Laurie Anderson è sorridente: la incontro in un albergo milanese, indossa un paio di vistosi occhiali arancioni. L’espressione è quella di chi continua a stupirsi di fronte ad ogni cosa: racconta con la stessa passione tanto il suo rapporto l’intelligenza artuficiale , con quello con Lou Reed, il Tai Chi, o l’ultimo oggetto di design che ha visto in città.
Tornerà in Italia il 7 luglio a Umbria Jazz accompagnata dai Sexmob, in una versione espansa e con band del concerto-reading “Republic of Love” tenuto alla Triennale di Milano a fine maggio. I temi che attraversano il suo lavoro restano gli stessi: tecnologia, amore, politica, empatia e naturalmente Lou Reed. “Non faccio musica, pittura o qualsiasi altra cosa per esprimere me stessa”, spiega. “Ho semplicemente molte domande”. E conclude, in maniera commovente: “Ogni mio spettacolo parla di Lou. Non ho mai fatto nulla che non parlasse di lui, in un modo o nell’altro”. Se non l’avete mai vista dal vivo, niente spoiler - ma sappiate che vi commuoverete quanto e di più di come io mi sono commosso alla fine di questa intervista.
C’è un filo conduttore nel tuo lavoro: il rapporto con la tecnologia. Più recentemente, il tema dell’intelligenza artificiale. In una parte del tuo ultimo spettacolo dici che gli umani si stanno trasformando in controllori più che in creativi, anche nella musica.
È sempre difficile scrivere canzoni, e anche l’intelligenza artificiale ha difficoltà a scriverle. A volte però produce cose interessanti, altre volte sono semplicemente idiote. Per questo serve un editor. E, per me, gran parte della scrittura delle canzoni consiste proprio in questo: riempio un quaderno intero di appunti e idee senza valore, poi scelgo alcune cose che mi piacciono e quelle diventano una canzone.
Il sistema con cui stavo lavorando era stato addestrato sui miei stessi scritti. Era poco prima della pandemia, quando ho iniziato a sperimentare con il machine learning. Hanno preso tutto quello che avevo scritto, detto o registrato e l’hanno inserito in un supercomputer. Poi l’hanno incrociato con la Bibbia e mi hanno mandato un libro di 9.000 pagine: la Bibbia secondo me.
È stato inquietante. Avevano catturato il mio stile, l’avevano copiato e raccontavano quella storia usando la mia voce.In effetti, fa paura.
Sì, ma è anche interessante. Ti porta a chiederti: chi sei davvero? Cos’è il tuo stile?
Io non faccio musica, pittura o qualsiasi altra cosa per esprimere me stessa. Non è questo il mio obiettivo. Non mi interessa che il pubblico conosca me. Non è il punto. Ho semplicemente molte domande.
Per questo considero l’intelligenza artificiale uno strumento straordinario. Ma parlarne in termini generali è impossibile. È come negli anni Settanta, quando la gente diceva: “La tecnologia fa paura”. La tecnologia è tantissime cose diverse.Nello spettacolo dici: “Se pensi che la tecnologia risolverà i tuoi problemi, allora non capisci la tecnologia e non capisci i tuoi problemi”.
È una frase di un crittografo. Molte persone pensano che se qualcosa diventa più veloce allora sarà automaticamente migliore. Poi però incontri persone ricchissime, con patrimoni da miliardi o trilioni, completamente stressate, esauste, nel caos più totale. Non lo mostrano, perché vogliono apparire sicure di sé e in controllo.
Qui a Milano vedo molte persone che lavorano in team, fanno riunioni, sviluppano idee. Persone elegantissime. Lo ammiro molto, perché amo il design e questa è, per molti aspetti, la capitale mondiale del design. Apprezzo davvero ciò che la gente fa qui. Ma dall’altra parte vedo anche moltissimo stress, competizione ed esaurimento. È una delle ragioni per cui cerco sempre di inserire il Tai Chi nei miei lavori: meditazione in movimento, aiuta davvero ad affrontare tutto questo.È possibile un equilibrio tra l’aiuto che la tecnologia ci offre e i problemi che crea? Pensi che abbia prodotto più problemi che soluzioni?
Basta guardare Elon Musk. Basta guardare Sam Altman. Sono problemi che si sono creati da soli. All’improvviso hai un’auto che guida da sola. È una cosa positiva, ma poi investe le persone e provoca incidenti, e quindi bisogna correggerla. Questa però è la storia dell’innovazione: costruisci qualcosa, scopri che non funziona perfettamente, la modifichi e vai avanti.È il tema di “Only an Expert”, una tua canzone di qualche anno fa che oggi sembra più attuale che mai: creare soluzioni, ma anche creare problemi che solo un esperto può risolvere.
Sono favorevole alla creazione di problemi. È un’industria molto redditizia. L’America è diventata un’industria che produce problemi, anche nelle cose più semplici.
Ieri ho visto online una pubblicità di un apparecchio elettrico in cui immergi frutta e verdura nell’acqua e lui rimuove pesticidi e sporco. Molte innovazioni tecnologiche nate per conservare più a lungo frutta e verdura finiscono per accorciare la vita delle persone, perché quei prodotti sono coperti di sostanze chimiche. Vedi tutta questa roba staccarsi e pensi: “Davvero stavo mangiando tutto questo?”. Era così convincente che ne ho ordinati tre. A volte penso di essere una vittima di questo entusiasmo tecnologico. Altre volte penso che sia davvero una buona idea.Nei tuoi spettacoli usi la voce come uno strumento, manipolandola e distorcendola.
La uso un po’ come farebbe un burattinaio o un ventriloquo. Mi piacciono i filtri vocali perché ognuno crea un personaggio diverso. Ce n’è uno nuovo che sto usando adesso ed è incredibilmente malinconico. Rende la voce tristissima. Per questo lo uso al contrario: per dire cose divertenti. Mi piace molto quella tensione tra una voce profondamente triste e una battuta.Cosa pensi di chi dice che la tecnologia sta distruggendo la musica?
È un tema molto ampio, ma quando si parla della tecnologia come di un’unica cosa non si riesce a dire nulla di sensato. Aiuta la musica? Per alcune persone sì. Per altre è un disastro. È sempre un “si e no”.
Ma se ascolti la musica che senti per strada, molta è già fatta dalle macchine. È davvero musica? Non lo so. Spesso sembra più una pubblicità: di un prodotto o di una persona. Possiamo fare musica terribile con un liuto o con un flauto. Anche i pastori, tremila anni fa, producevano musica terribile mentre cercavano di conquistare qualcuno. A volte verrebbe da dirgli: per favore, smettila di suonare. È facilissimo fare cose brutte. Non serve dare la colpa alla tecnologia.Dicevi che non fai arte, canzoni o spettacoli per esprimere te stessa. Qual è allora l’obiettivo di questi spettacoli?
“Republic of Love” è nato da un invito a partecipare a un grande festival a Vienna dedicato a musica, teatro e danza. Il tema era l’ascesa del fascismo in Europa.
Mi hanno chiesto di lavorare su due concetti: governo e amore. Lo spettacolo è una raccolta di idee di persone che hanno riflettuto su questi temi. Si apre con una frase di Cornel West, che dice: “La giustizia è ciò che l’amore appare essere in pubblico”.
Quindi torno continuamente a queste idee di giustizia e amore, cercando di capire cosa siano e come si relazionino tra loro. Questo diventa il governo. Questo diventa l’amore. E alla fine diventa musica, perché non puoi fare una lezione al pubblico.È un tema molto attuale. Molti tuoi colleghi ritengono necessario prendere posizione politicamente.
Ognuno segue la propria strada. Ma quando mi chiedono se la musica può cambiare il mondo, penso a Bob Dylan. Credo sia stato il primo a scrivere canzoni sui perdenti. Su cosa significhi perdere. Prima le canzoni dicevano soprattutto: “Eccomi qui, questo sono io”. Lui invece ha detto: “Ecco come ci si sente quando si perde”. E questo crea empatia. Ed è proprio l’empatia il fondamento del governo, il modo in cui ci relazioniamo agli altri.
Oppure puoi dire semplicemente: “Comando io e voi farete quello che vi dico”. È la trappola in cui ci troviamo oggi negli Stati Uniti.Le canzoni e la musica popolare sono ancora rilevanti per raccontare i perdenti e per creare empatia? Che rapporto hai con la canzone come forma espressiva?
Amo le canzoni. La struttura stessa della canzone è qualcosa di meraviglioso. Ed è molto difficile da realizzare. Quando qualcuno scrive una grande canzone, come Tracy Chapman o Lou Reed, riesce a distillare qualcosa di essenziale. Di solito non è nemmeno una storia: è una sensazione. “Devo scappare”. Oppure: “Guarda quella cosa”. Sono impulsi profondamente emotivi. Ed è questo che mi attrae.Come ci si sente a riportare sul palco queste canzoni? Alcune hanno più di quarant’anni.
Questo è proprio l’esperimento. Volevo vedere come suona oggi una canzone come “Big Science”, scritta negli anni Ottanta. Alla fine del brano c’è quella frase: “ognuno per sé”. Parla di ciò che accade quando tutto diventa enorme. E oggi mi ritrovo a pensare: come facevo a sapere che saremmo arrivati qui?
Quando premi il pulsante dell’iper-capitalismo, il risultato è questo. Nessuno ti aiuterà. Nessuno verrà in tuo soccorso. È una lezione che viene inculcata continuamente agli americani: devi cavartela da solo. Devi riuscirci da solo.
Per le donne è un disastro. Un vero disastro.Nei tuoi spettacoli inserisci anche alcune canzoni di Lou Reed, “Dirty Boulevard” e “Junior Dad”. Perché proprio queste?
Amo “Junior Dad” perché è un uomo che parla a suo padre. E lo fa con amarezza. Apprezzo molto il fatto che non cerchi di essere educato o conciliatorio. A un certo punto dice che suo padre gli ha insegnato la cattiveria, la paura e la cecità. Ho pensato: wow. Ci vuole davvero coraggio per dire una cosa del genere. Per non addolcirla. Per non arrivare a una riconciliazione.
Certo, è bello arrivare all’accettazione. Ma in quella canzone lui non è ancora lì. In quel momento sta semplicemente dicendo la verità. E io lo ammiro molto.Qualche anno fa dicevi che un giorno avresti raccontato la storia di Lou. Succederà? Farai uno spettacolo dedicato a lui?
Uno spettacolo su Lou? Ogni spettacolo parla di Lou. Non ho mai fatto nulla che non parlasse di lui, in un modo o nell’altro.
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