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Led Zeppelin, la svolta classica e femminista di John Paul Jones

12.01.2026 Scritto da Lucia Mora

Si dice che il basso sia, in genere, lo strumento più sottovalutato. Prendiamo John Paul Jones: polistrumentista geniale, arrangiatore eccelso, architetto armonico di una delle band più potenti e mitologiche del Novecento; ma di quella stessa band, i Led Zeppelin, è il meno conosciuto. L’immaginario collettivo si concentra sul carisma di Robert Plant, sulla chitarra di Jimmy Page e sull’energia tellurica di John Bonham, perché Jones incarna una figura diversa: il musicista colto, disciplinato, capace di muoversi tra rock, blues, folk e musica orchestrale con una naturalezza quasi invisibile.

Oggi, a quasi sessant’anni dall’esordio degli Zeppelin, quella dimensione “altra” emerge con chiarezza in un progetto che segna una svolta estetica e simbolica: “Her Kind”, un ciclo di brani per voce ed ensemble classico scritto per il mezzosoprano Dame Sarah Connolly, presentato alla Wigmore Hall di Londra. Un’opera che non solo sancisce l’approdo di Jones alla musica (cosiddetta) classica, ma che mette al centro una costellazione di voci poetiche femminili, affrontando temi quali identità, marginalità e autodeterminazione.

La vocazione classica

La transizione di Jones verso il linguaggio colto non è, in realtà, una conversione improvvisa. Prima ancora del successo planetario dei Led Zeppelin, la sua formazione era profondamente radicata nella musica scritta: studi di pianoforte, esperienza come organista in chiesa, arrangiatore per artisti pop e orchestrali negli anni Sessanta. Anche all’interno della band, il suo contributo andava ben oltre il basso elettrico: tastiere, mandolini, arrangiamenti orchestrali, strutture modali complesse.

Tuttavia, il rock — soprattutto un rock carico di virilità, potenza e mitologia come quello degli Zeppelin — ha a lungo occultato questa dimensione più intima e riflessiva. Con “Her Kind”, Jones si libera del peso iconico del passato, scegliendo una forma che privilegia la parola, il timbro vocale e l’ascolto: il song cycle, uno dei generi più esigenti e raffinati della tradizione classica.

Lo sguardo femminile

Il titolo dell’opera rimanda a una poesia di Anne Sexton (una riflessione sul ruolo della donna nella società), figura chiave della poesia confessionale americana, ma il progetto abbraccia più autrici: Carol Ann Duffy (con la poesia “Pygmalion’s Bride”, che ribalta il mito greco dando voce alla statua che desidera restare fredda per sfuggire alle attenzioni del suo creatore), Angela Carter (con “Morning Glory”, un ritratto vivido di una donna anziana), Maya Angelou (“Phenomenal Woman”, che chiude l'opera con un tono potente e orgoglioso). Non si tratta di una selezione neutra: le voci chiamate in causa condividono una scrittura che mette in discussione i ruoli assegnati alle donne, dando spazio a soggettività considerate eccentriche, scomode, fuori dagli schemi.

Le protagoniste dei testi non sono muse né figure idealizzate, ma donne che parlano in prima persona: streghe moderne, spose intrappolate, corpi giudicati, identità rivendicate. In questo senso, la natura di un progetto come “Her Kind” è chiaramente femminista, anche se Jones evita di presentarlo come un manifesto ideologico: dice di essere stato guidato dalla forza di queste parole, che descrivono l'universo femminile con una "intensità bruciante".

Perché Sarah Connolly

Sarah Connolly è tra i più autorevoli mezzosoprano del panorama internazionale. Connolly è celebre per la sua capacità di fondere rigore tecnico e intensità drammatica, qualità indispensabili per un ciclo in cui la voce è il principale veicolo narrativo.

In “Her Kind”, Connolly non interpreta semplicemente dei testi: li incarna. La scrittura vocale di Jones evita il virtuosismo gratuito e privilegia un declamato espressivo, teso, spigoloso, che dialoga con l’ensemble in modo quasi teatrale. Il risultato è una musica che non cerca la seduzione melodica immediata, ma una forma di verità emotiva, coerente con la forza dei testi.

Dagli Zeppelin a Schönberg

Dal punto di vista musicale, “Her Kind” si colloca in un territorio ibrido. Jones guarda esplicitamente alla tradizione novecentesca del Pierrot ensemble, cioè l’ensemble composto da flauto, clarinetto, violino, violoncello e pianoforte che prende il nome dal “Pierrot lunaire” di Arnold Schönberg (che include il quintetto di strumenti con un narratore). I richiami a Schönberg sono evidenti, ma non ne adotta rigidamente i sistemi. Emergono qua e là echi lontani della sua esperienza rock — una certa attenzione al groove, alla stratificazione sonora — ma sempre filtrati attraverso una scrittura disciplinata.

Questa scelta ha diviso la critica: alcuni hanno lodato il coraggio e la coerenza dell’impianto formale, altri hanno rilevato una certa distanza emotiva, come se la musica, in alcuni momenti, trattenesse l’esplosione drammatica implicita nei testi. Ma proprio questa tensione irrisolta sembra essere parte del progetto: “Her Kind” non consola, non semplifica, non offre risposte immediate. E forse anche questa enigmaticità fa parte dell’eredità “zeppeliniana”.


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