Ian Fraser Kilmister non ha mai interpretato il rock’n’roll, lo ha incarnato. Per quarant’anni, alla guida dei Motörhead, Lemmy ha trasformato ogni concerto in una dichiarazione di guerra sonora e ogni disco in un manifesto di resistenza, dimostrando che volume, velocità e coerenza potevano diventare una forma di etica prima ancora che di stile. Non era un personaggio né una maschera, era semplicemente se stesso, e incarnare lo spirito del rock and roll non era una posa, ma un istinto naturale. Oggi, 28 dicembre, nel decimo anniversario della scomparsa dell’iconico frontman dei Motörhead, Rockol dedica uno speciale a Lemmy Kilmister con un “mixtape” celebrativo (disponibile a questo link), per ricordare una figura che, anche a dieci anni dalla morte, continua a esercitare un’influenza concreta e tangibile sulla musica e sull’immaginario rock. Lemmy non è più con noi dal 28 dicembre 2015, quattro giorni dopo aver compiuto 70 anni e appena diciassette giorni dopo quello che sarebbe rimasto l’ultimo concerto dei Motörhead. Il 2025 segna anche i cinquant’anni dalla nascita della band, lasciando un doppio anniversario a conferma che Lemmy può non essere più con noi, ma la sua eredità vivrà per sempre. In quest'occasione, riprendiamo quella che viene ricordata come l’ultima intervista di Lemmy Kilmister.
Fu registrata il 20 novembre 2015 per ZDF, storica emittente televisiva pubblica tedesca, poco più di un mese prima della sua morte. È un documento che oggi colpisce per la sua lucidità, per l’assenza totale di autocommiserazione e per quella miscela unica di cinismo, ironia e fatalismo che ha sempre caratterizzato la filosofia di Lemmy. Nell’intervista, Kilmister rifletteva sulla longevità dei Motörhead, dati per spacciati dalla stampa dopo sei mesi dal debutto, e arrivati poi a festeggiare quarant’anni di carriera. La chiacchierata offrì a Lemmy anche la possibilità di riflettere sul proprio stile di vita, che non raccomandava a nessuno, per cui attribuiva alla pura fortuna il fatto di essere sopravvissuto, e sulla morte, affrontata con un umorismo nerissimo. Pochi giorni prima dell'intervista per ZDF, il 13 novembre 2015 al teatro Bataclan di Parigi, si consumò una tragedia messa in atto da un commando terroristico che aprì il fuoco all'interno della sala da concerti e in diversi punti della capitale francese. Nella chiacchierata, Lemmy parla quindi degli attentati e della conseguente cancellazione del concerto che i Motörhead avrebbero dovuto tenere allo Zénith di Parigi il 15 novembre, oltre che della scomparsa di Würzel, pseudonimo di Michael Richard Burston, avvenuta il 9 luglio 2011, e del suo amico ed ex compagno di band Phil “Animal” Taylor, venuto a mancare l’11 novembre 2015.
È in questa intervista che Kilmister pronuncia una delle frasi più citate della sua ultima fase pubblica: l’idea, detta sorridendo, che anche dopo la morte avrebbe potuto “infestare” i concerti altrui. Un’immagine grottesca, ironica e perfettamente coerente con il suo modo di stare al mondo. O di non andarsene mai del tutto.
Dovevate suonare a Parigi la domenica precedente. Come hai saputo degli attentati?
Mentre accadeva, era riportato dappertutto, in TV. Riprendevano tutto e si sentivano ancora gli spari. È una cosa tanto stupida.Cosa intendi?
Quelle persone sono stupide. Stupide da morire. Per cosa? Pensano che uccidere persone innocenti sia un gesto eroico? Stronzi. Codardi.Ti è passato per la testa che una cosa del genere sarebbe potuta succedere a un concerto dei Motörhead?
Sì, certo. Voglio dire, abbiamo suonato molte volte al Bataclan. Era una data normale per noi a Parigi. Per fortuna non quella sera.Ti è stato subito chiaro che non avreste suonato quel weekend?
Non pensavo che ce lo avrebbero permesso. Era il giorno dopo, capisci. L’attacco è arrivato completamente all’improvviso durante quel concerto.Questa cosa ha cambiato qualcosa per te? Anche nel modo di salire sul palco oggi?
No. Io avrei suonato anche il giorno dopo. Se ti fermano, allora hanno vinto. Ma non mi batteranno. Io faccio quello che devo fare. Se la polizia cancella il concerto, non ci posso fare niente. Ma noi non abbiamo cancellato.Quindi avresti suonato e continueresti a suonare comunque?
Sì. Fanculo a quella gente. Non gli piace il rock’n’roll? E a me non piacciono loro.Pensi che oggi siamo più vulnerabili, o ti senti più vulnerabile tu?
Siamo sempre stati vulnerabili. Ogni giorno che esci di casa sei vulnerabile. Puoi finire sotto un autobus, qualcuno può spaccarti la testa per rubarti i soldi. Niente è sicuro. Tutti sono ossessionati dalla sicurezza. Ma niente è sicuro! Niente.
Magari oggi va tutto bene. Domani no.Il presidente francese ora parla di guerra.
Bisogna capire il suo punto di vista. Ha citato Pearl Harbor, ha parlato della capitale. Sono stati loro a dichiarare guerra a lui, non il contrario.Nei testi delle tue canzoni la guerra è uno dei temi centrali. Descriveresti questa situazione come una guerra?
È difficile pensare a un’altra definizione. Un gruppo di tizi che gira per la capitale con armi automatiche, uccide 137 persone. Come lo chiami? Di certo non è fratellanza, né legalità.La settimana scorsa hai perso anche un ex membro della band.
Sì. È il secondo. Il primo è stato Würzel, poi Phil. In un certo senso sembra che se ne stia andando tutta la mia vita, capisci. Non è davvero così, ma la sensazione è quella.
Phil era un vero personaggio, un pazzo vero. E io ammiro molto questa cosa in una persona. Ma credo che avesse perso la voglia di vivere. Prendeva le droghe sbagliate e frequentava le persone sbagliate. Alla fine il conto arriva.Diresti che tu hai sempre usato “le droghe giuste”?
No. Ma, sai, per lui era troppo, per il suo fisico. Io finora sono sopravvissuto perché, più o meno, quello stile di vita l’ho inventato io.Questo è il tuo quarantesimo anno con i Motörhead. Avresti mai pensato di arrivare tanto lontano?
No. Quando inizi una band non pensi a queste cose. Vuoi solo suonare con altri e vedere cosa succede. Guardi un anno avanti. Quarant’anni sono una barzelletta. È ridicolo. Non ho idea di cosa dovrei fare adesso.Se avessi saputo che sarebbe durata tanto a lungo, avresti tenuto lo stesso nome?
Sì, Motörhead va benissimo. È un bel nome. I migliori nomi delle band sono di una sola parola. The Who è il miglior nome di sempre, secondo me.Da piccola pensavo foste scandinavi per via di quella lettera "ö".
Sì, ero stato anche in Germania.L’hai usata solo per scherzo?
No, l’ho usata perché sembrava cattiva. C’era una band prima di noi, i Blue Öyster Cult, anche loro la usavano.Sembrava cattiva?
Sì, cattiva. Come una scrittura gotica.Molti musicisti ti citano come un eroe e un modello. Cosa pensi di aver fatto di diverso all’inizio?
Più forte e più veloce. Eravamo l’anno prima del punk. A molta gente non piacevamo. La stampa ci dava sei mesi di vita. Fanculo a loro. Ora sono tutti spariti e io sono ancora qui.Quanto ti senti vicino al punk?
Mi piacevano alcune band, altre no. I migliori erano i Damned e i Pistols. Non mi sono mai piaciuti molto i Clash. Mi piaceva Joe Strummer e la sua band precedente, i 101'ers.
Il punk ha dato un calcio in culo all’industria musicale, che ne aveva bisogno. Poi internet ha fatto lo stesso, perché l’industria si è suicidata cercando di arrestare chi scaricava musica. Come fai ad arrestare tutti? Metteresti in galera chiunque sotto i 15 anni. Stupido.Ti chiamano il “padrino dell’heavy metal”. Ti riconosci in questa definizione?
No, è ridicolo. E poi non siamo heavy metal. Siamo una band rock’n’roll.Ma persino i Metallica lo dicono.
Sì. Lars venne a vederci a Los Angeles, credo nell’82. Disse che era il capo del nostro fan club della West Coast. C’erano solo lui e Cliff Burton. Si ubriacò, vomitò addosso a sé stesso e se ne andò.Scrivi ancora i testi? Non ti annoi mai?
No. Se mi annoio, scrivo di qualcos’altro. C’è sempre materiale: guerra, morte, amori frustrati. Finché esisterà la razza umana. E poi la giustizia: è sempre stata importante nei miei testi.Quanto di Elvis e Little Richard c’è nella tua musica?
Tantissimo. Elvis ci ha insegnato come apparire. Carl Perkins e Little Richard come suonare. I Beatles ci hanno insegnato a scrivere le nostre canzoni.Senti la tua influenza in altre band?
Un po’ nei primi Metallica. E in Max Cavalera. Ma poi cambiano, perché molte band seguono le mode. Ed è fatale. Noi suoniamo per noi. Se piace anche a al pubblico, è un bonus.Non vuoi cambiare la tua musica?
Non troppo. Sta andando abbastanza bene così.Hai detto di ricordarti il mondo prima del rock’n’roll.
Certo. Sono nato nel ’45. Quando arrivò il rock avevo dieci anni. Vidi Billy Fury in TV, con le ragazze che gli strappavano i vestiti, e pensai: quello è il lavoro per me.Dopo i problemi di salute, come ti senti a suonare oggi?
Lo farò finché posso. A dicembre compio 70 anni. Dopo diventa un po’ ridicolo. Ma vedremo.Ti sei davvero trasferito dal tuo famoso appartamento?
Sì. Ho spostato tutto in un altro. Ho un condominio alla fine della strada. Ora ho due posti.Collezioni cimeli militari. Qual è la tua posizione sulla guerra?
La guerra è stupida. È la politica portata all’estremo. Dovrebbero mettere i leader in un ring e farli combattere fino alla morte. Non servono due milioni di morti. La guerra è oscena.Hai cambiato da Coca-Cola e whisky a vodka e arancia. Perché?
La Coca-Cola fa malissimo. Sono diabetico. Ho continuato a berla per dieci anni dopo la diagnosi. Troppo zucchero.Essere nato la vigilia di Natale è stato un problema?
Sì. Anche i tuoi genitori ti fanno un solo regalo per entrambe le cose.Ti sei mai pentito di non esserti sposato?
No. Non ho mai trovato una donna che mi impedisse di guardare tutte le altre. E non voglio essere falso. Se ti sposi, devi esserlo davvero. Io non ci riuscivo.Sei sorpreso di essere ancora vivo, dopo tutto quello che hai fatto?
Solo fortuna. Non consiglio questo stile di vita. La maggior parte muore. Molti miei amici sono morti e avevano ancora tanta musica dentro. La vita è casuale. Non puoi pianificarla.Suonerai per sempre?
Dopo la morte no. Lì credo proprio di dovermi fermare. Però non si sa mai: potrei andare a infestare qualche posto, rovinare il concerto di qualcun altro. Magari dei Tears for Fears, o qualcuno del genere. Apparire a metà concerto e gridare: "Tutti fuori, incendio!"
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