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Litfiba, "17 Re" da 40 anni

24.05.2026 Scritto da Marco Di Milia

Esoterismo, oscurità e allegorie per raccontare un mondo che all’improvviso si scopriva terribilmente vulnerabile. Mentre l’Europa faceva i conti con la nube tossica liberata dal reattore numero 4 di Chernobyl, esploso la notte del 26 aprile 1986, la realtà finiva per superare in tutta la sua drammatica devastazione perfino l’immaginazione più cupa. In un clima così profondamente scomposto da fratture sociali e politiche, i Litfiba assorbivano in pieno le nevrosi di tutta un’epoca per tradurle in un percorso artistico carico di simbolismi e visioni apocalittiche. Al punto da essere ancora attuale anche a distanza di quattro decenni.

Debolezza e controllo, quarant'anni dopo

Quando infatti i cinque elementi del gruppo, Ghigo Renzulli, Gianni Maroccolo, Antonio Aiazzi, Ringo De Palma e Piero Pelù incrociano le loro strade, si innesca un vero e proprio cortocircuito fatto di influenze post-punk d’oltremanica e di una sensibilità melodica orgogliosamente mediterranea, del tutto inedita nel nostro panorama. Da questa sottile alchimia ha preso forma la “Trilogia del Potere”, la prima serie di album della formazione fiorentina, in gran parte caratterizzato da un forte impegno sociale e da una ricerca sonora senza confini, il cui secondo atto, “17 Re” è al centro delle celebrazioni per il suo quarantennale.

Cuore pulsante della discografia della band toscana e con un titolo mutuato da un dualismo insanabile, ossia l’unione tra il numero 17, tradizionale presagio di sventura, e la figura del Re, emblema del dominio, si configurano in questo modo due poli opposti - debolezza e controllo - che l’album non tenta mai davvero di ricomporre. Questa estetica si riflette anche nella grafica di copertina, in cui l’immagine della sacralità del “Re dei Re” sbavata e graffiata con la trielina rappresenta idealmente la profanazione delle certezze.

Tra piogge acide, mexcal e ballate 

Quarant’anni dopo, le ossessioni dei giovani Litfiba riemergono così in tutta la loro livida potenza con una nuova edizione rimasterizzata che ne esalta in pieno le dinamiche per un vortice di rock, psichedelia, progressive, spigolosità dark e incursioni folk. In un lavoro che non ha fatto economia di aperture e contaminazioni, nelle sedici tracce presenti - spalmate su due dischi nella versione originale in vinile - si snodano quindi sperimentazioni, riferimenti e pure eccessi, mescolando volentieri sacro e profano, mentre i testi rimangono volutamente aperti, sospesi tra l’evocazione poetica e l’osservazione diretta della realtà.

In apertura, l’urgenza di “Resta”, con l’eco ancora caldissimo del disastro nucleare si fa un grido di resistenza contro le spire della pioggia radioattiva, per poi scivolare nell’oscurità di “Re del silenzio”, in cui la precedente sferragliata elettrica si sostituisce rapida a una desolazione dalle tinte fosche, dove l’assenza riesce a farsi presenza dominante. Ancora, ci si imbatte nella figura alienata ispirata al Pierrot Lunaire di Schönberg in “Pierrot e la Luna” e nelle spietate riflessioni di “Come un Dio” e si perdono i sensi nell’ebbrezza lisergica di “Café, mexcal e Rosita”, come nelle danze decadenti di “Tango” o nella dimensione senza gravità di “Univers”.

Nella seconda parte, tocca invece fare i conti con la realtà e la difesa delle proprie idee, accade in "Apapaia”, con il cinico realismo di “Sulla Terra” e con la rabbia senza freni cantata in “Cane”, per poi trovarsi nell’ipnotica filastrocca di “Gira nel mio cerchio” e nella denuncia di “Oro nero” con strofe tese a fotografare giochi di potere e corruzione che a distanza di tanto tempo risuonano ancora fin troppo sinistramente attuali - “Oro nero, cuore nero, il sangue serve solo a pulire”.

Ad alimentare il fascino arcano del disco ha poi contribuito anche il mistero della sua omonima traccia regina. All’epoca non aveva del tutto convinto il giovane quintetto, finendo per essere esclusa dalla tracklist definitiva, pur riconoscendone il ruolo centrale nell’identità complessiva del disco, tanto da fare di alcune strofe parte integrante dell’artwork interno. Chi comprava l’album si trovava infatti un misterioso testo, senz'altro evocativo e inquietante: “Diciassette re chiusi in un quadro dove la luce genera i mostri, lo scettro una spada che vuole sangue per conquistare, la corona un imbuto di colore, un solo colore...”.  Una scelta che ha lasciato in ogni caso il lavoro volutamente enigmatico e privo di una spiegazione univoca.

Un cuore ancora pulsante

Paradossalmente, gli anni hanno reso l’album un oggetto quasi alieno fuori dalle logiche stesse del suo tempo, eppure “17 Re” resta una delle sintesi creative più compiute dei Litfiba prima della svolta verso un rock più diretto e testosteronico. Un’opera ricca e complessa, capace di tenere insieme le molteplici - e spesso anche opposte - anime della band per farne un linguaggio nuovo, ambizioso e coerentemente stratificato.

L’equilibrio interno è ciò che rende il disco ancora oggi ricco di fascinazioni, con le chitarre di Ghigo Renzulli e la batteria di Ringo De Palma a generare attrito e pressione rock e insieme il basso di Gianni Maroccolo e le tastiere di Antonio Aiazzi a elaborare texture dark-wave. Nel mezzo, Piero Pelù, trasforma il canto in esplorazione sciamanica attraverso onomatopee, contaminazioni mediorientali, rimandi al declino della belle époque francese, evocando richiami che sembrano arrivare da ogni dove, contribuendo a quella caratterizzazione multietnica e caleidoscopica dell’intera architettura di “17 Re”.

Il mosaico completo

Pubblicato come doppio album - uno dei primissimi doppi lp della scena indipendente italiana - il secondo disco dei Litfiba portava in sé il germe nemmeno troppo quiescente dell’eccesso, ma pure in quel tumulto di generi e tematiche aveva permesso al quintetto di costruire un flusso narrativo coerente e quasi cinematografico. Oggi, alcuni dettagli possono inevitabilmente risentire del tempo, ma restituiscono in pieno l’immagine nitida di un’epoca come anche di un’idea totalmente inedita di forza espressiva e di energia carismatica. Forse, anche a causa della sua natura avanguardistica, “17 Re” non fu compreso appieno al momento della sua uscita, ma il suo peso specifico è rimasto ancora fondamentale per quanto è arrivato in seguito.

Conservando a distanza ancora la sua forza espressiva, la nuova ristampa include un booklet completo per la prima volta di tutte le liriche dei brani originali, mentre, per celebrare a dovere l’anniversario, il brano “17 re” è stato finalmente aggiornato e inciso dalla stessa formazione dei Litfiba - ad eccezione del solo Ringo, scomparso nel 1990 - per essere pubblicato come singolo, andando così a colmare il tassello mancante di un mosaico diventato nel tempo leggendario.

In più, i ritrovati Litfiba festeggeranno il quarantennale con un lungo tour estivo che prenderà il via da Perugia il prossimo 27 giugno per attraversare l’intero Stivale, toccando i principali festival e città d’Italia, tra cui Roma, Milano, Napoli, Genova, Firenze, Catania, Bari e molte altre ancora. Quale occasione migliore per riscoprire un album nato in un mondo in tumulto, carico di una viscerale libertà creativa, cinto di spine e orgogliosamente visionario?


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