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Madonna e i Rolling Stones scelgono l'Italia per i loro dischi

21.07.2026 Scritto da Mattia Marzi

Il Made in Italy musicale cambia volto. Dimenticate Caruso, Modugno e tutti i luoghi comuni del music export tricolore. Tra guizzi, intuizioni, curiosità, un approccio globale e quella capacità tutta italiana di creare relazioni, fare rete, leggere le situazioni e trovarsi al posto giusto nel momento giusto, un circuito di musicisti, produttori, arrangiatori e ingegneri del suono hanno fatto in modo che la grande musica internazionale cominciasse a parlare italiano. Sventolando virtualmente la bandiera tricolore in testa alle classifiche mondiali.

I casi di Madonna e Stones

C’è un po’ di Italia, per dire, in due degli album più grossi di questa stagione discografica, “Confessions II” di Madonna e “Foreign tongues” dei Rolling Stones. La Regina del Pop ha arruolato nel team al quale ha lavorato per il suo nuovo album, chiamato a riportarla sul trono dopo ben sette anni di silenzio discografico, un duo che partendo dall’Italia grazie al proprio talento e alla capacità di fare rete ha saputo crearsi un seguito internazionale: i Parisi, ovvero i fratelli Marco e Jack Parisi (vi abbiamo raccontato la loro storia qui), originari di Salerno ma cosmopoliti per vocazione, prima di collaborare con Lady Ciccone in questi anni hanno contribuito ai successi di Black Eyed Peas e Ed Sheeran e vinto un Grammy Award nel 2024 come “Miglior album dance/elettronico” con “Actual Life 3” di Fred Again. Gli Stones, invece, proprio come avevano fatto per il precedente “Hackney diamonds” in “Foreign tongues” sono tornati ad affidarsi alle sapienti mani dell’ingegnere del suono Marco Sonzini, partito da Piacenza per finire a lavorare nei principali studi di Los Angeles, che ha curato la definizione del suono dell’album di Jagger e soci.

Davide Rossi e Tommaso Colliva, tra Coldplay e Muse

Per anni Davide Rossi è stato il simbolo del musicista italiano capace di conquistare il mondo. Il violinista torinese firmò nel 2008 gli archi di “Viva la vida” dei Coldplay, che permise alla band capitanata da Chris Martin di fare il salto di qualità e di diventare uno dei fenomeni pop più impattanti degli ultimi vent’anni. Un contributo decisivo, diventato parte integrante del DNA della canzone. Ancora prima, nel 2006, il genovese Tommaso Colliva aveva iniziato un percorso internazionale lavorando in studio con Franz Ferdinand e Jane Birkin per “Sorry angel”, per poi collaborare con i Muse per “Black holes & revelations”. All’epoca sembravano storie straordinarie e quasi irripetibili. Oggi sono il segnale di una presenza italiana sempre più strutturata. L’Italia esporta da sempre creatività. Negli ultimi anni, però, il nostro Paese ha cominciato a esportare anche competenza musicale.

Marta Salogni, al servizio di Depeche e Gorillaz

Chiedetelo a Marta Salogni, una delle producer e sound engineer italiane più apprezzate al mondo, che ha lavorato con nomi come Depeche Mode, Björk, M.I.A., Animal Collective, Black Midi e Bon Iver. Nel 2023 fu premiata agli MPG, i Music Producers Guild Awards, tra i premi per addetti ai lavori più importanti del music biz, come produttrice dell’anno: «Per anni ho lavorato negli studi della Mute Records, la prima casa discografica di cui hanno fatto parte i Depeche grazie al fondatore Daniel Miller, anche lui un amico e spirito guida. Ford è partito proprio da lì: “Produrrò il nuovo disco. So che hai già lavorato con Dave, sei la persona più adatta a darmi una mano. Ne ho già parlato con la band e sono tutti d’accordo”. Anche se io normalmente ora mi occupo di produzione, in questa occasione mi sono occupata della registrazione, ingegneria del disco e poi del mixaggio». È stato dopo la maturità che Salogni ha fatto le valigie ed è volata oltremanica, affamata di nuove esperienze. All’inizio portava i tè e i caffè ai musicisti e metteva in ordine lo studio prima e dopo le sessioni: «Con pazienza e dedizione cercavo di imparare il più possibile dai produttori e dagli ingegneri di passaggio», ricorda. Poi conobbe David Wrench, tra i più importanti produttori della scena britannica: «Ha capito che c’era del talento in me. Si fidò, permettendomi di affiancarlo nei suoi lavori per Frank Ocean (“Self Control”, dall’album “Blonde” del 2016), David Byrne (l’album “American Utopia” del 2018) e Bloc Party (l’album “Hymns” del 2016), tra gli altri. Lavorare con lui mi ha permesso di imparare ed allo stesso tempo fare molta esperienza ad alti livelli.» Tra i suoi lavori più recenti c’è “The Mountain”, il disco che ha segnato il ritorno dei Gorillaz di Damon Albarn.

Sonzini e gli dèi del rock

Il percorso di Salogni dimostra come la figura del produttore oggi non sia più soltanto tecnica, ma coincida con una presenza creativa capace di definire l’identità sonora di un artista. Una storia, la sua, simile a quella dello stesso Marco Sonzini, piacentino, che dal 2009 fa base a Los Angeles, dove è diventato un punto di riferimento per gli artisti italiani e internazionali che registrano i loro dischi nei tanti studi della città californiana. La lista dei clienti di Sonzini è imprezzionante: sotto le sue dita sono passati i dischi di Ozzy Osbourne, Pearl Jam, Post Malone, Iggy Pop. E i Rolling Stones, appunto. Galeotto, nel suo caso, è stato l’incontro con Andrew Watt, il produttore di tutti i dischi in questione: «Sono venuto qui a Los Angeles da studente, nel 2009, per quello che doveva essere un corso di specializzazione di dieci mesi dopo la laurea in scienze e tecnologie della comunicazione musicale a Milano. Ho seguito un corso di audio engineering alla Los Angeles Recording School e da lì sono finito a lavorare allo Speakeasy Studio. Il proprietario, Saverio Principini, cercava un ingegnere del suono italiano che potesse lavorare con i suoi clienti italiani, su tutti Vasco e Eros Ramazzotti».

La favola di Jacopo Volpe

Poi ci sono storie da favola. Come quella di Jacopo Volpe. In Italia ha accompagnato - tra gli altri - Salmo e The Bloody Beetroots, prima di finire a suonare la batteria in tour con Post Malone: «Era il 2018. Seguivo Post Malone da un po’ di tempo. Stava per uscire ‘Beerbongs & Bentleys’. Una mattina mi sveglio e dico alla mia ragazza: io voglio suonare con questo ragazzo. Faccio mente locale e penso alle conoscenze e ai link che mi avrebbero potuto portare a incontrarlo». Ai tempi era in tour con The Bloody Beetroots: «Ero a Los Angeles con Bob, tramite il mio drumtech Andrea Rastelli vengo a sapere che un ex fonico di Bloody Beetroots è in tour con Post Malone perché fa da fonico a 21 Savage, artista d’apertura delle sue date. E così, con questi giri di conoscenze, arrivo ad avere un pass per un live a Baltimora.» Con Malone scattò subito una simpatia reciproca, che poco dopo portò il rapper a fare il nome del batterista romano, quando si trattò di scegliere i musicisti della band: «Alcuni pensavano fosse una sparata, che io fossi ‘il suo amichetto italiano’, poi dopo aver visto alcuni miei video e aver capito che sono un professionista, si sono ricreduti».


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