che non contesta soltanto le logiche commerciali della discografia, ma il prezzo umano che quelle logiche rischiano di imporre.


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