L’Italia degli anni ’60 non era un Paese rock. Lo sarebbe diventato un po’ per volta nei ’70, quando il progressive non ancora prog avrebbe titillato l’anima melodica di questa terra e convinto tanti ragazzi a passare da quella parte. Prima era un affare di carboneria, underground nel vero senso della parola. La musica delle nuove generazioni non veniva presa sul serio o al massimo era considerata una moda che presto si sarebbe esaurita.
Contava molto il fatto che i rocker grandi o piccoli non venivano dalle nostre parti a tenere concerti, a differenza di quanto accadeva in Francia, Germania, Svizzera, Paesi Bassi; e quando ci venivano erano piccoli fiaschi o accadevano buffi siparietti che lasciavano intendere quanto non fossimo in sintonia con quel nuovo linguaggio. Leo Wachter portò i Beatles in Italia nel giugno del 1965, otto show fra Milano, Genova e Roma, e non fece un grande affare; nessuno di quegli spettacoli ottenne il tutto esaurito, e credo proprio che una cosa del genere sia accaduta solo da noi. Un discografico che all’epoca curava l’ufficio stampa della Carisch a Milano mi confessò anni fa di aver distribuito pochi accrediti per lo show del Vigorelli, e qualche biglietto omaggio era perfino rimasto al botteghino.
I Who calarono rapidamente dalle nostre parti a inizio 1967 e il loro show romano fu interrotto quando un vigile del fuoco salì sul palco con l’idrante per via del fumo sprigionato dalla chitarra in frantumi di Pete Townshend, secondo il rituale classico della band. Quella primavera si affacciarono in Italia per la prima volta anche i Rolling Stones, con uno spettacolo che prevedeva un giovane complesso emergente, gli Stormy Six del mio amico Franco Fabbri, ma anche, ehm, un intruso come il ben più emergente Al Bano.
Gli spettacoli solitamente erano due, pomeriggio e sera, per via del fatto che i genitori non lasciavano uscire noi pargoli al calar delle tenebre, quando il diavolo rock si aggirava con il suo forcone. Il pomeriggio invece era concesso, qualcuno li chiamava “tè danzanti”; e seguendo quel rituale suonò dalle nostre parti anche Jimi Hendrix, cinque date italiane nel maggio 1968, davanti a un pubblico questa volta più numeroso ma portato alla mitomania. Se chiedete in giro troverete qualche migliaio di persone pronte a giurare di essere stati presenti al Piper di Milano o al Teatro Brancaccio di Roma, sfidando orgogliosamente la legge dell’impenetrabilità dei corpi; e alcune decine vi confesseranno con un sorrisino di avergli sottratto qualcosa, un wah wah o uno degli strani aggeggi a disposizione per i suoi viaggi astrali.
“Io c’ero” è sempre una formula magica, che si usa anche (soprattutto) quando non è vero; come in quell’altro caso di Bob Dylan, che agli inizi della carriera capitò a Roma per raggiungere la sua amata Suzie (la ragazza della copertina di The Freewheelin’) e secondo una leggenda metropolitana invano smentita tenne un concerto al Folkstudio, il sacro buco di Trastevere, preso d’assalto da centinaia di curiosi. Era il 1962, Dylan aveva appena pubblicato negli Stati Uniti il primo LP e in Italia, ma direi anche in Europa, lo conoscevano solo i più stretti congiunti.
La dimostrazione plastica di questo ritardo italiano nei confronti delle nuove forme rock si ebbe all’inizio di maggio del 1968, quando qualche audace incosciente decise di organizzare a Roma un International Pop Festival (ecco che ritorna il “Pop”) di cui ancora oggi non sono chiari i contorni. Negli Stati Uniti c’erano stati Monterey e uno splendido, dimenticato Northern California Folk-Rock Festival, a Londra era entrato nel mito il 14th Hour Technicolor Dream dell’aprile 1967; ma quello era il mondo rock anglosassone, in formidabile sboccio, mentre qui entusiasmo e curiosità stavano quasi a zero.
Il festival fu lanciato all’inizio dell’anno con un comunicato stampa dove si promettevano splendidi nomi della scena d’avanguardia britannica, dai Cream ai Who, dai Pink Floyd a John Mayall e Soft Machine, più sparsi nomi dall’America come Country Joe and the Fish, Buffy Saint Marie e i Quicksilver Messenger Service (addirittura con Bo Diddley!). Si capì presto che molti nomi erano stati sparati così, alla cieca, per sondare il terreno, brutto vizio che si sarebbe trascinato negli anni ’70; ma anche quando il polverone si diradò nella rete rimasero comunque ottimi artisti, spalmati su quattro serate e strillati sul coloratissimo poster dell’evento.
Su cosa accadde in realtà, grava ancora oggi il mistero. Pare che la manifestazione durò solo tre giorni, con taglio del martedì finale, e che alcuni spettacoli vennero decentrati al Piper Club. L’unica certezza è che si trattò di un disastro, per via della insufficiente promozione, della scarsissima affluenza, della pessima acustica. Si possono dare per certi comunque Donovan, Brian Auger e Julie Driscoll, i Move, i Giganti, gli Association, Captain Beefheart con la Magic Band (!); e ancora i Samurai, i Fairport Convention e i Byrds (spostati al Piper). I Pink Floyd appena risistemati con David Gilmour esordirono da noi alla chetichella davanti a pochi intimi; molto più osannati i Nice, con Keith Emerson impegnato nei suoi rituali d’epoca, la scalata dell’organo e le frustate al chitarrista.
Mi verrebbe da scrivere che il disastro di quel festival lasciò il segno, ma mentirei; la verità è che nessuno se ne accorse, e a parte un articolo confuso su “Ciao 2001” proprio non se ne parlò. I grandi raduni rock continuarono a fiorire altrove.
Tratto da “Abitavo a Penny Lane” di Riccardo Bertoncelli
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Prima edizione in “Scintille” marzo 2026
ISBN 978-88-07-17536-7Ringraziamo l’autore e l’editore per la gentile concessione.
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