“Mi piacciono belle melodie che dicono cose terribili”, diceva Tom Waits. C’è un sottotesto di inquietudine anche nelle canzoni di una delle band apparentemente più solari in circolazione, i Lemon Twigs: dietro alle chitarre jingle jingle a 12 corde, dietro le armonie vocali alla Beach Boys e dietro un’apparente nostalgia verso un suono che riporta agli anni ’60 e ’70 c’è il mondo attuale che entra dalle crepe, la ricerca di un equilibrio mentale e della mente in sé. I fratelli D'Addario pubblicano quello che - in uno degli stereotipi del giornalismo musicale - potrebbe essere definito “il disco della consacrazione” per una band che negli ultimi anni si è creata un seguito fedele e in crescita: “Look for your mind!”, uscito l’8 maggio e sarà seguito da un tour che arriva in Italia ad ottobre: 2 a Bologna, 3 a Roma e 5 a Milano.
“When all the secrets have been told/ Your sordid past will then unfold/Your cards are laid out there in front of you/And you must reckon with the person you’ve become/ When there is nowhere else to run”, sono le prime parole del disco, quelle della title-track: poco più di 2 minuti, un esempio perfetto di power pop che potrebbe essere uscito dal repertorio dei Byrds o dei Big Star. Il contrasto tra leggerezza melodica e tensione delle canzoni non è stato pianificato, raccontano “È semplicemente il mondo esterno filtra nel nostro processo creativo. Scrivere è sempre una combinazione di riflettere il mondo esterno e nascondersi, ritagliarsi uno spazio per sognare. Per noi la musica e le melodie guidano sempre, e vogliamo che i testi esaltino la musica o almeno non tolgano nulla”. I temi attraversano il presente, ma non sono legati solo all’attualità. “Il disco ha a che fare con concetti piuttosto universali che fanno parte della vita umana e della società da sempre. Il conflitto di classe, leader corrotti, depressione e le dinamiche relazionali sono tutte cose che, si potrebbe dire, riflettono lo stato attuale del mondo”.
E dire che di depressione o cupezza, nelle melodie, non sempre esserci traccia, almeno superficialmente - anche perché, spiegano, “Look for your mind!” non è un concept album; “Abbiamo lavorato davvero una traccia alla volta. Lasciamo la sequenza per la fine”.In questo senso, anche la scelta di essere ancora più orientati sulle chitarre è venuto strada facendo, senza pensare ad un approccio nostalgico - che di questi tempi funziona sempre. Penso che quello di band come Beach Boys o il power pop sia innegabilmente un suono verso cui tendiamo in questo disco. Ma quello che rende duraturi i dischi migliori di questi gruppi è la qualità del materiale, ed è su quello che cerchiamo di concentrarci”.
“In molte tracce c’è un suono più diretto, più centrato sulle chitarre”, continuano. “Le Rickenbacker e le 12 corde Ssono piuttosto centrali in alcune canzoni, sicuramente, perché si può ottenere un suono che riesce davvero a emergere rispetto agli altri strumenti. Ma non si tratta davvero di cambiare il suono che ci contraddistingue, quanto di costruire canzoni con melodie e testi migliori, evitando l’effetto nostalgia o i riferimenti troppo diretti. È un modo per mantenere le canzoni interessanti per noi due. Vogliamo sorprendere le persone che magari conoscono moltissime canzoni di chitarre jangly. Ci sono piccoli trucchi che finiamo per ripetere, convenzioni di arrangiamento a cui restiamo legati, ma la scrittura deve sempre avere un elemento inaspettato. il contenuto delle canzoni e l’entusiasmo catturato nelle registrazioni sono più importanti per noi che cambiare completamente la nostra estetica o il nostro linguaggio sonoro, anche se cerchiamo di evolverci anche in quel senso”.A livello sonoro, la novità del disco è il modo in cui è stato registrato: meno two-man band e più band in senso classico grazie al contributo dei musicisti che li accompagnano dal vivo. “Dopo aver registrato i nostri dischi precedenti sovraincidendo e suonando pochi strumenti alla volta, questa volta volevamo provare l’approccio opposto”, raccontano “Abbiamo provato in tour canzoni come Bring You Down’ e ‘You’re Still My Girl’ e volevamo catturarle esattamente come le suonavamo dal vivo” . Un approccio che restituisce un album costruito per accumulo, più che per progetto, in cui la scrittura resta il centro e la musica diventa, nelle loro parole, uno spazio in cui riflettere il mondo ma anche nascondersi e ritagliarsi uno spazio per sognare. E ritrovare la propria mente: perché se si “Far too blind to see/My enemy is me”, come cantano nella conclusiva “Your True Enemy”, certe volte chitarre e melodie servono per aprire gli occhi e vedere meglio il mondo che ci circonda.
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