Dovrebbe essere sempre così: pubblicare solo quando si ha qualcosa da dire. Una storia da raccontare. Alessandro Mannarino si è preso cinque anni per pubblicare “Primo amore”. Un’era geologica, per come è fatta l’industria discografica oggi: «Sono ripartito da zero. Ho cambiato équipe discografica e manageriale. Dopo il disco del 2021 (“V”, ndr) e due anni di tour mi sono fermato, ho viaggiato da solo, sono andato alla ricerca di qualcosa che doveva nascere, ma che aveva bisogno di un attraversamento personale e artistico», ha raccontato nella nostra intervista. “Primo amore” è nato proprio come risposta a quel viaggio, prima geografico e umano e poi, di conseguenza, anche artistico: contiene nove tracce in cui il folk romano si mischia al reggae, alla dub, all’elettronica, anche al prog contemporaneo di Iosonouncane. Canzoni nate per rispondere alla domanda delle domande: qual è il senso della vita?
Esistenzialismo a parte, a livello musicale per chi aveva conosciuto Mannarino ai tempi di “Me so ‘mbriacato”, la canzone che nel 2009 lo rese una star del nuovo cantautorato capitolino, tra folclore e ironia, il salto è netto. Mannarino, verrebbe da dire, non abita più qui: quel cantautorato immediato, quasi da strada, che lo aveva reso una delle figure simbolo della scena, oggi appare lontano. Mannarino oggi è altrove: un territorio più rarefatto, meno narrativo in senso tradizionale, più vicino a una dimensione interiore che a quella del racconto lineare. L’idea stessa di personaggio si dissolve progressivamente. Lo racconta lo stesso artista quando parla del tentativo di «distruggere l’ego», della scelta di abbassare il volume della voce nel vinile, trattandola quasi come uno strumento tra gli altri (il vinile va consegnato prima e originariamente avrebbe voluto farlo anche nella versione cd e digitale, salvo poi rendersi conto che avrebbe esagerato troppo nella ricerca, ma ormai il vinile era stato consegnato - morale: il vinile suona diverso rispetto a cd e digitale). Un approccio che richiama certe intuizioni di Lucio Battisti in “Anima latina”, dove la forma-canzone si apre e si disarticola per diventare esperienza sonora più che racconto.
Anche la genesi del disco, con la produzione di Francesco Fugazza (capace di passare da Mahmood a Meg) e i contributi di Mauro Refosco (David Byrne, Red Hot Chili Peppers) per le percussioni, che sono pulsanti e centrali nella costruzione dei brani, riflette questa traiettoria. Mannarino ha viaggiato tra Colombia, Panama e Sud America più in generale: esperienze tutte vissute come parte integrante del processo creativo. Le canzoni sono nate in luoghi concreti — una, “Venere”, l’ha scritta in una capanna nella foresta — e portano dentro una dimensione quasi rituale, più che narrativa. Il risultato è un album che si muove lontano dalle strutture più riconoscibili della canzone pop italiana. Le forme sono meno rigide, i testi tendono a funzionare per immagini e ripetizioni, quasi come mantra (“Carne”, “Bambino”, “Kalanera”), mentre le durate si allungano fino a superare spesso i cinque minuti.
«Volevo fare una magia, permettere all'ascoltatore di perdersi nella musica: indossare le cuffie, iniziare l’ascolto e, poco alla volta, allontanarsi dalla realtà», ha detto Mannarino. E allora prendetevi 40 minuti, indossate le cuffie, schiacciate su “play” e godetevi il viaggio. Fidatevi, ne vale la pena.
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