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Laurie Anderson, il live come pensiero in movimento

10.05.2026 Scritto da Gianni Sibilla

“If you think technology will solve your problems, you don’t understand technology and you don’t understand your problems”, racconta a un certo punto Laurie Anderson, in uno dei passaggi parlati di “Let X=X”.

È difficile inquadrarla in una categoria: è uno dei casi in cui non la si chiama artista “per brevità”, come direbbe De Gregori, ma di quelli in cui la parola richiede la maiuscola, Artista. È sempre stato così nella sua carriera: ha fuso linguaggi diversi e la musica è spesso una scusa, una piattaforma per fare altro, raccontare e riflettere sul mondo che ci circonda. È così anche oggi, in una fase in cui il suo percorso ha, almeno in parte, una dimensione più tradizionale, con performance che hanno una forma più vicina al concerto tradizionale, almeno in parre. “Let X=X” è il titolo di una sua canzone degli anni ’80, da “Big Science”, il suo album più famoso, ed è il titolo dello spettacolo che porta in giro da qualche anno con i Sexmob, supergruppo jazz-avanguardistico newyorchese guidato da Steven Bernstein, ora diventato un album dal vivo di 23 brani registrato durante il tour del 2023.

Se il formato è tutto sommato tradizionale, non aspettatevi un disco live “normale”: “Let X=X” contiene alcuni dei brani più noti di Laurie Anderson, a partire da “O Superman”, canzone di “Big Science” che divenne un’improbabile hit negli anni ’80, una suite elettronica apocalittica recitata di otto minuti che arrivò al numero 2 in Inghilterra, una storia di cui Anderson ha sempre rivendicato tutto: l’aver sfiorato il pop e la possibilità, grazie a quel successo, di poter fare altra musica. C’è anche una versione di “Junior Dad”, l’ultimo brano inciso dal marito Lou Reed, la conclusione di “Lulu”, l’album con i Metallica. Ma ci sono molti passaggi recitati, che vanno ascoltati quasi come un podcast, con riflessioni sul presente, sul rapporto con la tecnologia e con le macchine, anche sull’intelligenza artificiale, a cui Anderson ha dedicato tempo ed esperimenti.

“Let X=X” non è un greatest hits live travestito da operazione celebrativa. Parlando dello spettacolo alla vigilia del debutto, Anderson spiegava che non era nato per festeggiare i quarant’anni di “Big Science”, ma come conseguenza indiretta della scomparsa di Hal Willner, produttore, curatore, figura centrale della cultura musicale newyorchese, amico suo e di Lou Reed, a cui anche gli U2 hanno recentemente dedicato la canzone di apertura di "Easter Lily". L’incontro con i Sexmob era avvenuto proprio lavorando a un tributo per Willner: da lì era nata l’idea di portare sul palco qualcosa che fosse una via di mezzo tra una performance classica e una dimensione più aperta all’imprevisto e all’improvvisazione.

La forza di “Let X=X” sta nel prendere un repertorio concettuale e renderlo vivo, come quando coinvolge il pubblico in un urlo liberatorio: una replica della reazione di Yoko Ono durante un’intervista alla domanda su cosa ne pensasse delle elezioni presidenziali del 2016 - la risposta fu un urlo di 3 minuti, appunto.
Non c’è un tentativo filologico di replicare le versioni originali, ma di renderle appunto vive con l’approccio anche dissonante e non consolatorio dei Sexmob: c’è la volontà di verificare cosa succede quando quelle idee vengono rimesse in circolo a distanza di anni, con una band fatta di musicisti che non ripetono un compito ma vivono dentro le deviazioni.

Il disco funziona quando mostra Laurie Anderson come performer totale, affabulatrice, teorica del presente: il, rapporto ambiguo con la tecnologia, il linguaggio (“a virus from outer space”, diceva un suo stupendo brano purtroppo assente dalla scaletta), le macchine che imitano l’umano e l’uomo che imita le macchine, alienazione e connessione. Sono intuizioni che oggi non sembrano più fantascienza ma cronaca quotidiana: Anderson continua a parlarne senza mai cadere nella retorica distopica facile, ma lo fa con ironia, curiosità, umanità.

“Let X=X” non è un disco da ascoltare in sottofondo. Richiede attenzione, quasi una disposizione da spettatore più che da ascoltatore. Non documenta solo un concerto, ma un pensiero.


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