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McCartney, "RAM" compie 55 anni. Le canzoni una per una

17.05.2026 Scritto da Luca Perasi

QUI LA STORIA DELL'ALBUM E LE REAZIONI DELLA CRITICA

 

Too Many People (Paul McCartney)

È “Too Many People”, un rock energico e deciso, a inaugurare RAM introducendone l’atmosfera tesa. La canzone si apre con le parole “Piece of cake”, che ricorrono più in là: Paul gioca sulla somiglianza fonetica tra le espressioni “Piece of” e “Piss off” (ovvero “Togliti dalle palle”), che Lennon interpretò come un attacco personale.

McCartney: “‘Piss off, cake’. Come ‘piece of cake’ può diventare ‘piss off cake’. Non è niente, è davvero una cosa innocua, solo una frecciatina. Ma la prima strofa (‘Too many people preaching practices’) è riferita al fatto che avevo l’impressione che John e Yoko dicessero agli altri che cosa fare. E non credevo che avessi bisogno mi fosse detto che cosa fare. Era come se mi rimproverasse, e mi stava sulle palle.”74 Considerando invece l’opzione più innocua, il riferimento potrebbe essere alla fotografia del “pezzo di torta” nuziale riprodotta nel Wedding Album di John e Yoko.

Un altro passaggio controverso si trova nella strofa “That was your first mistake/You took your lucky break/Now what can be done for you?/You broke it in two!” In origine Paul aveva scritto le parole “Yoko took your lucky break”, salvo poi optare per liriche meno dirette; ciononostante Lennon si infuriò e vi scorse un’altra provocazione nei suoi confronti.

Alla violenza verbale si accompagna l'aggressività della musica. Registrata ai Columbia Studios il 10 novembre 1970 con McCartney (chitarra acustica), McCracken (chitarra elettrica) e Seiwell (batteria), “Too Many People” è aperta da uno squarciante urlo dopo la frustata della prima battuta.

La canzone presenta un basso borbottante e lo stesso McCartney suona l’assolo di chitarra elettrica tra 1:58 e 2:19, registrato in una sola take; il finale comprende anche una curiosa cacofonia, con numerose chitarre acustiche sovrapposte e rumori di sottofondo.

3 Legs (Paul McCartney)

“3 Legs” fu incisa da McCartney in una demo nell’estate 1970, e le note accluse al nastro, aggiunte per esigenze d’archivio a opera di qualche assistente di studio, descrivono questa versione come “ubriaca e completamente stonata”. In origine intitolata “A Dog Is Here”, la canzone fu ispirata a Paul da un disegno della figlioletta Heather raffigurante un cane senza una zampa.

Alcune strofe (“Well I thought you was my friend/But you let me down/Put my heart around the bend”) sembrano fare riferimento al tradimento da parte di un amico di una fiducia riposta da sempre: difficile pensare che McCartney non si fosse reso conto dei possibili scenari di interpretazione cui il brano sarebbe andato incontro. Probabilmente lo stesso Lennon vi rinvenne qualche riferimento, ma dissimulò dichiarando che “3 Legs” era una delle cose che preferiva in RAM.

Registrata il 16 ottobre 1970 ai Columbia Studios, “3 Legs” sembra riflettere anche musicalmente una certa asprezza: si tratta di un blues ruspante e quasi sgraziato, che presenta diverse variazioni ritmiche (una per ogni strofa) e un finale a tempo raddoppiato.

Ram On (Paul McCartney)

Ai tempi dei Silver Beetles, quando per andare in scena ognuno dei componenti della band sceglieva uno pseudonimo, Paul in qualche occasione si era rinominato Paul Ramon. Queste reminiscenze probabilmente diedero lo spunto a McCartney per “Ram On”, che a sua volta ispirerà il titolo dell’album RAM.

Registrata in una demo nella primavera-estate 1970, la canzone aveva continuato a far compagnia a Paul a New York durante il soggiorno per le incisioni di RAM. McCartney: “Sui taxi mi portavo l’ukulele, per poter avere sempre un po' di musica con me. I tassisti devono avere pensato fossi un tipo piuttosto stravagante!” Una curiosa coincidenza “fonetica” si verificò quando le sedute di RAM si trasferirono agli A&R Studios, dal momento che il nome del proprietario, il produttore Phil Ramone, somigliava molto al titolo di questa canzone. Ramone: “Un giorno io e Paul ci siamo trovati a parlare dei nostri cognomi. Lui mi ha raccontato di quando lo cambiava in Ramon per esigenze di scena e io gli ho detto che in alcune circostanze lo modificavo in Ram One!”

Registrata da McCartney in una seduta solitaria il 22 febbraio 1971 agli A&R Studios, “Ram On” è uno dei brani più originali di RAM. L’apertura è decisamente atipica: in rapida sequenza si susseguono un arpeggio di pianoforte (preso da un’altra registrazione), alcune chiacchiere, l'annuncio della take one e un false start.

Poi è l'ukulele a condurre la canzone: il suo utilizzo è un esempio dell'abilità di McCartney nel mettere a frutto le sonorità degli strumenti più diversi. Si tratta probabilmente di un omaggio a George Formby (1904-1961), cantante e attore inglese icona di una generazione e dei Beatles stessi.

Fa capolino qui, per la prima volta nell’album, l’imitazione vocale della strumentazione: a 1:10 c’è un assolo per il quale McCartney riproduce il suono di una tromba, seguito da un fischio. Il ripetuto incedere delle percussioni (descritte sul track sheet come “big tom tom”), l’uso del piano elettrico Wurlitzer e le vaporose parti corali avvolgono il brano in un'atmosfera misteriosa ed eterea: un gioiellino folk dalla melodia struggente.

Dear Boy (Paul e Linda McCartney)

Stando alle dichiarazioni di Paul, dal punto di vista lirico “Dear Boy” fu ispirata dall’incontro con Linda. McCartney: “È il mio tentativo di scrivere qualcosa di autobiografico, su quanto io sia stato fortunato a incontrare Linda. Non me ne ero mai reso conto, sino a quando non ho composto la canzone.” Come per altri brani di RAM sembrano però possibili più piani di interpretazione, e la canzone potrebbe benissimo essere indirizzata ancora a Lennon. Paul ha però negato, sostenendo una tesi ancora diversa.

McCartney: “‘Dear Boy’ non è rivolta a John. La strofa “I hope you never know dear boy how much you missed/And even when you fall in love dear boy it won't be half as good as this” è un commento sull’ex-marito di Linda [Joseph Melvin See Jr., morto suicida nel marzo 2000], perché ho pensato: “Diamine, lei è così straordinaria, credo che tu non lo abbia capito.”

Alle parti corali furono dedicate molte sedute, per via del notevole livello di complessità dell’arrangiamento. McCartney: “Linda e io abbiamo cantato tutte le armonie di RAM. Ho dovuto lavorare sodo con lei, visto che non aveva fatto quasi niente prima ed era un po' stonata. Non sono stato molto carino, suppongo, ma lei ha capito che non potevamo lasciare imperfezioni sul disco. È stata davvero dura, ma sono contento dei risultati.”

Il brano prova dunque la padronanza delle tecniche della sala d'incisione acquisita da McCartney negli anni dei Beatles. Probabilmente ispirata agli intrecci vocali di Brian Wilson e dei Beach Boys (altri vi hanno scorto invece una certa somiglianza con “South American Gateway” di Burt Bacharach, dalla colonna sonora Butch Cassidy and the Dance Kid, 1967), “Dear Boy” propone una vasta gamma di soluzioni corali. Quando Elton John esprimerà, qualche anno più tardi, l'opinione che RAM contenesse “alcune delle armonie vocali più belle che io abbia sentito da molto tempo a questa parte”, non è difficile ipotizzare che avesse in mente anch'egli questa canzone.

L'utilizzo di queste tecniche, che comprendono armonie in tre parti, crescendo e linee melodiche che si rincorrono l’un l’altra, fa sì che i cori sovrastino volutamente la voce solista di McCartney, anche per merito di un mixaggio di grande impatto. Il risultato è una canzone dalla forma atipica, quasi una suite tutta incentrata sull'intreccio delle parti corali.

La seduta conclusiva per “Dear Boy”, che ebbe luogo il 7 aprile 1971, vide il coinvolgimento di Paul Beaver, uno dei pionieri della musica elettronica assieme a Bernard Krause, che aggiunse tramite i sintetizzatori un effetto phaser alle parti vocali.

Uncle Albert/Admiral Halsey (Paul e Linda McCartney)

La capacità compositiva di McCartney ha sempre avuto come veicoli l’immaginazione e anche l’abilità nel trarre spunto da fatti, luoghi e personaggi reali. La celebre “Penny Lane”, in cui Paul aveva dipinto la Liverpool della sua giovinezza con vivide pennellate, ne è l’esempio più noto.

McCartney mescola quotidianità e fantasia anche nelle due canzoni che compongono questo medley. Per “Uncle Albert” Paul si ispirò a un vecchio zio, Albert Kendall (che aveva lavorato come commesso alla A Hannay & Co con Jim McCartney, di cui aveva sposato la sorella Milly), del quale conservava molti ricordi. McCartney: “Avevo uno zio che quando era ubriaco era solito girare per casa con la Bibbia in mano, citandone passi come se stesse recitando un sermone.”

“Uncle Albert” (la cui demo originaria, risalente al maggio-agosto 1970, è intitolata “We’re So Sorry”, le parole di apertura) fu pensata da Paul anche come un modo per chiedere scusa alle persone delle generazioni più vecchie. McCartney: “Alle feste, di solito tutti gli zii e i più anziani si ubriacavano. Era il loro modo di divertirsi. Lo zio Albert beveva davvero parecchio. Ma nella vita di tutti i giorni era una persona molto rispettabile. Ne ho fatto il simbolo di quel modo di intendere le cose e di ‘sballarsi’. Noi invece abbiamo preso un’altra strada – l’erba soprattutto. Immaginavo la vecchia generazione che osservava i nostri strani comportamenti.”

La canzone si caratterizza per la qualità scenica. McCartney: “Sto immaginando lo zio Albert come un personaggio di una breve opera teatrale, e dunque io stesso mi trasformo in un personaggio – uno snob molto arrogante, invece che un ragazzino di Liverpool. È bastato cambiare accento.” Paul si riferisce al momento in cui la sua voce viene guarnita con un effetto gracchiante, un’espediente la cui realizzazione è descritta più avanti.

L’ispirazione dietro “Admiral Halsey” rimane invece più incerta, dal momento che lo stesso Paul ne ha parlato in termini contraddittori. McCartney: “C’è spesso un elemento di fantasia nelle mie canzoni. Admiral Halsey è solo simbolico di un’autorità e non deve essere preso alla lettera.” Più avanti, invece, Paul avrebbe detto “è uno dei vostri, un ammiraglio americano” lasciando intendere di riferirsi a William Frederick Halsey Jr., un ufficiale che aveva guidato la III Flotta americana contro il Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale. Questa versione ha trovato ulteriore conferma di recente. McCartney: “Non so perché abbia trovato posto in questa canzone. Devo aver letto qualcosa su di lui da qualche parte [forse Paul aveva visto i cartelloni pubblicitari di Tora! Tora! Tora!, un film sull’attacco giapponese a Pearl Harbor del 1941. Uscito nelle sale americane il 23 settembre 1970, un paio di settimane prima rispetto all’arrivo di McCartney a New York per le registrazioni di RAM, il film vantava nel cast James Whitmore nei panni dell’Ammiraglio Halsey, il cui nome campeggia sulla locandina]. La canzone contiene un sacco di giochi di parole riferibili all’Ammiraglio Halsey, come per esempio ‘berth’ (ormeggio) / ‘birth’ (nascita) e ‘sea’ (mare) / ‘see’ (vedere).”

La sezione “Uncle Albert” è melodica, dalla cadenza regolare, e punteggiata da originali parti di chitarra che sembrano riprodurre alcuni miagolii.

La seconda parte, “Admiral Halsey”, è invece ritmata e vivace, piena di cambi di ritmo e melodie, condotta in gran parte da un saltellante basso a quinte alternate. La versione finale deriva da tre brani differenti, inizialmente provinati da McCartney con i titoli “Admiral Halsey”, un pomposo vaudeville, “Hands Across the Water” – che funge da ritornello – e “Gipsy Get Around” (suonata all’ukulele nella demo originaria), uno spezzone dal taglio simile a quello del teatro comico: Paul sfrutta la varietà della propria timbrica vocale, dai toni bassi al falsetto.

L’arrangiamento vanta partiture orchestrali scritte da George Martin, un particolare rimasto nascosto per parecchi anni e che fa di questo brano la prima collaborazione dopo lo scioglimento dei Beatles tra McCartney e il produttore.

Durante le sedute del gennaio 1971 agli A&R Studios fu lo stesso McCartney a condurre l’orchestra, non senza suscitare perplessità. Seiwell: “Eravamo in studio con orchestrali di primo livello… La sezione archi di David Nadien! Paul ha passato tre quarti d’ora ad accordarli. I musicisti si guardavano attoniti e commentavano: ‘Ma che diamine sta facendo questo tizio?’ Pensavano fosse solo un ricco eccentrico. Paul invece aveva una precisa idea di come voleva suonasse l’orchestra. Al primo riascolto metà degli orchestrali è corsa nella sala di controllo ed è rimasta di stucco. Il loro commento è stato: ‘Sembra la London Symphony!’”

Pubblicata il 2 agosto 1971 su singolo, “Uncle Albert”/“Admiral Halsey” balzò al n. 1 delle classifiche USA, dove fu certificata disco d’oro dalla R.I.A.A. per vendite superiori al milione di copie. La canzone conquistò la palma del “Miglior Arrangiamento” ai Grammy Awards 1972 battendo la concorrenza di “What’s Going On” di Marvin Gaye.

Smile Away (Paul McCartney)

Tipico rock’n’roll in tre accordi, “Smile Away” compariva nella lista delle ventinove demo incise da Paul nella primavera-estate 1970, e un particolare è in grado di accendere la fantasia degli appassionati. Le note accompagnatorie riportano infatti: “Paul parla con Linda della possibilità di inciderla con Jimi Hendrix e un batterista jazz.” Un evento mai verificatosi, vista la prematura scomparsa di Hendrix, avvenuta il 18 settembre di quell’anno. È però possibile che fosse ancora sul tavolo la proposta arrivata a McCartney qualche mese prima: il 21 ottobre 1969 infatti Hendrix, Miles Davis e il batterista Tony Williams avevano inviato un telegramma alla Apple chiedendo a Paul di suonare il basso in una seduta prevista a New York quella stessa settimana e invitandolo perciò a mettersi in contatto con il produttore Alvan Douglas. A quanto pare la cosa sfumò, visto che Paul in quel periodo era in Scozia lontano dai riflettori.

Registrata il 16 novembre 1970 ai Columbia Studios, musicalmente è un garage rock affrontato con vigore.

“Smile Away” è un altro brano di RAM pieno di riferimenti aspri: vi compaiono accenni dai risvolti grotteschi all’incontro con un amico ("I was walking down the street the other day/Ah, who did I meet?/I met a friend of mine and he did say/Man I can smell your feet a mile away"). Pur non essendo circostanziati, danno la sensazione di avere un referente: alcuni vi hanno visto Lennon, altri Allen Klein.

Non esistono dichiarazioni ufficiali di McCartney sul reale significato della canzone, ma c’è una testimonianza che ne svela, almeno in parte, le intenzioni. Seiwell: “Paul mi ha spiegato che ‘Smile Away’ rappresentava un tizio che fa un gran sorriso ma i suoi occhi sono minacciosi. Come avere due obiettivi allo stesso tempo.”

Heart of the Country (Paul e Linda McCartney)

Il tema bucolico è frequente nelle composizioni del primo McCartney solista. “Heart of the Country”, scritta ad Argyll in Scozia, è un’ode alla nuova vita campestre intrapresa da Paul e Linda a partire dal 1969, e rappresenta il seguito ideale di “Mother Nature’s Son”, apparsa su “The Beatles” nel 1968.

McCartney: “È una piccola canzone folk-country. In alcuni casi, se la giornata era bella, prendevo la chitarra e me ne andavo all’aria aperta, è così che l’ho scritta.” Dal testo scarno e quasi pretestuoso (Jon Landau su Rolling Stone definì le liriche “insincere”), il brano raccoglie immagini campestri che disegnano il tipo di vita lontano dai clamori che McCartney aveva scelto di condurre all’epoca.

McCartney si produce in un assolo vocale in stile scat – e forse fu la visita in studio di qualche giorno prima di Milt Hinton, il bassista di Cab Calloway, per la registrazione di “Little Woman Love” a ispirarlo a inserire un richiamo di questo genere.

Monkberry Moon Delight (Paul e Linda McCartney)

“Monkberry Moon Delight” è un’altra canzone il cui spunto fu fornito a Paul dall’àmbito familiare, spesso fonte di suggestioni. McCartney: “Quando i miei bambini erano piccoli storpiavano la parola ‘milk’ in ‘monk’ – è bello il modo in cui i bimbi inventano per le cose nomi che sono meglio di quelli reali. Per scherzare a volte io e Linda ci riferivamo a un oggetto usando lo stesso tipo di linguaggio infantile. Così ‘monk’ era ‘milk’, e ‘Monkberry Moon Delight’ era il nome di fantasia di un drink, come ‘Love Potion No. 9’. Era un milk shake che ci siamo inventati.”

Se l’ispirazione originaria è confermata dal disegno riportato sulla riproduzione del manoscritto con le liriche della canzone – raffigurante un bicchiere con due cannucce e le faccine di due bimbi –, una parte significativa per una lettura plausibile del testo della canzone, una sequenza di immagini tenebrose e nonsense vari, è giocata dalla passione di Paul per l’immaginifico. McCartney: “Ero stato serioso a lungo con i Beatles, e avevo voglia di fare qualcosa che potesse esprimere il mio amore per il surreale. ‘Monkberry Moon Delight’ è un po’ stravagante, ma mi piace scrivere una canzone come questa piuttosto che qualcosa che va incontro ai preconcetti di qualcuno. Un’immagine come ‘a piano up my nose’ potrebbe essere un dipinto di Magritte.”

Il pezzo però sembra la cronaca di uno spaventoso incubo, e può anche darsi che McCartney stesse cercando di raccontare le terribili sensazioni che aveva provato dopo la fine dei Beatles, quando depressione e alcool stavano prendendo il sopravvento: l’espressione “I stood with a knot in my stomach” (“Avevo un nodo allo stomaco”), contenuta in una strofa della canzone, ricalca quasi alla lettera quanto riferito da Paul in un’intervista concessa a Life nell’aprile 1971 parlando del suo malessere in quei mesi, prima di prendere la sofferta decisione di portare in tribunale John, George e Ringo. McCartney: “Ho passato tutta l’estate in Scozia combattendo con me stesso sull’opportunità di fare una cosa come una citazione in tribunale. Era un assassinio. Ho avuto un nodo allo stomaco per tutta l’estate. Ho pensato di portare Allen Klein o chiunque altro fosse coinvolto nel business in tribunale, ma l’unico modo era citare in giudizio gli altri tre.”

“Monkberry Moon Delight” è un funk-rock veemente, cadenzato da un incessante pianoforte pestato con forza e dall’incedere del basso; nel finale si ascoltano però alcune frasi dal tono galoppante in stile “Sgt. Pepper’s...”

Lo stile vocale, dalla timbrica impressionante, impiegato da McCartney, con urla e singhiozzi, ricorda proprio quello di Screamin’ Jay Hawkins, per il quale a quanto pare la canzone fu scritta.

Stando alla testimonianza di Jim Reeves, fonico dei Columbia Studios, McCartney cantò e ricantò la canzone numerose volte come aveva fatto in occasione di “Oh! Darling” per “Abbey Road”. Reeves: “Ricordo che Paul ha fatto novanta takes di ‘Monkberry Moon Delight’ nello studio D della CBS per ottenere la timbrica roca della sua voce e, perbacco, se ci è riuscito!”

Eat at Home (Paul e Linda McCartney)

Tra i brani più convenzionali di RAM trova posto “Eat at Home”, pezzo in tre accordi in puro stile Buddy Holly: non a caso la demo di McCartney della primavera-estate 1970 è eseguita in medley con un brano intitolato “Buddy’s Breakfast”, quest’ultimo però mai pubblicato. Definita da Paul in un'intervista del 1975, con probabile riferimento alle liriche, “una sconcezza”, è un'ode ai piaceri casalinghi (la cucina e il sesso, nella fattispecie), cioè il tipo di argomenti che la stampa specializzata dell'epoca prese a pretesto per criticare le nuove muse ispiratrici dell’ex-Beatle. McCartney: “Ci piaceva molto mangiare a letto. Ci piaceva anche fare un altro paio di cosette, ma le lasciamo per un’altra volta. È una prospettiva un po’ diversa sulla vita casalinga rispetto al Bed-In for Peace di John e Yoko nella loro stanza d’albergo ad Amsterdam.”

Incisa il 16 ottobre 1970 ai Columbia Studios, “Eat at Home”, inizialmente intiolata “Come On Little Lady”, è un brano leggero: aperta dall’orecchiabile riff di chitarra, vanta una prova vocale di Paul caratterizzata dall’utilizzo del singhiozzo, di sillabe extra e salti di ottava: tutte tecniche tipiche di Holly. McCartney: “Una delle cose che mi piacciono è che qui ho modificato la propensione di Buddy Holly a imitare il balbettio inserendo il belato di una pecora nella frase ‘eat in be-e-e-e-d’.”

Long Haired Lady (Paul e Linda McCartney)

L'intenso lavoro in sala di registrazione durante le sessions di RAM fu dovuto anche alla necessità di trovare adeguata collocazione a brani cui McCartney aveva messo mano nei mesi precedenti e che giacevano incompleti. In alcuni casi Paul dovette rispolverare la propria abilità di arrangiatore, costruendo medley con differenti melodie cucite tra loro: “Long Haired Lady” è un pezzo nato proprio dall’unione di vari frammenti di canzoni.

Registrata il 27 ottobre 1970 ai Columbia Studios con McCartney (voce e chitarra acustica), McCracken (chitarra elettrica) e Seiwell (batteria), “Long Haired Lady” è un brano dall'atmosfera onirica. La canzone è composta da quattro parti: un’introduzione con Paul e Linda entrambi in veste di voce solista, le strofe di impronta folk, un etereo ritornello e una lunga coda corale, inizialmente concepita come un frammento a sé stante intitolato “Love Is Long”.

La struttura del brano risulta però malamente organizzata, e l’alternarsi delle diverse sezioni produce un effetto caotico. McCartney: “Sì, è una canzone sfilacciata… è molto tipica del periodo dei primi anni Settanta.”

Ram On (Reprise) (Paul McCartney)

L’espediente del concept o del tema portante è stato spesso utilizzato da McCartney nella sua carriera solista. Ne è un esempio questa breve reprise di “Ram On” (0:53), nient’altro che la parte finale della medesima incisione della canzone presente sul lato 1 dell’album, tagliata e incollata qui in sede di mixaggio.

Il pezzo funge da sorta d'introduzione a “The Back Seat of My Car” e si conclude con una sorpresa: proprio alla fine infatti si ascolta un frammento di “Big Barn Bed”, canzone pubblicata nel 1973 su “Red Rose Speedway” in una differente incisione.

The Back Seat of My Car (Paul McCartney)

Nel foglio-intervista inserito nelle copie di McCartney consegnate alla stampa britannica Paul aveva orgogliosamente affermato di avere già pronta “una coda di pezzi che aspetta(va)no di essere incisi”. “The Back Seat of My Car” era tra questi. McCartney aveva suonato un abbozzo della canzone il 14 gennaio 1969 ai Twickenham Studios durante una seduta di “Get Back”, quando si era accompagnato al pianoforte e ne aveva accennato la melodia pur senza le parole; nei mesi seguenti vi lavorò sopra e concepì il pezzo come un collage di temi.

“The Back Seat of My Car” è costruita come una suite, dove voci, strumenti e temi si alternano e si rincorrono in continuazione. La canzone salda strofe melodiose dall’accento jazz, un intermezzo boogie cantato in una specie di grammelot, romantici passaggi di archi, una sezione a ritmo marziale, completa di banda di ottoni, e un drammatico refrain (“Oh we believe that we can’t be wrong”) ripetuto ben sette volte: un effetto complessivo in qualche modo precursore del rock teatrale dei Queen. La parte in falsetto che unisce le strofe richiama la melodia di “It’s Really Love” di Paul Anka, più avanti adottata da Johnny Carson per il suo Tonight Show col titolo “Johnny’s Theme”. Può darsi che McCartney, guardandone alcune puntate, ne avesse (consciamente o inconsciamente) “preso a prestito” il tema.

McCartney sfoggia tutta la sua gamma vocale, spaziando dai toni più bassi e quasi cavernosi – quasi certamente ottenuti con l’aiuto del varispeed – sino al falsetto, e affida diverse funzioni alle voci, usate anche in qualità ritmica.

Liricamente, “The Back Seat of My Car” è una canzone sul conflitto generazionale, una specie di manifesto per i figli che cercano di affrancarsi dalle proibizioni dei genitori: il “sedile posteriore della macchina” simboleggia il luogo dove le giovani coppie fanno l’amore. McCartney: “È molto romantica, adolescenziale, con i genitori che non dicono mai di sì e i due innamorati che sfidano il mondo: ‘We believe that we can’t be wrong.’ Mi piace stare dalla parte degli sfavoriti.” Lennon la prese invece sul personale e un’intervista con David Wigg dell’ottobre 1971 commentò acido proprio queste liriche: “‘We believe that we can’t be wrong’? Davvero? Be’, credo invece che tu abbia torto!”


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