Ormai, sempre più spesso, quando si pensa al binomio concerti e piccoli club, soprattutto di provincia, si finisce per pescare aneddoti che appartengono a un passato quasi mitologico, fatto di nomi storici e situazioni locali diventate leggenda. È il caso dei primi tour italiani dei Nirvana, quando si esibivano in spazi lontani dai grandi centri, contribuendo a costruire una memoria collettiva della musica dal vivo che oggi sembra sempre più difficile da replicare. Non serve andare tanto indietro per ricordare un circuito di locali che permetteva alle band di fare gavetta sui palchi e di portare la musica a tutto il pubblico. La narrazione contemporanea dei concerti, soprattutto quando esce dai contesti amatoriali, tende invece a concentrarsi su venue blasonate e su percorsi prevedibili, alimentando un’abitudinarietà condivisa tanto dagli artisti quanto dal pubblico, sempre più portati a muoversi all’interno degli stessi circuiti. È proprio contro questa standardizzazione che si muove il "Provincia Popolare Tour 2026" dei Ministri, un viaggio che, a partire dal prossimo 23 gennaio e fino a marzo, riporterà il trio a suonare nei club e negli spazi live delle province italiane, da Livorno a Messina, attraversando l’Italia da nord a sud passando per Cesena, Trento, Bergamo, Perugia, Caserta, Tolentino, Asti, Fontanafredda, Pistoia, Rende, Taranto, Lecce, Palermo e Catania. Dopo la tournée a supporto del più recente album “Aurora popolare” (qui la recensione), la band sceglie consapevolmente di tornare su palchi essenziali, imperfetti, anche ai margini delle geografie, ma carichi di storia e significato, recuperando persino la formazione in trio delle origini. Questa scelta nasce dall’urgenza di ristabilire un rapporto diretto con il suonare e il pubblico.
“Si parla da tempo della crisi dei piccoli e medi club, e dei problemi della provincia a raggiungere un certo tipo di offerta culturale. Invece di limitarci a discuterne, abbiamo deciso di provare a fare qualcosa di concreto”, spiega il chitarrista Federico Dragogna raccontando com’è nata l’idea del “Provincia Popolare Tour”: “È un modo per fare qualcosa di diverso dai tour nei ‘super club’, che ormai tendono ad assomigliarsi tutti, e per andare noi incontro alle persone, invece che chiedere a tutti di raggiungere le grandi città spostandosi tra macchine, autostrade, hotel e costi sempre più alti”. Fa eco il cantante e bassista Davide "Divi" Autelitano: “È un’inversione di tendenza anche per recuperare veramente la materia del suonare. Per come si costruiscono i tour oggi difficilmente si riesce a fare veramente un tour ricco di episodi. Tornando all’antica maniera di ‘far carovana’ in giro per l'Italia, riusciamo sicuramente a gustarci la cosa che è forse più importante per noi, il suonare tanto. Quando si suona poco, secondo me, diventa persino difficile sentirsi davvero musicisti, artisti”. Tra le intenzioni dei Ministri, sottolinea il batterista Michele Esposito, c’è anche “l’idea di ristabilire una maggiore vicinanza con il pubblico. Nei locali con capienze ridotte si crea quell’effetto di vicinanza tra pubblico e band sul palco, che anche noi ricordiamo da spettatori, quasi come essere in sala prove con il gruppo”.
Nel condividere la visione della band, sottolineando come questa non sia una scelta dettata dalla mancanza di alternative, ma un atto deliberato e profondamente significativo, Gianrico Cuppari, che con la sua società Tuttomoltobenegrazie segue la band e ne ha accompagnato il percorso decisionale, sottolinea: “È ovviamente un’operazione rischiosa, e ne abbiamo parlato a lungo, anche dal loro punto di vista artistico. È una scelta che va valutata sia sul piano tecnico dell’esibizione, sia su quello dei numeri, dei rientri economici, perché non è certo un caso se alcuni luoghi vengono spesso esclusi dai tour: semplicemente, le economie non tornano”. Aggiunge: “Per questo, secondo me, è una decisione profondamente politica, nel senso più nobile del termine: la volontà di riavvicinarsi al pubblico. Negli anni ci siamo un po’ allontanati dall’idea che la musica possa essere davvero pervasiva su tutto il territorio nazionale; i tour finiscono per assomigliarsi tutti e, soprattutto, si perde il riconoscimento del ruolo fondamentale di una rete di luoghi che andrebbe tutelata e valorizzata con una legge ad hoc. Non possono essere trattati come semplici esercizi commerciali: svolgono una funzione culturale, di crescita e di arricchimento per l’intero Paese. Tornare in quei posti dove spesso la musica nasce è, per me, un gesto importantissimo. Troppo spesso succede che, nel momento in cui si può permettere di non tornarci più, in modo magari un po’ chic, non si torni più. In questo senso c’è anche una forma di riconoscenza”.
A ogni locale che ospita una data del “Provincia popolare tour”, i Ministri hanno deciso di dare voce condividendone sui loro canali social video e testimonianze di chi quei club li gestisce e li porta avanti da anni contro mille avversità: “È importante che le persone conoscano queste realtà, che spesso fanno fatica a farsi conoscere”, aggiunge Gianrico Cuppari “Fare la provincia e di conseguenza venue dalle capienze ristrette non è una scelta obbligata, non è qualcosa che si fa perché non ci sono alternative - le alternative le abbiamo vissute fino a un mese fa - è una scelta voluta. E, secondo me, richiede un grande coraggio. Non a caso è una scelta che non ha memoria di essere stata fatta da altri: già solo per questo è, per definizione, una scelta coraggiosa. O stupida, o coraggiosa. Ma quando nessun altro fa una cosa, un motivo c’è sempre. È un po’ come scalare l’Everest senza paracadute”.
Il tour “Provincia Popolare” diventa così non solo un itinerario geografico, ma un gesto di riconoscenza verso quei luoghi che continuano a custodire la musica dal vivo, riaffermando il valore culturale dei piccoli club come presidi vitali e insostituibili. Sui palchi ci saranno Davide "Divi" Autelitano, Federico Dragogna e Michele Esposito, ovviamente in divisa.
Cosa sperate di recuperare, o di portarvi a casa, dopo questo tour un po' particolare?
Davide Autelitano: La cosa a cui dovremmo ambire è recuperare credibilità rispetto al concetto di suonare, più che a quello dell’apparire in grandi eventi. A volte c’è una deriva eccessivamente spettacolare, mentre un po’ di crudezza e di errore rende viva e vera la musica che si fa - in particolar modo la nostra che vive di amplificatori.
L’aspetto che ci porteremo dietro è l'esperienza dei palchi, qualcosa che poi non può toglierti nessuno. Invece, andando avanti, i palchi grossi diventano qualcosa si fa veramente talmente di rado, che fanno solo paura.
Michele Esposito: Meno entertainment, più musica - e probabilmente porteremo a casa un’influenza, perché saremmo in giro tantissimo.
Federico Dragogna: Far sì che le persone tornino ad accorgersi dei locali della loro zona, che chiamerei quasi dei presidi, quasi dei pronto soccorso della musica, che sono club magari da duecento persone. Quando siamo nati noi, si passava sempre da questi posti. Poi sono cresciuti i cachet e i costi da sostenere - anche in modo del tutto comprensibile e logico. Però spesso questi posti si trovano a non poter più avere una programmazione, e automaticamente a far sì che non ci sia più gavetta, neanche di band che passano da questo circuito. Ma crediamo che sia molto importante, quindi riaccendiamo questa fiamma.Per il "Provincia Popolare Tour 2026" si parla di un ritorno a palchi essenziali, quelli che erano anche all’origine del vostro percorso, magari imperfetti, ma ricchi di valori e di storie. Qual è quel qualcosa che avete bisogno di recuperare con questo tour?
Dragogna: Lo scorso autunno siamo stati impegnati nel tour di “Aurora Popolare”, durante il quale abbiamo potuto fare uno show di un certo tipo, bellissimo. Era un tour nei grandi club. Ma ormai, per chiunque fa uscire un disco, il giro del tour è sempre lo stesso. Anche i ricordi delle persone cominciano a essere in serie, perché vanno sempre tutti negli stessi posti. Vogliamo quindi ampliare la prospettiva del pubblico. Inoltre, abbiamo l’occasione di recuperare dei locali che restituiscono l’esperienza del rock - nel nostro caso - nelle misure più belle in cui sentirlo. In un club da 400 persone, puoi sentire il rock per come è stato pensato, per come è nato.
Autelitano: C’è una ragione personale e c’è una ragione ideologica, quasi anche politica, dietro questo tour. A noi è mancato tanto rivivere quel modo di far musica girando da posto a posto, avere aneddoti o vivere esperienze che plasmano quei ricordi che raccontano il proprio percorso. Vogliamo quindi recuperare la narrazione del percorso che stiamo facendo. Ovviamente avviene anche nei tour grossi che ormai facciamo, ma il copione rimane sempre lo stesso. Invece, nel momento in cui adotti un modo diverso di fare musica, succedono delle cose per cui ti accorgi di star vivendo veramente il fare musica. A livello invece più ideologico e politico, questo racconto, dove la musica ovviamente comporta dei costi e una certa insostenibilità per essere realizzata come la facciamo noi, ha fatto sì che dovessimo scendere anche a dei compromessi. Altrimenti la musica andrà sempre verso i posti che possono permettersela, mentre invece c’è l’Italia intera che merita di essere considerata. È quindi una scelta per me enorme e nobile, sicuramente piena di sacrifici, ma al tempo stesso far musica è stata una scelta di sacrifici per noi, e così deve rimanere.
Esposito: Inoltre c’è l’idea di rimettere la musica al centro. E un palco piccolo te lo garantisce. Io mi sono stufato di un mondo che performa continuamente e che vede la perfezione come un valore. Avere un palco del genere ti permette di essere perfettamente in quel momento, ma ti garantisce anche un po’ di imperfezione, che rende vivo ciò che stai suonando o guardando. Altrimenti, diventa tutto standardizzato, calcolato o ragionato - ma questa cosa non ti garantisce l’espressione artistica.È anche un atto di responsabilità?
Autelitano: Sotto questo punto di vista è un po' gravosa pensare di avere una responsabilità. Far musica sicuramente ha una componente di responsabilità. Ma uno se la sceglie questa responsabilità. Si può anche non volerla avere. Ci sono due tipologie di artisti: artisti che hanno bisogno un po’ di quell’allure del grande palco, della grande struttura, che in qualche modo li protegga anche da certi confronti che potrebbero fare fatica a gestire, e progetti che invece hanno bisogno di un contatto totale con la gente.
A me, per esempio, colpì tantissimo quando nel 2013 i Green Day, che avevano un concerto qui a Milano, si presentarono a sorpresa al Circolo Ohibò - che ora non c’è più - per bersi una birra e poi si misero a suonare. Quella è attitudine.
Oggi, vedere una band che vuole portare avanti quell’attitudine significa, se proprio devo parlare di responsabilità, parlare soprattutto di coerenza: responsabilità verso ciò che si è scelto di fare e coerenza. E credo che noi siamo quella tipologia di artisti che non ha troppo bisogno di essere protetta da grandi contesti, ma che ha bisogno dei grandi contesti per pubblicizzare al meglio quello che fa. Però la nostra attitudine ci porterà sempre a scegliere l’altra cosa.
Dragogna: È un momento in cui è nell’aria questa tendenza di fare tour nei piccoli club. Tra gli altri, mi vengono in mente gli Ex-Otago. È qualcosa che sta un po’ tornando, perché l’abbiamo avvertita tutti. Perché, anche se ogni tanto ce lo si scorda, c’è la possibilità per gli artisti di riprendere un po’ il controllo di quello che vogliono fare. Ci sono le agenzie di booking grandi o medio-grandi che ti apparecchiano la tavola dicendo ‘c’è questo, questo e questo’, ed è tutto perfetto se vuoi seguire il binario. Ma puoi anche inventarti una strada tua, puoi decidere tu dove andare. Bisogna sempre ricordarselo.Siete una band in giro da oltre vent’anni e la provincia ha avuto un ruolo importante nella vostra formazione musicale. Ripensando agli inizi, quando facevate la gavetta sui palchi dei piccoli club, in che modo oggi pensate si manifesti la vitalità di quel tipo di venue? E quanto è ancora necessario, secondo voi, passare da quei contesti?
Dragogna: Vent’anni fa, quando abbiamo cominciato, era sicuramente un contesto di riferimento. Esisteva il mainstream, c’erano Laura Pausini, Sanremo e compagnia bella. Ma non ci sembrava nemmeno lo stesso campionato, non avevamo la sensazione di stare facendo la stessa cosa. Era proprio qualcosa che non ci interessava. Oggi invece è curioso, perché la maggior parte degli artisti parte subito da lì: sembra che stiano tutti facendo la stessa gara, quella che comprende X Factor, Sanremo e tutto il resto. Questa dinamica, secondo me, si sta rivelando un po’ mortifera: è come se tenesse in piedi il sistema, ma non tiene in piedi gli artisti. Quando eravamo giovani noi, invece, c’era un sottomondo molto attivo e partecipato: i circoli Arci erano vivi, pulsanti. Mi ricordo che intorno al 2010, se non avevi la tessera Arci, la sera non uscivi nemmeno.
Esposito: Prima si cercava un modo per diversificarsi. Oggi invece la tendenza generale è quella di omogeneizzarsi: avere sempre lo stesso tour, la stessa modalità. Per un disco, per esempio, si stabilisce la settimana dell’uscita, si hanno quattromila interviste in pochi giorni. Ma poi nel giro di tre mesi un disco è già sparito. Prima non era così: un album usciva e aveva una sua vitalità, c’era tempo per promuoverlo davvero. La provincia questo te lo garantiva, perché trovavi dei luoghi in cui tornare più volte. Avevi quindi l’opportunità di conoscere un mondo attivissimo, che adesso stiamo riscoprendo – o scopriremo con questo tour – per capire se è ancora così vivo. Perché ci sono cose che ti sorprendono e ti colpiscono quando esci dal tuo seminato.
Autelitano: I locali sembrano una cosa piccola, quasi marginale: ogni regione, ogni città, ogni provincia ha il suo punto di riferimento. Però entrare davvero in un locale, per quanto sia un episodio di poche ore, significa cimentarsi in un linguaggio e in un tessuto territoriale che comunque ti restituisce qualcosa.
Oggi l’abbandono così marcato di quelle aree ti porta a presumere che tutto funzioni in un certo modo, ma in realtà non ne sappiamo nulla. È vero che la gente tende a concentrarsi nelle grandi città e a muoversi verso i grandi spazi. Ma non è nemmeno del tutto vero, perché c’è chi resta nei luoghi più piccoli, ed è l’altra parte di questa Italia che poi vive gli stessi meccanismi e gli stessi temi che riguardano tutti. Per questo penso che, anche dal nostro punto di vista, è necessario cercare un input che possa in qualche modo essere rielaborato artisticamente – nel nostro caso – per comprendere meglio le dinamiche di un Paese così complesso e contorto.Quanto è ancora necessario, secondo voi, per igiovani artisti e le giovani band passare da questi contesti per costruire davvero un percorso “suonato”? Voi, in qualche modo, state dimostrando che oggi è ancora possibile farlo.
Dragogna: Per una band giovane, riuscire a farsi notare e a far emergere la propria proposta musicale è diventato un vero casino: trovare un palco, avere abbastanza follower per salire su quel palco… Anche noi avevamo problemi simili: ‘quanta gente porti?’. Ma oggi è più complesso. Il vantaggio che avevamo noi era che c’era una stampa e degli intermediari che avevano peso sulla gente: se qualche redazione ascoltava il tuo disco e ti spronava, funzionava da megafono. Oggi sono pochissime le redazioni che possono fare davvero da megafono per un progetto musicale.
In questo senso speriamo di riaccendere un po’ quella dinamica: creare posti dove la gente va a prescindere da chi suona, perché si fida di quel locale o di quel palco, e scopre anche band alle prime armi, che magari fanno un po’ schifo all’inizio – il famoso “bravo, ma basta” – ma è così che si comincia. Come diceva il buon Dave Grohl: una band all’inizio fa schifo, poi pian piano trova la propria strada.Negli ultimi anni molti gruppi cercano un ritorno a un’attitudine più punk attraverso piccoli club tour all’estero. Voi invece scegliete di restare in Italia e attraversare le province.
Dragogna: Abbiamo fatto anche noi tour in Europa, e li faremo ancora probabilmente, perché all’estero ci sono tanti italiani che sono scappati da qui. Però l’Italia è grande. Le tappe dei grandi tour con itinerari sempre tutti uguali assomigliano un po’ alla rete dei treni dell’alta velocità. Dove non arriva l’alta velocità, inizia la provincia. C'è tanto estero anche in Italia, da questo punto di vista.
Autelitano: Ultimamente avverto la sensazione che, indipendentemente dal genere che uno suona, si stia fin troppo abituando l'ascoltatore a guardarsi il concerto come se fosse a teatro, ad andare a un live per far presenza con il proprio cellulare e immortalare quello che vede. Però, io penso che un nostro fan non voglia viversi i nostri concerti in quel modo. Abituare la gente a doversi omologare nel modo di partecipare a un concerto è sbagliato. Si dovrebbe cercare di tornare a portare la gente a godersi il loro modo di essere davanti a certi concerti, nei posti giusti. Rendere quindi tutto corretto, dal contesto al modo di fare, non nel nostro modo di fare.
Dragogna: Qui in Italia c’è la tendenza di spremere economicamente il pubblico in malo modo per farlo andare ai concerti, dove solo il prezzo del biglietto è elevato, così come sono alti i prezzi dei servizi all’interno delle venue.
Autelitano: Non sappiamo se il nostro essere polemici dipenda da un imprinting “vecchio”, da centro sociale, o se invece sia il segnale di un sistema che sta andando alla deriva e che, a un certo punto, qualcuno deve avere il coraggio di criticare. E chi, se non noi, gli artisti, che siamo in fondo i depositari del malessere di chi ci ascolta? Perché la verità è che, a livello di immagine, a rimetterci sono sempre e solo gli artisti.
Esposito: Il rischio più grande, alla fine, è che il pubblico arrivi a pensare che il concerto in sé sia una fregatura. Al di là dell’artista o delle canzoni, tutto ciò che gli sta intorno contribuisce a questa percezione: dai prezzi esorbitanti di cibo e bevande a una gestione che scoraggia invece di accogliere. E questo, per esempio, non succede allo stesso modo nel resto d’Europa.Nel ragionamento dietro il "Provincia Popolare Tour 2026" rientra anche il pubblico, come avete detto. Quanto vi ha colpito rendervi conto di una certa fetta di pubblico, considerata invisibile, magari impossibilitata a vedere un concerto sempre nelle solite città?
Dragogna: Il problema delle grandi città si intreccia spesso con quello del cosiddetto overtourism. Spesso si tratta di complicanze legate a i costi e all’affollamento: chi viene da lontano rispetto alla città del concerto può avere difficoltà a spostarsi o a organizzarsi, e anche spostare date o trovare alloggi diventa complicato.
Autelitano: Il mondo della musica ha preso una piega eccessivamente cinico-imprenditoriale: spesso il pubblico viene visto solo come una fonte di guadagno, e capita che una data salti perché la biglietteria non raggiunge per qualcuno il quorum previsto, penalizzando chi aveva già speso soldi o preso giorni di ferie per partecipare. Per noi è importante riportare al centro il rispetto per le persone che vanno ai concerti. Non si tratta di equiparare pubblico e artista - il palco mantiene la sua magia - ma di annientare quella distanza che trasforma la gente in una massa anonima da trattare “alla buona”. Così, con gesti concreti di attenzione verso il pubblico e verso noi stessi, vogliamo far capire che fare un concerto è sempre una comunione tra artista e pubblico: senza la gente, semplicemente, il concerto non esiste.
Esposito: Per questo tour, un modo concreto con cui esprimiamo questo rispetto verso le persone che ci seguono da tanti anni, è anche nella scelta del prezzo del biglietto. Quando dicono che il prezzo del biglietto non può essere deciso dall’artista non è proprio così. Noi ci siamo messi a discutere e abbiamo deciso che sarebbe stato giusto fare uno sforzo da parte nostra e abbassare un po’ i prezzi, non solo per avvicinarci al pubblico, ma anche a livello economico, perché in un momento in cui il denaro è diventato un bene tanto prezioso, ci è sembrata una scelta di grande senso.Qual è il supporto che volete dare alle realtà di provincia?
Dragogna: Il progetto comprende anche il desiderio di far parlare direttamente i “localari”, quindi dare voce a chi i piccoli club li gestisce e li porta avanti da anni contro mille avversità. Abbiamo chiesto ai gestori dei vari locali in cui è prevista una data del tour di raccontarsi e raccontare la propria venue. Anche in questo caso stiamo seguendo un processo inverso: non è il locale che chiede all’artista un video da condividere per promuovere una data, ma siamo noi a chiedere a loro una testimonianza da pubblicare sui nostri social per creare un racconto corale.Per il"Provincia Popolare Tour 2026” vi ripresenterete con una formazione in trio.È più una scelta pratica o anche simbolica?
Autelitano: Entrambe le cose. C’è una componente pratica, perché spesso non si considera che la musica oggi è fatta in un certo modo: noi siamo quasi un’idea circense, una vera carovana di amplificatori, strumenti e persone. Se non ci sono queste cose, noi non possiamo suonare. Non dipendiamo certo da un computerino, che sarebbe anche comodissimo da portare in giro. Alleggerire il carico, in tutti i sensi, anche riducendo le persone coinvolte, ci rende più maneggevoli e agili.
Allo stesso tempo c’è il desiderio di riesperimentare quello che erano i nostri primi momenti di gavetta, tornare a un punto in cui tutto è ancora da costruire e vedere con quali nuove consapevolezze riusciamo oggi ad affrontare le stesse difficoltà di allora. È bello rimettersi alla prova con le fatiche degli esordi, ma con una maturità e consapevolezza diverse, per capire se davvero sei riuscito a smarcarti da certe dinamiche oppure no.Rispetto al vostro tour autunnale di “Aurora Popolare” nei grandi club, per il "Provincia Popolare Tour 2026” come pensate di portare le vostre canzoni dal vivo? Che tipo di anima verrà fuori sui palchi della provincia?
Esposito: Il nucleo originario siamo sempre noi tre e il cuore resta quello. Poi è chiaro che, quando suoniamo in contesti un po’ più grandi o ragioniamo su certi momenti dello spettacolo, possiamo aggiungere qualche elemento in più. Con noi c’è spesso Marco Ulcigrai, che è un compagno di palco fidato da tanti anni, perché nei grandi contesti ci serve per alcuni brani in scaletta che in tre sarebbero più complessi da gestire. Ma il blocco solido, quello centrale, restiamo sempre noi tre.
Dragogna: Uno show più grande spesso significa avere un impianto molto più strutturato. C’è uno script preciso da rispettare, perché ci sono tante maestranze coinvolte e tutto deve funzionare al secondo. Suonare solo noi in tre, invece, con le luci essenziali del locale e il controllo diretto di tutto, apre a una possibilità di improvvisazione molto più ampia, persino sulla scaletta.
All’inizio eravamo così punk che non scrivevamo nemmeno la scaletta e decidevamo cosa suonare brano dopo brano guardandoci negli occhi. A volte era anche un problema, perché capitava di finire il concerto e accorgerci di aver dimenticato un pezzo importante. Oggi siamo un po’ meno punk di allora, ma questa dimensione lascia comunque molta più libertà di improvvisare davvero il copione dello show.
Autelitano: Noi siamo una band che, da ascoltatori prima ancora che da musicisti, è stata fortemente influenzata dagli anni Novanta, quando la musica veniva restituita nella sua totale crudezza: niente basi, niente sovrastrutture, niente artifici. C’era l’idea che tutto dovesse essere suonato davvero e suonato bene, e che anche la componente tecnica fosse parte integrante dello spettacolo.
Oggi il mondo è cambiato: spesso c’è il desiderio che il live assomigli il più possibile a ciò che si ascolta su Spotify, quasi fosse un fanservice totale, come se quello che senti dovesse essere identico a ciò che vedi dal vivo. Una volta, invece, si andava ai concerti anche per scoprire cosa succedesse sul palco rispetto al disco.
Per noi è una sfida recuperare quella dimensione, metterci in gioco anche dal punto di vista tecnico, perché una certezza ce l’abbiamo: sappiamo suonare, e sappiamo farlo bene. Farlo emergere in contesti che partono letteralmente da zero, dove il suono lo costruiamo noi da capo, è una grande soddisfazione ed è qualcosa che, in fondo, ci riconnette alle origini da cui veniamo.Questo "Provincia Popolare Tour 2026” porta con sé dei rischi, tra problemi tecnici che potrete riscontrare e situazioni scomode. Cosa vi spaventa e cosa vi stimola di più?
Autelitano: La criticità che io avverto di più, da cantante, è legata al fatto che un tour del genere è fisicamente molto faticoso: ci sono più date consecutive e, chiaramente, non siamo più giovani indistruttibili fatti di gomma. Diciassette date in un mese sono tante, è un tour vero e proprio. A livello di performance sarà quindi fondamentale gestire bene le energie, data dopo data, senza però rinunciare allo spettacolo.
Dragogna: La mia grande arma per questo tour sarà il phon da viaggio (ride, ndr).
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