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L'installazione artistica dal vivo di Lady Gaga

20.10.2025 Scritto da Gianni Sibilla

Lady Gaga è piegata sulle ginocchia, circondata dal suo corpo di ballerini, sul palco al centro del Forum. Rimane ferma per diversi secondi, si alza e urla: “My name is Stefania Joanne Angelina Germanotta and this is my house”. Il pubblico risponde con un boato. Sul palco compare, per la prima volta, il suo doppio: una donna mascherata con una corona bianca. “What are you doing in my house?” urla ancora Gaga. È lì, alla fine del primo atto del concerto, che si rivela in tutta la sua ambizione e potenza la storia raccontata dal “Mayhem Ball Tour”: una lotta tra luce e oscurità, presente e passato, successo e intimità, messa in scena da due versioni di Gaga che si rincorrono in trenta canzoni, due ore e mezza e quattro atti di uno spettacolo gigantesco che è un'installazione artistica dal vivo.
Si viene travolti da una produzione unica e fuori scala in un periodo in cui il gigantismo dei concerti è la norma. Ma anche che si svolge in un palazzetto e non in uno stadio – il che rende il racconto ancora più travolgente e intenso.

Uno show dove tutto è fuori scala

L’appuntamento era per le 8: arrivando, si nota subito sul palco un enorme edificio con piani e balconate, dove si posizioneranno la band e, a tratti, la stessa Gaga. Lo stage design è di Es Devlin, artista che ha curato i tour di U2, Beyoncé e The Weeknd (ma anche installazioni come la biblioteca rotante vista all’ultima Milano Design Week): insomma, la più brava che c’è. E infatti lo spazio del palco viene usato in ogni modo possibile attorno a quel palazzo. Durante l’attesa del concerto - che inizia con 40 minuti di ritardo - scorrono i messaggi dei fan, compresa una proposta di matrimonio; poi un video con una Gaga gigantesca che scrive per diversi minuti, fino a quando quella vera entra in scena da un arco, in cima a un enorme vestito d’altri tempi. È solo il primo oggetto di scena di uno show dove tutto è fuori scala: a un certo punto arriva anche un enorme teschio, una sorta di tomba di sabbia dove una delle due Gaga canta assieme a uno scheletro.

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Un musical che attraversa i generi musicali

Lo spettacolo è costruito come un musical, con una struttura narrativa compatta: le canzoni si fondono l’una nell’altra e gli intermezzi servono da raccordo per i cambi di palco e di scena. Il paragone inevitabile è con l’altro mega-show degli ultimi anni, l’Eras Tour: ma lì Taylor Swift raccontava se stessa, mentre qui Lady Gaga indossa diverse maschere, prova a raccontare identità e diversità attraverso il tema del doppio, dell’alter ego. È sempre Lady Gaga, ma è sempre diversa. Anche musicalmente: dall’iperpop di “Abracadabra” e “Poker Face” in apertura, passa al rock – imbraccia più volte una chitarra elettrica – al pop più classico, alle ballate. E ad accompagnarla c’è una band con un batterista che pesta come un fabbro.
Impossibile raccontare tutto quello che succede sul palco: si viene travolti dagli eventi, ti distrai un attimo e compare qualcosa di nuovo. Ma Lady Gaga ha una presenza scenica e un carisma che le permettono di tenere insieme una storia, in cui anche le deviazioni sono programmate: “Joanne” al piano per le nonne, una lunga intro parlata di “The Edge of Glory” per ringraziare Donatella Versace per il sostegno anche nei momenti meno fortunati della carriera.

Lady Gaga al piano e il finale

Il culmine dello show è quando Lady Gaga fa pace con il suo doppio e canta due versioni minimali di “A Million Reasons” e “Shallow”. Insieme, Gaga e l’alter ego navigano su una barca verso il centro del palco: una trovata teatrale minimale che prelude a un momento ancora più intimo, le canzoni al piano – che Gaga fa sempre, ma che sempre lasciano a bocca aperta per l’intensità della performance. Questo show è un kolossal, ma un giorno vorremmo vederla in concerto così, solo piano, voce e pochi strumenti.
La dimensione colossale ritorna per l’atto finale: un lungo intermezzo con una sorta di tempesta di sabbia sullo schermo, il corpo di ballo che ritorna e l’edificio che si riapre per “Bad Romance”, a cui segue ancora il bis.

Cultura pop

Se questo concerto ha un difetto, è il suo stesso pregio: una scrittura drammaturgica precisissima, un incastro millimetrico di oggetti reali, coreografie e megaschermi. In diversi momenti Gaga guarda più le telecamere che il pubblico, e lo show si segue sullo schermo più che dal vivo. La scelta di portare uno spettacolo del genere nei palazzetti lo rende allo stesso tempo più inaccessibile – meno biglietti, spariti in un attimo, con molta gente fuori dal Forum a sperare in un miracolo – e più accessibile: la diva è lì, umana e vicina, sul palco, assieme a un pubblico di fan fedelissimi con cui ha un rapporto viscerale. Lady Gaga è una popstar anomala: ambiziosa e fragile allo stesso tempo,  diva e antidiva che racconta  la diversità più che lo star system, credibile anche quando mette in scena personaggi apparentemente irreali.
È difficile inserire il “Mayhem Ball Tour” in una sola categoria: è un concerto, è un musical itinerante, è un film dal vivo, è design e installazione artistica. È cultura pop, in una delle sue migliori manifestazioni.

Scaletta

Act I: Of Velvet And Vice
Bloody Mary
Abracadabra
Judas
Aura
Scheiße
Garden Of Eden
Poker Face

Act II: And She Fell Into A Gothic Dream
Perfect Celebrity
Disease
Paparazzi
LoveGame
Alejandro
The Beast

Act III: The Beautiful Nightmare That Knows Her Name
Killah
Zombieboy
Love Drug
Applause
Just Dance

Act IV: Every Chessboard Has Two Queens
Shadow Of A Man
Kill For Love
Summerboy
Born This Way
Million Reasons
Shallow
Die With A Smile
Joanne
The Edge of Glory
Vanish Into You

Finale: Eternal Aria Of The Monster Heart
Bad Romance

Encore
How Bad Do U Want Me

(Articolo originale su Rockol.it)

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