Su Wikipedia, una “supernova” viene descritta come “un’esplosione stellare più energetica di quella di una nova, molto luminosa, capace di generare un’emissione di radiazione che per brevi periodi può superare quella di un’intera galassia”. Per altri, invece, il termine riporta semplicemente all’immagine dell’esplosione di champagne che deve essere apparsa a Noel Gallagher quando scrisse “Champagne Supernova” degli Oasis. Per Mobrici, il significato si colloca in una zona intermedia, tra “un tributo ai fratelli Gallagher, magici testimoni del mio risveglio artistico” – come spiega il cantautore in un comunicato – e “il momento di massima espansione di una stella: una deflagrazione che segna la fine di un capitolo e, contemporaneamente, l’inizio di una nuova era musicale”.
A quasi tre anni da “Gli anni di Cristo”, Mobrici torna con “Supernova”. Per il cantautore, all'anagrafe Matteo Mobrici, il terzo album solista arriva dopo un periodo di sospensione, e si inserisce come nuovo capitolo di un percorso che mantiene continuità di scrittura pur spostando il fuoco del racconto verso una fase successiva, quella in cui il movimento non è più una scelta ma una condizione. “Supernova” prende forma in questo spazio intermedio, dove la fine non coincide con una chiusura netta e l’inizio non ha ancora una direzione riconoscibile, e lo fa attraverso dieci brani prodotti da Federico Nardelli. La voce di Mobrici attraversa così relazioni in disfacimento, notti prolungate, città che trattengono più di quanto restituiscano.
Come suggerisce il doppio riferimento racchiuso nel titolo, che richiama da un lato un immaginario formativo della scrittura rock britannica e dall’altro il momento di massima espansione e collasso di una stella, l’album si colloca in una zona di tensione in cui il racconto musicale recupera elementi del passato per spingersi verso una direzione sempre più personale, aprendo l’ascolto a qualcosa di nuovo.
L’apertura del disco è affidata a “Fede”, che introduce subito un tono confidenziale e una postura narrativa rivolta verso un interlocutore che può essere una persona precisa o una figura collettiva. L'attacco è immediato: “Fede, ti devi disintossicare / dai social network, dalla brutta musica / e da quei brutti film”, recitano i primi versi. Da qui in avanti, il disco si muove prevalentemente in un orizzonte notturno, che trova una delle sue espressioni più dirette in “Astri”, dove la confessione passa attraverso un ritornello che suona come una dedica indiretta, “Stanotte voglio dedicarti i ritornelli degli altri / che se ti vedo giù sto male pure io”, e prosegue senza soluzione di continuità in “Canzoni per la notte”, titolo che esplicita una funzione e un contesto, quello di brani pensati per accompagnare stati di veglia, smarrimento e condivisione a distanza.
All’interno di "Supernova" si ritrova anche la scrittura più scanzonata e provocatoria che rimanda agli anni dei Canova, seppur intrecciandosi con melodie e sonorità più retrò e cantautorali, come accade in “Con la lingua” tra desiderio, ironia e tensione: “Volevo solo un bacio con la lingua, amore mio / andare in qualche posto dove non esiste Dio / e poi stare insieme sempre / anche così dannatamente”. È un brano che lavora per contrasto, tra l'immediatezza del ritornello e del testo, e la riflessività della musica.
Dimartino è l'ospite di "Interstellar", un brano che parte lento e si apre nel secondo ritornello, con le voci dei due artisti che si incontrano dopo essere state ognuna protagoniste di una strofa. L'altra collaborazione dell'album è con Fulminacci -già ospite del precedente album di Mobrici per rivisitare “Stavo pensando a te” di Fabri Fibra - su "Sono pazzo", che si apre direttamente con la voce dell'artista romano, il quale insieme a Mobrici crea una sorta di mantra nel ritornello, "Sono pazzo, sto sul cazzo, sono pazzo", trasformando contraddizione, smarrimento e autoaffermazione in un movimento continuo. In entrambi i casi, le collaborazioni non interrompono la narrazione, ma si inseriscono come variazioni di prospettiva all’interno dello stesso paesaggio emotivo.
La parte finale del disco mantiene questa linea di sospensione e la accompagna verso una chiusura che non coincide con una risoluzione, ma con una presa d’atto. “Universal” conclude “Supernova” lasciando spazio a una forma di fiducia minima, che non cancella l’instabilità ma la attraversa. “A volte il mondo appare troppo lontano, però ci sto”, canta Mobrici nell'ultimo ritornello che chiude il disco, come se il gesto finale non fosse quello di trovare un senso definitivo, ma di restare, di continuare a occupare uno spazio anche quando manca una direzione chiara. “Supernova” si muove così come racconto di una fase fragile e condivisa, in cui la solitudine assume una dimensione collettiva e l’assenza di risposte diventa parte integrante del percorso, senza trasformarsi in manifesto e senza cercare soluzioni, ma limitandosi a registrare una presenza.
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