"Copritevi le orecchie, questa canzone è maledetta”. Le parole appaiono sullo schermo durante una performance di Mother Mary e bastano a dichiarare subito il territorio del film di David Lowery, che arriva nelle sale italiane dal 14 maggio distribuito da I Wonder Pictures. Dopo la danza e la disciplina portati al limite da “Black Swan” di Darren Aronofsky nel 2010, da qualche tempo anche il pop è diventato uno dei luoghi preferiti dal cinema per raccontare il potere, la fragilità e l’orrore dello spettacolo. Non più soltanto biopic, musical o film concerto, ma anche thriller, drammi psicologici, horror e fantasie gotiche in cui la popstar diventa creatura mitologica, vittima sacrificale, idolo religioso e macchina da performance.
In “Mother Mary” Anne Hathaway interpreta una cantante famosa in tutto il mondo che, alla vigilia del suo grande ritorno sulle scene dopo un incidente avvenuto durante un concerto, fugge nella campagna inglese per cercare Sam Anselm, stilista ed ex collaboratrice interpretata da Michaela Coel. La richiesta della popstar è un nuovo abito, che non sia solo un semplice costume di scena, ma qualcosa che le permetta di presentarsi di nuovo al pubblico, di dare forma a una nuova era, di cantare il singolo del ritorno “Spooky action”. Da questa canzone, presentata come potenzialmente “la più grande canzone mai scritta”, ma di cui il pubblico non ascolta mai la versione completa, sembra dipendere proprio la possibilità stessa di rinascere. Sam non vuole ascoltare il pezzo, non vuole più ascoltare la voce di Mary, non vuole tornare dentro una storia creativa e personale finita male. Eppure accetta, trasformando il laboratorio ricavato in un fienile in una camera di tortura emotiva dove il vestito diventa confessione, arma, pelle nuova e fantasma.
Sullo schermo il divismo pop si fa spaventoso
Lowery costruisce “Mother Mary” come un film di fantasmi travestito da dramma musicale, o forse come un film sul pop che usa la tensione dell'horror per dire ciò che il linguaggio realistico non riuscirebbe a contenere. La sua protagonista raccoglie e rimescola segni riconoscibili del divismo contemporaneo. Cammina con la sicurezza scenica di Taylor Swift, assume pose da divinità pop che rimandano a Beyoncé, porta addosso dettagli ornamentali che fanno pensare ad Ariana Grande, mentre l’aura da icona distante, la moda estrema e la tensione tra arte, immagine e controllo evocano Lady Gaga. Lowery ha citato tra le ispirazioni il "Reputation Stadium Tour” di Taylor Swift e "Dracula di Bram Stoker” di Francis Ford Coppola, mentre Hathaway ha raccontato di aver guardato anche a Beyoncé, in particolare ad “American Requiem” e a “Homecoming”, per capire come dare a Mother Mary una presenza vocale e fisica insieme immobile, carismatica e minacciosa.
Nel suo obiettivo, il film sicuramente non cerca la sobrietà. La protagonista si chiama Mother Mary, indossa un’aureola, viene osservata dai fan come una figura quasi sacra e attraversa il palco come se ogni concerto fosse una liturgia. Il simbolismo è evidente, a tratti persino sfacciato, ma è proprio lì che “Mother Mary” trova una delle sue idee più interessanti. Il pop, nel film, non è soltanto intrattenimento. È una forma di culto in cui il pubblico deposita desideri, fragilità, bisogno di appartenenza e fame di estasi. La diva non canta solo per essere ascoltata, ma per farsi carico di un’energia collettiva che la supera e rischia di divorarla.
Il problema, e insieme il fascino del film, sta nel fatto che Lowery prova a rendere visibile qualcosa che il cinema fatica da sempre a inventare da zero. Una popstar immaginaria non deve soltanto avere canzoni credibili, costumi spettacolari e un palco imponente. Deve convincere lo spettatore che, nel mondo del film, milioni di persone la amino davvero, la seguano, la imitino, aspettino il suo ritorno, le attribuiscano un significato. È un obiettivo quasi impossibile, perché la materia del pop non è fatta solo di musica, ma di ripetizione, esposizione, memoria condivisa, campagne, interviste, scandali, coreografie, meme, fanbase e anni di presenza nell’immaginario collettivo.
“Mother Mary” aggira in parte l’ostacolo scegliendo la via del mito invece di quella del realismo. Non spiega davvero come Mary sia diventata una star, non mostra fino in fondo il funzionamento industriale della sua fama e non entra nella macchina precisa, feroce e poco romantica che regola oggi una carriera pop globale. Le popstar vere non spariscono a pochi giorni da una performance decisiva perché non sanno cosa indossare, ma pianificano dettagli e strategie con una precisione quasi militare. Lowery però non vuole raccontare quella parte e sembra più interessato al sogno, non al management o all’ufficio marketing. Allo scopo della pellicola interessa cosa succede quando una figura nata per dare forma ai desideri altrui non sa più quale forma abbia lei stessa.
Il cinema davanti alla fabbrica del pop
Negli ultimi anni il cinema ha continuato a girare intorno all'argomento senza trovare una definizione definitiva. Raccontare il pop contemporaneo è difficile perché significa mettere in scena qualcosa che vive di superficie ma non è mai soltanto superficie. “A Star is born” funzionava perché poteva contare su Lady Gaga, una popstar reale che portava dentro il film la propria storia pubblica, la propria voce e la propria esperienza di metamorfosi. I biopic musicali, da “Rocketman” a “Bohemian Rhapsody” e il recente "Michael", fino ai film su Elvis Presley, Bob Dylan o Bruce Springsteen, partono da un vantaggio enorme e giocano proprio su quell'effetto da "Tale e quale show" per funzionare. Lo spettatore conosce già il mito e va al cinema per vedere se l’attore riesce a evocarlo.
Quando invece il cinema deve inventare una popstar dal nulla, il rischio del disastro è sempre dietro l’angolo. A volte funziona meglio quando il divismo pop resta sullo sfondo. In “Trap” e “Smile 2”, entrambi del 2024, i concerti diventano spazi di tensione e paura, mentre le star immaginarie Lady Raven e Skye Riley non devono reggere da sole tutto il peso del film. Possono sembrare generiche, perché quella genericità fa parte del gioco. Anche “The Idol”, al netto di tutto ciò che non funzionava nella serie, aveva trovato in “World Class Sinner / I’m A Freak” una canzone fittizia abbastanza stupida, accattivante da sembrare plausibile nel suo stesso cinismo. “Vox Lux” del 2018 con protagonista Natalie Portman, invece, resta uno degli esempi più estremi e disturbanti, perché immaginava il pop come una macchina capace di trasformare il trauma in ritornello, senza consolazione e senza innocenza.
“Mother Mary” appartiene a questa famiglia di popstar gotiche e tormentate, ma prova a essere più elegante, più pittorico, più spirituale. Non riuscendoci sempre, a tratti il film appare compiaciuto delle proprie metafore, chiuso in dialoghi carichi di solennità e poco interessato alla realtà concreta del pop contemporaneo. Eppure contiene momenti in cui l’idea prende corpo con forza. La scena in cui Sam chiede a Mary di provare la coreografia senza musica è una delle più riuscite, perché toglie al pop tutto ciò che di solito lo sostiene, dalla produzione al beat e dalla folla al volume, lasciando soltanto il corpo della performer. Hathaway si muove scalza, respira, cade, si contorce, sembra perdere il controllo. In quel momento il film trova davvero il punto in cui la performance assomiglia alla possessione.
Èd è lì che “Mother Mary” dice qualcosa di preciso sulla musica pop al cinema. Non basta scrivere una hit fittizia, non basta costruire un’arena, non basta vestire un’attrice come una diva. Il pop funziona quando produce una fede momentanea, quando convince chi guarda che quella canzone, quel corpo e quell’immagine possano significare qualcosa per qualcuno. Lowery non sempre riesce a costruire quella fede, ma il suo fallimento parziale è interessante perché mostra quanto sia complicato trasformare una popstar inventata in una presenza credibile.
La colonna sonora di “Mother Mary”
La parte musicale è il terreno su cui il film si gioca la sua scommessa più rischiosa. Le canzoni originali sono firmate in gran parte da Charli XCX e Jack Antonoff, con il contributo di FKA twigs, che oltre a comparire nel film nei panni della medium Imogene porta anche “My mouth is lonely for you”, brano nato durante le sessioni di “Eusexua” e poi entrato nel mondo di “Mother Mary”. Il risultato è una colonna sonora pensata per definire una diva immaginaria del XXI secolo, abbastanza grande da riempire arene e abbastanza strana da avere un’estetica d’avanguardia, sospesa tra pop gotico, ambizione mainstream e culto personale.
“La musica pop è lentamente scomparsa e altri tipi di musica hanno iniziato a entrare in quello spazio”, ha dichiarato Lowery al “Guardian” raccontando che durante la scrittura il baricentro emotivo del film si è spostato. Ha aggiunto: “James Blake e Aldous Harding catturavano davvero l’emozione che stavo cercando di scrivere tra Sam e Mother Mary. Mi hanno aiutato a entrare nel sentimento stesso del film”.
Hathaway, che aveva già un passato teatrale e un Oscar vinto con “Les Misérables”, ha affrontato la registrazione come un territorio nuovo. Per il disco “Mother Mary: Greatest Hits”, che include sette brani originali interpretati da Anne Hathaway, tra cui il singolo apripista “Burial”, l'attrice - ora al cinema anche con il "Diavolo veste Prada 2" - ha lavorato con Antonoff non solo sulla voce, ma anche sull’idea di produzione, sulla stratificazione del suono, sul rapporto tra parola e sensazione. Ha raccontato di aver capito che i testi sono importanti, ma che ancora più importante è il sentimento che quei testi riescono a trasmettere, perché il modo in cui si canta il suono di una parola può contare quanto il suo significato. In un’intuizione molto pop, le grandi canzoni non sempre vengono capite prima di essere sentite. A volte funzionano perché una sillaba, una frase, una linea melodica o un timbro riescono a diventare esperienza prima ancora che discorso.
Il film lascia volutamente il fandom sullo sfondo. Nella sceneggiatura originale, ha spiegato Hathaway, c’erano più dettagli su chi fosse Mother Mary come artista, su cosa significassero le sue canzoni e su quanto profondo fosse il rapporto con i fan. Nella versione finale restano indizi, sguardi, titoli, luci di cellulari, folle indistinte e la stanchezza fisica di una donna che ha spinto il corpo oltre il limite per reggere ciò che il pubblico proietta su di lei. Anche quando il film si perde tra simboli, fantasmi, abiti rossi e ambizioni non sempre risolte, "Mother Mary” è interessante nel raccontare come il pop da promessa di salvezza può diventare una condanna. La popstar è colei che offre al pubblico una forma in cui riconoscersi, ma a forza di essere specchio, madre, icona e superficie desiderabile rischia di non sapere più dove finisca il personaggio e dove cominci la persona. Il cinema, davanti a tutto questo, continua a inciampare perché il pop è insieme troppo artificiale e troppo reale, troppo industriale e troppo emotivo, troppo leggero per essere trattato con solennità e troppo potente per essere liquidato come semplice spettacolo. E “Mother Mary” non risolve il problema, ma in parte lo conferma.
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