Nel 2026 Motta tornerà a guardarsi indietro, ma senza sprofondare nella nostalgia. A dieci anni dall’uscita de “La fine dei vent’anni”, l’album che lo ha imposto come una delle voci più riconoscibili della nuova canzone d’autore italiana, l’artista ha annunciato le prime date di un tour che promette di essere più di una semplice “operazione anniversario”, anche perché il cantautore è in una fase della sua carriera estremamente libera. Le prime tappe confermate sono due contesti simbolici: lo Spring Attitude Festival 2026, alla Nuvola dell’Eur di Roma il 29 e 30 maggio, e il Mi Ami 2026, in programma dal 21 al 23 maggio all’Idroscalo di Milano. Altre date verranno senz’altro annunciate, ma il senso del percorso è già chiaro.
Quando uscì nel 2016, “La fine dei vent’anni” non fu soltanto un esordio solista particolarmente riuscito: fu un disco capace di intercettare un sentimento diffuso, quasi generazionale, e di offrire una forma emotiva netta. Motta arrivava da esperienze diverse, dal background più rumoroso e sperimentale dei Criminal Jokers, ma con questo album trovò una lingua personale, tesa, spesso ruvida, che teneva insieme urgenza rock, melodia pop e scrittura intimista. Il titolo era già una dichiarazione, resa esplicita nella canzone omonima “La fine dei vent’anni”, che sembra funzionare come un manifesto esistenziale in miniatura: “È un po’ come essere in ritardo. Non devi sbagliare strada, non farti del male e trovare parcheggio”. In pochi versi, condensava l’ansia sommessa dell’età di passaggio: la sensazione di dover arrivare da qualche parte senza sapere bene dove, con il timore costante di una scelta sbagliata e la fatica di trovare uno spazio, fisico ed emotivo, in cui fermarsi. Non parlava semplicemente del tempo che passa, ma dello spaesamento che accompagna il momento in cui l’orizzonte si restringe e le decisioni iniziano a pesare davvero.
Il disco non era e non è solo questo: è popolato anche da personaggi notturni, raccontati con uno sguardo empatico. "Sei bella davvero" è uno dei brani più emblematici in questo senso: una canzone che mette al centro una ragazza transgender, celebrandone la bellezza e un percorso di vita difficile, ma autentico. Motta ne ha fatto un ritratto intimo e rispettoso, trasformando la canzone in un inno all’identità di genere e al superamento dei pregiudizi, senza retorica e senza bisogno di spiegazioni, lasciando che sia l’umanità del racconto a farsi politica. Accanto a queste storie, “La fine dei vent’anni” abbraccia anche momenti di tribalismo psichedelico e collettivo: "Roma stasera", una delle canzoni più belle e rappresentative dell’album, raggiunge l’apice dal vivo. Un canto sporco e viscerale che parla di appartenenza senza mai idealizzarla. Ma c’é anche un altro nucleo fondamentale, più silenzioso e profondo: la famiglia, da sempre tema centrale del suo racconto.
Con "Mio padre era comunista", l’artista mette mano alla materia più delicata. In un panorama pop troppo spesso anestetizzato, Motta rimise così al centro il conflitto: quello con se stessi, con il corpo, con le aspettative, con l’identità, con la comunità e con le proprie origini. Brani come "Del tempo che passa la felicità" o "Se continuiamo a correre" non offrono soluzioni, la sua è una scrittura che non cerca consolazione, ma verità. Musicalmente, “La fine dei vent’anni”, grazie al lavoro di Riccardo Sinigallia, colpì e colpisce anche per il suo equilibrio instabile. Una canzone d’autore e popolare spogliata, finalmente, dalla paura del rumore, canzoni ambiziose e profonde. Il riconoscimento arrivò anche in forma ufficiale, con la Targa Tenco come miglior Opera Prima, ma la vera forza del disco si è misurata nel tempo. Dieci anni dopo, quelle canzoni continuano a parlare a chi le ha vissute allora e a chi le scopre oggi, magari da prospettive diverse. “La fine dei vent’anni” non è un monumento da celebrare, ma un’energia pura da rimettere in circolo.
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