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Levante e i club come antidoto all’inflazione musicale

20.05.2026 Scritto da Gianni Sibilla

Avevamo lasciato Levante sul palco di Sanremo. La ritroviamo in una dimensione per lei ancora più naturale: il palco di un club, con una band. La cantante ha concluso ieri sera a Milano la prima tranche del suo ritorno dal vivo post-Festival. Con un approccio diverso rispetto a quello visto all’Ariston: lì, in un anno di ballate, si era distinta con la minimale e intensa “Sei tu”; nel tour, in attesa del nuovo album, torna a una dimensione più carica, tra pop e rock. Per dire: il primo momento di (relativa) calma arriva alla decima canzone in scaletta, con “Io ero io”.

“Mi vedrete parlare meno del solito, voglio fare tutta la scaletta e questa scaletta è lunga”, racconta dei 28 brani in due ore di concerto. “Mi hanno detto fai un medley ma mica siamo in discoteca…”, spiega a inizio concerto.
Dietro di lei c’è la band, disposta in fila, davanti a un drappo quasi da teatro e ad alcune luci dallo stile vintage: chitarra, basso, batteria, tastiere e una corista. Davanti c’è lei, con metri di spazio che riempie ballando e muovendosi: sta ferma solo quando imbraccia una chitarra.
Sul palco è una Levante senza filtri, nella performance come nelle parole. Prima di Sanremo aveva rotto alcuni tabù raccontando di avere dubbi sulla serata delle cover (salvo poi mettere in scena uno dei momenti più discussi) e aveva detto candidamente che, nel caso, non avrebbe partecipato a Eurovision per la presenza di Israele, alimentando un dibattito a cui poi hanno reagito anche colleghi e Rai. Stasera invece racconta anche le difficoltà del suo mestiere, e quelle di condensare dieci anni in una scaletta. “Dal 2024 ho fatto l’eremita per scrivere il disco nuovo”, dice del sesto album, che non ha ancora un titolo né una data. “Ho pubblicato diverse canzoni dall’anno scorso, perché mi dispiace molto questo sistema dove un album dura una settimana e poi va via. C’è un’inflazione musicale”, dice prima di suonare “Ruggine”, un inedito pop-rock guidato da chitarra e sezione ritmica.

Con il pubblico ha un rapporto diretto: si preoccupa che ci sia abbastanza acqua nelle prime file, riprende anche affettuosamente chi canta le parole sbagliate, ma poi a metà concerto va letteralmente in mezzo alla platea, senza barriere, solo con microfono e chitarra acustica, per cantare “Abbi cura” e “Dall’alba al tramonto”, senza una pedana o un palco, semplicemente circondata da un Alcatraz pieno in ogni spazio possibile.

In un periodo in cui avere ospiti non è più l’eccezione ma quasi una regola, quasi una necessità, Levante sceglie di fare un live centrato sulle proprie canzoni. In scaletta non c’è neanche il tormentone “Al mio paese”, cantato con Serena Brancale e Delia. Si concentra sul proprio repertorio e sulla propria storia, attraversando anche la parte più elettronica del set, da “Sono blu” fino a “Vivo”, il pezzo sanremese trasformato in una ballata rock costruita sulle chitarre, per arrivare al grido liberatorio "Che vita di merda" di “Alfonso” e al racconto collettivo di “Tiki bom bom”, che chiude la serata, prima di un inchino teatrale con la band sulle note dei Pixies.

Una Levante ricalibrata dopo Sanremo, con un live solido prima dell’arrivo dell’album e di un tour estivo che la porterà nuovamente a Milano, questa volta all’aperto, per la data del 9 settembre al Parco della Musica.


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