Per gentile concessione dell'autore e dell'editore pubblichiamo in anteprima un estratto del libro "L'alchimista del suono", del finico e produttore Maurizio Biancani, edito da Fernandel e da domani nelle librerie.
Con calma, e scandendo bene le frasi, Gaetano Curreri mi spiegò come erano andate le cose. Un certo Borgatti, un produttore di liscio che sfornava musicassette nel suo studio di Casalecchio di Reno, aveva accettato di produrre il disco d’esordio di Vasco e li aveva indirizzati allo studio di registrazione di Gianni Gitti, uno che registrava principalmente video per la TV ma che si intendeva anche di registrazioni audio, e il cui laboratorio era proprio di fronte al nostro. Ma quando il batterista, di nome Attila, l’unico della band ad aver avuto esperienze professionali con artisti del calibro di Fred Bongusto e Ivan Graziani, si era sentito dire che avrebbe dovuto suonare nel corridoio, lo aveva mandato a quel paese.
Gitti non aveva opposto resistenza, e gli aveva detto: «Io sono messo così, ma proprio qui di fronte hanno aperto da poco un vero e proprio studio di registrazione». Ci stava. Con Gitti avevamo già avuto altri scambi professionali. «Non è facile trovare un produttore… e averlo trovato è una vera fortuna» dissi seguendo con la coda dell’occhio Vasco, che si era messo a girare per lo studio curiosando nel box per la batteria e nella sala di registrazione. «No, non è facile. Prima di trovare Borgatti abbiamo fatto il giro delle sette chiese» confermò Curreri. E aggiunse: «Siamo stati in RCA, a Roma, ma niente. Un rappresentante che ci porta i dischi in radio ci aveva procurato un appuntamento e noi siamo andati con i provini di Silvia e Jenny. Una persona in camice bianco ci ha liquidati dicendoci che ci avrebbe fatto sapere. Anche a Milano, in altre case discografiche, ci hanno detto la stessa cosa. Alla Ri-Fi di corso Buenos Aires il figlio del titolare, Tonino Ansoldi, ci ha detto: “Siete troppo particolari, non è il momento giusto”».
«A quel punto mi ero proprio stancato di andare in giro» disse Vasco accendendosi una sigaretta. «Come siete arrivati a Borgatti?» chiesi. «Grazie a Stefano Scandolara, uno che fa parte di Punto Radio. Ha scritto per Mina e Vanoni e conosce un po’ tutti nel giro» rispose Curreri. Poi aggiunse: «Stefano conosce molto bene Borgatti, un editore che ha fatto i soldi con le musicassette di liscio, e lo ha convinto a investire su di noi con un quarantacinque giri». Vasco, fermo davanti al pianoforte a coda, disse: «Sembra di essere in uno studio di registrazione vero e proprio… di quelli all’americana». Una punta di orgoglio riempì il mio petto. Gli inizi non sono mai facili, in nessun campo e per nessuna cosa, e l’arena dentro la quale si combatte per riuscire ad emergere può demolire qualunque passione se non si ha il supporto di qualcuno che di tanto in tanto ti dice che stai andando bene, che tutto è ok. «Vogliamo registrare due canzoni: Jenny e Silvia» disse Curreri allungandomi una musicassetta sulla quale avevano registrato la melodia e i testi dei due brani che Borgatti aveva accettato di produrre.
Andarono via non prima di aver preso gli accordi per cominciare a lavorare al disco. Incuriosito, ascoltai le due canzoni sulle quali avrei dovuto lavorare. Partì per prima Silvia. La melodia era piacevole, orecchiabile ma non banale. Il testo mi spiazzò. È la fotografia di una adolescente che davanti allo specchio controlla il suo seno, lo accarezza. Mi sembrò che Vasco citasse una parte del corpo femminile riferendosi però a un universo più ampio, quello dell’adolescenza e della difficoltà di accettarsi come si è. Ascoltai con attenzione il finale, era molto forte, parlava di masturbazione, ma lo faceva con delicatezza. Mi piacque e passai alla seconda canzone, Jenny è pazza. Anche questo testo mi colpì. Era diverso dal primo, dove il tema principale era il corpo e il rapporto con esso; in Jenny il focus era il rapporto con la mente e la società. È la storia di una ragazza che non sopporta più una vita che sembra non appartenerle. È una ragazza emarginata che viene ricoverata in una clinica nella speranza che un giorno possa guarire. La gente dice che è pazza. Mi lasciai andare a un sospiro di soddisfazione per quella risposta poetica e dolorosa davanti all’indifferenza della società civile per il disagio. Non riuscivo a non pensare che nonostante la legge Basaglia, che di lì a poco avrebbe decretato la chiusura dei manicomi, il problema permanesse. E forse non si sarebbe risolto semplicemente chiudendo i manicomi, ma aprendo noi stessi a ciò che è diverso, e accettandolo per quello che è, senza volerlo cambiare.
Nei giorni e nelle settimane successive a quel primo incontro, mentre provavamo le canzoni, osservai spesso Vasco in azione. Mi incuriosiva e volevo saperne di più. Fu così che accettai il suo invito ad andare nella discoteca di Modena dove faceva il DJ. Era un mercoledì sera, la sua serata, ma era anche la serata delle ragazze di Reggio Emilia. Da Reggio arrivavano a frotte e molti ragazzi bolognesi che cercavano “fortuna all’estero” non volevano mancare a quell’appuntamento con la futura anima gemella. Quella sera l’afflusso era veramente notevole e non si sapeva da che parte guardare. Le minigonne erano ormai la divisa d’ordinanza e gli occhi di noi ragazzi rimbalzavano come palline da flipper da una parte all’altra della discoteca. Appena entrai, vidi Vasco di fronte al mixer, nell’atteggiamento tipico di chi fa quel lavoro: la bottiglia di whisky a portata di mano e l’aria di chi se la tira un bel po’. Era comunque a suo agio e la gente della sala si divertiva molto con la sua musica. Me lo studiai mentre metteva su un disco dopo l’altro, quando d’improvviso fece una cosa che mi lasciò senza parole. Afferrò con una certa sicurezza una chitarra acustica, si sedette sui gradini della torretta della 28 postazione del DJ e richiamando l’attenzione disse: «Dai, che ora vi faccio sentire qualche mia nuova canzone». Giuro che pensai di andarmene prima che scoppiasse il putiferio, prima che in sala cominciassero a volare bicchieri e bottiglie per convincere Vasco a tornare al mixer. E invece…
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