Il giornalista e conduttore radiofonico John Vignola, autore del libro "Esercizi di metamorfosi. Le molte vite musicali di Miles Davis", pubblicato da RAI Libri, a proposito del quale l'ho intervistato qui, ha stilato per Rockol una playlist dei brani a suo giudizio più rappresentativi della discografia del trombettista, scegliendone uno per ogni decennio di attività - con l'aggiunta di una bonus track. Ecco la sua selezione.
1. Jeru (1949) — dalle sessioni di Birth of the Cool (al tempo del bebop, un altro stile è possibile)
2. So What (1959) — da Kind of Blue (forse il brano jazz più ascoltato del Novecento, con il memorabile solo di John Coltrane)
3. Nefertiti (1967) — dall'album omonimo (il secondo quintetto al punto di equilibrio massimo, una nota fuori posto e crolla tutto)
4. Bitches Brew (1969) — dal disco omonimo (due batteristi, basso elettrico, la chitarra di McLaughlin che taglia, le tastiere stratificate, e nel mezzo la tromba che entra ed esce come un richiamo: qualcuno lo ha definito jazz rock o fusion, è solo musica libera)
5. Tutu (1986) — dall'album omonimo (il Miles degli anni Ottanta, con Marcus Miller che gli costruisce un disco intorno e una tromba che ha trovato un altro modo di essere centrale, la metamorfosi non è mai finita)
bonus track:
Miles Davis - Concierto de Aranjuez (1060) - da Sketches Of Spain (L'ochestrazione di Gil Evans e le suggestioni iberiche al loro meglio, apprezzato da tutti meno che dall'autore del Concierto, Joqauín Rodrigo)
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