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Laurie Anderson: politica, amore e il fantasma di Lou Reed

30.05.2026 Scritto da Gianni Sibilla

“Questa performance è dedicata a Lou Reed”, si legge sullo schermo nei giardini della Triennale di Milano, sopra una foto in bianco e nero. Laurie Anderson ha appena guidato il pubblico in una sessione di Tai Chi, spiegando come suo marito in Cina fosse più famoso per il suo impegno nelle arti marziali che per il rock.
È la fine di una serata in cui il fantasma di Reed è stato evocato più volte. Ma “Republic of Love”, il concerto-reading che l’artista americana ha portato alla Triennale di Milano, non è uno spettacolo su Lou Reed. Anche se, mi ha raccontato quando l’ho incontrata in un hotel milanese, “Non ho mai fatto nulla che non parlasse di lui, in un modo o nell’altro”.

Storie d'amore e di fantasmi

Il momento più potente della serata è quello in cui viene eseguita “Junior Dad”, l’ultima canzone incisa da Reed prima di morire, mentre sullo schermo si intravede il volto del rocker e si sente la sua voce, come provenisse da lontano.
Tra gli eroi e i fantasmi evocati da Laurie Anderson ci sono Allen Ginsberg, Freud, Bob Dylan, i suoi antenati svedesi, uno zio tornato dalla guerra che ha pianto in soffitta per tre anni. Ma anche antieroi come Donald Trump e il vicepresidente JD Vance, che travisa Sant’Agostino e viene ripreso da Papa Leone:“Posso convertirmi ora?”, dice Laurie Anderson

“Vengo da un Paese che una volta si chiamava America”, aveva esordito, raccontando come “Republic of Love” fosse nato da una richiesta di una performance sul fascismo in Europa e si sia poi evoluto in una riflessione sul rapporto tra pubblico e privato, governo e amore. Perché, citando Cornel West, “Justice is what love looks like in public”.

Umanità, empatia e storie

Laurie Anderson passa dalle tastiere e dai tablet al violino: è da sola sul palco: non ci sono con lei i Sexmob, che l’accompagnano nel recente album dal vivo “Let X=X” e nello spettacolo che a luglio porterà a Umbria Jazz. In scaletta ci sono meno canzoni e più parti recitate accompagnate dalla musica. Racconta e declama storie, per buona parte in italiano, accompagnata dalle immagini sullo schermo. Ogni tanto si perde un po’ il filo. O forse, più che stare in piedi in una calda serata milanese all’aperto, “Republic of Love” è una performance che troverebbe la sua dimensione ideale in un teatro, magari in uno spazio più raccolto come Voce, dove in mattinata ha ricevuto Diploma d’Onore della Triennale.

Ma che sia durante una cerimonia, durante un’intervista (quella che ho fatto ieri la uscirà nei prossimi giorni) o sul palco Laurie Anderson testimonia la sua umanità e la sua empatia attraverso una voce calda, che rende coinvolgenti le sue storie e i suoi aneddotti. In concerto, in diversi momenti la elabora e robotizza per dare vita ad altri personaggi: il suo obiettivo, mi ha raccontato, non è esprimere se stessa né impartire lezioni, ma porsi domande e suggerire spunti di riflessione. Dice che non vuole dare lezioni al pubblico, ma il suo è uno spettacolo profondamente politico. Come quando mostra sullo schermo le parole censurate dal governo americano: “Se non puoi usare una parola, poi dimentichi il sentimento che evoca, e quel sentimento scompare. Cosa rimane?”, si chiede a un certo punto. La risposta è il rumore che arriva dagli altoparlanti.

Meditazione e divertimento

Così si reagisce con un misto di meditazione e divertimento. “Bisogna provare a praticare la tristezza senza essere davvero tristi” è un altro dei consigli che chiudono la serata, citando il maestro buddhista Mingyur Rinpoche. “Il mondo è pieno di cose tristi, sarebbe da idioti non vederle. Ma alla fine siamo qui anche per divertirci”. Anche la pratica del Tai Chi diventa un’occasione per giocare, per “fake it till you make it”, con movimenti dell’arte marziale cinese che assumono nomi surreali come “consegnare la pizza” o “decapitazione”.

Poco dopo si esce verso Parco Sempione. Un baracchino manda a tutto volume il brano di un cantante italiano remixato in versione dance, rischiando di spezzare quello “stato di grazia” evocato poco prima nei versi di “Junior Dad”. 
Ma forse anche questa è una forma di meditazione in movimento, come quella che Laurie Anderson ha appena proposto al pubblico milanese.


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